LE FATE

ARTICOLO E FOTOGRAFIE / Nicoletta Travaglini
__________________________
Il termine FATA deriva dall’antico “faunoe o fatuoe “, che significa creatura selvatica, abitante nel mondo naturale, però alcuni sostengono che derivi dal latino “fatus”, ovvero “destino”, e trae origine dalla mitologia greca. Le prime tre “fate” delle quali si abbia notizia nella letteratura sono le Parche, tre donne che, tessendo il filo della vita, avevano la facoltà di plasmare il destino degli uomini.
L’origine delle fate è molto controversa e varia a seconda delle diverse culture. Un racconto islandese, ad esempio, narra che Eva stava lavando tutti i suoi figli quando improvvisamente le apparve Dio. Eva, allora, colta alla sprovvista, nascose i bambini che non aveva ancora lavato, lasciando alla vista del Signore solamente quelli puliti. Quando Dio le chiese se i suoi figli fossero solamente quelli, Eva annuì. Fu così che il Signore decise che i figli che Eva aveva nascosto sarebbero rimasti nascosti anche agli uomini. I figli “nascosti” di Eva furono, dunque, i primi elfi e le prime fate. In Norvegia, invece, la tradizione vuole che le fate uscirono dal cadavere del gigante Ymir. I popoli delle culture nordiche fanno risalire la prima apparizione delle fate all’origine del mondo stesso. Esse sarebbero degli angeli caduti dal cielo, non troppo cattivi da essere mandati direttamente all’Inferno e per questo obbligati, per l’eternità, a vivere nelle crepuscolari regioni del “Regno di Mezzo” .
Le fate possono agire sul destino degli uomini, influenzandolo negativamente o positivamente. In Irlanda esiste una tradizione che vuole che alla nascita di un bambino si allestisca un banchetto, detto, appunto, “banchetto delle fate”. Il banchetto attira l’attenzione delle fate che, una volta giunte all’interno della casa, dovrebbero notare il neonato e prenderlo sotto la propria protezione. Non sempre, però, le fate si dimostrano benevole e gentili. Nel Medioevo le madri venivano ammonite di non lasciare mai incustodito il neonato, altrimenti la fate lo avrebbero rapito, sostituendolo con un bambino fatato, malaticcio.
Si narra che agli inizi del ‘900 in alcune località rurali dell’Abruzzo interno, non era raro che le donne, di ritorno dal faticoso lavoro nei campi, trovassero i loro neonati piangenti ai piedi delle scale con una serie di ecchimosi sul corpo e, con l’andare del tempo queste povere creaturine, sarebbero morte!! Per evitare ciò si consultava una fata o, a seconda dei punti di vista, una strega, la quale con opportuni rituali “salvava” la vita del bambino!! Una di queste magiche creature viveva appena ai piedi della rocca del Castello di Roccascalegna ed era molto ben voluta ed apprezzata!!
In tema di rapimenti di bambini da parte di entità fatate, si dice che una notte di tanti anni fa, un uomo stava rincasando, quando vide all’improvviso due figure portare in volo sua figlia, la quale, indossando una vestaglia da notte bianca si rendeva visibile anche al buio; l’uomo, allora, iniziò a urlare ed inveire contro i “rapitori” di sua figlia, rincorrendoli, nella vana speranza di salvarla ma… fu tutto inutile poiché essi furono inghiottiti dal buio della notte e della fanciulla non si seppe più niente.
Passeggiando nel mondo delle fate
La posizione del regno delle fate è da sempre oggetto di estenuanti ricerche. C’è chi crede che il loro regno sia collocato all’esterno del nostro mondo e sia raggiungibile solamente in quelle notti in cui la luna piena emana un delicato bagliore dorato. Solo allora, infatti, lasciandosi trasportare dall’atmosfera magica, sarà possibile vedere delle luci che danzano soavemente al ritmo di una musica suonata da liuti e flauti: tali luci non sono altro che fate. Se le piccole creature si dimostrano riluttanti ad uscire allo scoperto si può comunque trovare l’entrata del loro regno camminando intorno al luogo in questione ben nove volte. Un altro modo piuttosto efficace per scoprire dove dimorano le fate è quello di recarsi su una collina cava (dimora per eccellenza delle fate) e poggiare l’orecchio sul terreno in modo da lasciarsi guidare dal suono delle loro musiche e dei loro canti. Ogni collina ha il suo re e la sua regina, di solito legati da un vincolo di fedeltà a un “Gran Re”. Le fate, in ogni modo, preferiscono abitare luoghi ricchi di magia e attorniati dalla natura selvaggia. Per cui non è difficile avvistarne qualcuna presso caverne, boschi, sorgenti o rocce.
Le fate delle colline sono delle bellissime donne eteree se guardate da davanti ma sono assolutamente cave se guardate da dietro!!
Alcune fate preferiscono una vita più solitaria e per questo si rifugiano su delle isole circondate dalle acque fredde di un lago. Tali isole non sono sempre visibili agli occhi degli uomini. Alcune galleggiano, altre sono sommerse, altre ancora appaiono solamente una notte ogni sette anni. Esse sono dei luoghi magici in cui non esiste l’alternarsi delle stagioni, ma vi regna sempre la primavera. Non esistono né le malattie né la vecchiaia ed il raccolto è sempre abbondante. Lo scorrere del tempo è irrilevante. L’isola delle fate per eccellenza è sicuramente Avalon. Lì venne portato Re Artù, ferito a morte, per essere curato dalle quattro regine delle fate. Tuttora si crede che il leggendario re giaccia ancora, con i suoi cavalieri, nel cuore di una collina immaginaria, immerso in un sonno profondo dal quale si risveglierà nell’ora del bisogno per tornare a governare nuovamente sulle sue terre. Vicino a Teramo, tra Campli e Civitella, dentro una grotta c’è ancora una fata che da secoli si dedica alla tessitura.
Le dimore tradizionali delle fate sono: colline, alture, poggi, contrafforti e naturalmente montagne. La parola gaelica per indicare la fate è Sidhe ( Shee), che appunto significa, popolo delle colline. Questi ameni luoghi, abitate da creature magiche, di notte si illuminano di una infinità di luci abbaglianti. Si dice che il sette agosto vi sia una processione del piccolo popolo che parte da una collina e arriva all’altra circostante, medesima cosa accade per le montagne. Dopo ognissanti, invece, vi è un proprio e vero trasloco da una collina ad un’altra, da una montagna ad un’altra e durante questo trasferimento non bisogna mai incrociare il cammino di queste magiche creature, che seguono sentieri abbastanza frequentati e che si snodano in linea retta, poiché le conseguenze potrebbero essere abbastanza spiacevoli!! Secondo alcuni racconti pare che le dimore delle fate siano arredate con mobili lussuosi e tendaggi di seta che servono ad ornare i loro ricchi salotti, le loro camere da letto e immense stanze da pranzo, ove spesso si sente un melodioso suono proveniente da una orchestra inesistente. Esternamente, quando non sono sotto l’effetto dell’incantesimo delle fate, tali luoghi somigliano a capanne in rovina e a vecchie fattorie. Spesso le fate costruiscono le loro case nelle viscere della terra e quindi, solo l’imboccatura di una grotta o una fessura nel terreno segnalano l’esistenza delle fiabesche dimore sotterranee. Le aperture nelle pareti di roccia che si vedono nei dintorni di molti paesi dell’Abruzzo sono note con il nome di “Buche delle Fate”.
Secondo la tradizione pare che all’interno della Grande Madre Majella vi sia un palazzo di ghiaccio e dentro la Grotta del Cavallone vi dimorino le fate, che con i loro scherzi e dispetti avevano fatto irritare gli dei e per punizione, l’ingresso della grotta fu sigillato con una fitta rete fatta di massi e neve e per questo, le fate, furono costretti a vagare in eterno per il mondo; secondo un’ altra leggenda fu San Martino, patrono di Fara San Martino, a chiudere l’ingresso della grotta delle fate, in quanto queste erano troppo dispettose!!
Quando ci si in un bosco è facile imbattersi in una quercia più grande e frondosa delle altre, pare che questa sia un’altra porta spazio–temporale e che aggirandola ci si ritrovi magicamente in un altro mondo uguale e parallelo al nostro, comunque chi ha avuto questa esperienza non è mai tornato a riferirlo.
Si dice che accanto a tale quercia frondosa, vi sia di solito, una più piccola e meno verdeggiante, pare che questa custodisca una parte dell’immenso tesoro delle fate, che, però, pare, porti sfortuna a chi lo trova.
Molte fate vivono nei laghi, come ad esempio il castello della famosa Dama del Lago che era invisibile agli esseri umani, in quanto la superficie del invaso dove dimorava, creava un’illusione ottica impedendo a uno sguardo mortale di vedere il suo scintillante e meraviglioso palazzo!! Esse, prendono il nome anche di Dama Bianca, per il loro aspetto etereo, come, ad esempio, quella che risiede nel del lago di Scanno.
Si sussurra che nel lago artificiale di Bomba, quando fu costruito vennero sommerse anche delle abitazioni e lembi di bosco circostante oggi visibile quando il livello dell’invaso si abbassa, all’imbrunire si vedano delle strane luci danzanti sulle acque che paiono descrivere ghirigori nell’aria prima di scomparire! Altri affermano di aver visto bellissime donne indossare lunghe vesti bianche ed affondare le loro estremità nell’acqua!!
Infine si dice che due giovani annegati nel lago nel 1928 e non avendo avuto degna sepoltura, vaghino in cerca dell’eterno riposo, spaventando chiunque si avventuri a pescare su un lastrone di pietra posto nelle vicinanze del luogo della sciagura. Altri sostengono che nel bacino artificiale vi sia un mostro marino che funge da “spirito guardiano” per il palazzo di cristallo delle fate che si ubica in fondo al lago.
Le fate non lasciano nulla d’intentato per proteggere le loro abitazioni e il loro oro. I cercatori di tesori che scavano nelle colline delle fate o in altri luoghi sacri al piccolo popolo sono messi in guardia dal compiere gesti imprudenti, tramite voci e rumori sinistri. Si dice che nei pressi di Torricella vi sia sepolto, sotto una grande quercia, una zappa d’oro, facente parte del tesoro delle fate e utilizzato dal piccolo popolo per i loro lavori agricoli.
Quando si parla di fate bisogna sempre tenere le gambe accavallate o incrociate per non incorrere nella loro ira, poiché queste, a volte, dispettose creature non vogliono che si parli a cuor leggero di loro e delle loro abitudini!!
La tendenza delle fate è quello di essere dispettose, malvagie ed, in alcuni casi, veramente pericolose e non di rado i loro doni e ricompense sono solo frutto di una illusione, perciò, riacquistano in breve tempo la loro forma originaria!!
Queste magiche creature possono spostare case, chiese e perfino castelli se questi sono ubicati lungo le loro strade o vicino ai loro fabbricati. A tal proposito si narra che vi sia un edificio che cade nel giro di pochi anni come se fosse preda di un incantesimo, poiché nonostante le continue opere di manutenzione fattagli negli anni essa.. puntualmente si sgretola!! Alcuni bambini sostennero che all’epoca della costruzione di tale edificio, vecchio di circa due secoli, nel bosco circostante si fossero imbattuti in strane creature e avessero sentito una musica insolita ma molto dolce. Pare, secondo il racconto di uno di questi ragazzi, che di lì a poco due fanciulli del loro gruppo fossero spariti in maniera misteriosa… ovviamente nessuno dette credito a tale storia!!
Le fate hanno la capacità di rendersi visibili o invisibili agli occhi dei mortali a loro piacimento e possono essere contemporaneamente visibili ad un mortale e invisibili ad un’altro lì accanto.
L’ora è un fattore fondamentale, infatti, il più delle volte si possono scorgere le fate a mezzogiorno, quando il sole è allo zenit, o a mezzanotte, oppure nelle ore di luce crepuscolare che precedono l’alba e seguono il tramonto, cioè le ore che seguono il passaggio dalla luce all’oscurità o viceversa. L’alba è il momento in cui gli uomini possono sfuggire alle malie delle fate. Calendimaggio, con cui si festeggia il ritorno al solstizio estivo, la vigila del solstizio d’estate e la vigilia di Ognissanti, sono giorni particolari per scorgere queste fatate creature!
Non si hanno notizie precise relative alla durata della loro vita, poiché alcuni affermano che esse siano immortali, altri dicono di aver assistito ad un loro funerale, altri ancora che esse pur avendo una vita lunghissima sono comunque mortali!!
Le Fate sono “presenze”, per i più invisibili, che si percepiscono quando si è soli e circondati dalla natura silenziosa. Portano in genere lunghe vesti bianche o veli e come quelle si possono incontrare ai margini dei boschi.
Alcune volte è difficile distinguere le fate dagli esseri umani, altre volte esse assumono le sembianze di animali; spesso, però, esse hanno un aspetto particolare!
Possono essere di una bellezza affascinate, secondo i criteri estetici degli uomini, oppure altrettanto spesso rugose, pelose e orribili in una maniera grottesca. Tuttavia non si sa quanto di queste manifestazioni estetiche sia di “incanto” oppure siano vere! Sovente sono irradiate da una luminosità intensa, e la loro presenza è rivelato da un forte odore di muffa!!!
Il loro abbigliamento, quando non sono nude, si compone di vestiti e giacche verdi, con berretti rossi; le più rozze e solitarie, indossano vestiti fatti di materiale facilmente reperibile come: muschi e foglie morte. Non è raro, comunque, vederle vestite con abiti trasparenti ed eterei, circondate da una luce abbagliante!
Esistono fate piccole e grandi, ma la maggior parte di esse sono caratterizzate da una deformità fisica come: piedi palmati, caprini, o rivolti all’indietro, bellissime davanti ma cave dietro, occhi strabici, orecchie appuntite, narici senza naso, e code di mucca.
Il piccolo popolo è abile nel lavorare i metalli preziosi, possiede bestiame e cani che nella maggior parte dei casi sono bianchi con occhi rossi.
Le Fate amano in modo particolare gli animali, e li usano spesso come esca per chiamare a se gli uomini.
Può succedere, per esempio, che uno splendido cervo dalle corna d’oro si faccia inseguire a lungo da un cacciatore, che si troverà nel folto del bosco e vedrà apparire una dama bellissima.
Altre volte, invece, sarà un uccello tutto bianco, oppure una farfalla o addirittura un magnifico unicorno ad attirare un uomo o una ragazza verso la signora della foresta che vuole incontrarli.
Servitori e amici delle fate, gli animali hanno con loro un legame profondo: non per niente molte di esse a volte sono costrette in certi mesi dell’anno a trasformarsi in bestie.
E quando diventano topi, serpi, rospi, cerbiatte, pesci, lucertole perdono i loro consueti poteri correndo gli stessi rischi di un animale autentico.
Gli uomini che le salvano in queste circostanze salvandole da trappole, fucili oppure dal morso di una volpe guadagnano la loro eterna gratitudine e grandi ricompense.
Una antica leggenda dice che alcune Fate usano trasformarsi in animali grazie a un abito fatto con le piume o della pellicce della bestia prescelta, quando poi si spogliano della veste magica riprendono il loro aspetto normale.
Le fate gradiscono cibi naturali come: panna, latte e farina integrale. Adorano contributi da parte degli umani di formaggio, latte, miele che rappresenta il loro vino. Sono ghiotte di latte mescolato con zafferano che utilizzano come zuppe. Non si sa di preciso quale di questi cibi siano veri e quali soggiacciono ad incanto, ma una cosa è certe che i loro alimenti come un loro bacio portano all’imprigionamento eterno, da parte dell’impudente nel regno delle fate!!
Il folletto dal berretto rosso è uno dei più malvagi componenti del piccolo popolo; in genere vive nelle vecchie torri e castelli, ma non disdegna di apparire ovunque. Questo essere predilige luoghi che hanno avuto un passato violento e crudele, poiché essi tingono e ritingono i loro berretti con il sangue umano versato in questi luoghi!!
Una variante abruzzese di questo essere fatato e il “Mazzamuriello” o “Mazzimarello” , il cui nome deriva da un bastone che reca con sé, con il quale battendo tre volte all’uscio di una casa indica un lutto imminente!!
E’ piccolo e brutto, con un capello rosso e una mantella dello stesso colore, a volte appare sotto le sembianze di un cane, sempre annunciato da una folata di vento al cui centro c’è appunto questo folletto. Si dice anche che queste folate di vento siano, in realtà, l’anima dei bambini non battezzati e che questi spiritelli ne siano la manifestazione fisica!!
Le feste incantate
Le fate sono grandi amanti della musica e spesso danzano intorno ai funghi alla luce della luna, accompagnate dalla musica di flauti ed arpe. Si crede che molte canzoni popolari scozzesi siano state composte proprio dalle fate e che poi da loro siano state insegnate ai pochi fortunati che, attratti nel Regno delle Fate da quelle magiche melodie, tornarono nel nostro mondo. Durante le notti estive spesso le fate organizzano feste danzanti o serate di giochi. Esse amano giocare al chiaro di luna con una palla d’oro o ballare in cerchio. Ma attenzione se si vede un cerchio composto da fate non bisogna farsi attirare dalla musica, poiché si è costretti a prendervi parte ed a ballare sino allo sfinimento. Anche se, una volta entrati, sembra che le danze durino per qualche ora, in realtà la durata, rapportata al tempo degli umani, è di circa sette anni. L’unico modo per uscirne è quello di essere salvati da qualcuno che, prestando attenzione a non rimanere prigioniero lui stesso, si sporga e trascini via il malcapitato. Da molto tempo il Popolo Fatato lascia numerose tracce delle sue baldorie notturne. Il mattino dopo una delle suddette feste sul prato appaiono misteriosi cerchi perfetti, i cosiddetti “anelli delle fate”. Alcuni di questi anelli esistono veramente e sono visibili in Europa e nell’America Settentrionale. Il loro diametro varia da pochi centimetri a 60 metri. Gli scienziati affermano, però, che tali cerchi sono provocati da una specie di funghi, i Basidomicetes. I giorni propizi per incontrare le fate sono:
“Capodanno”
1 Febbraio
25 Marzo
1 Aprile
1 Maggio
1 Agosto
23 Giugno
Notte tra il 23 Giugno ed il 24 Giugno
Vigilia Di Ognissanti
Vigilia di Natale
Natale
Pentecoste
Solstizi: 21 Marzo- 21 Giugno- 23 Settembre- 21 Dicembre
LE FATE DELLA MONTAGNA
Da alcuni anni a questa parte, dopo l’uscita del mio ultimo libro “Dee, fate, streghe dall’Abruzzo intorno al mondo”, mi è stato chiesto in più occasioni di tenere una serie di conferenze sulla condizione delle donne nella storia; purtroppo a causa di una serie di sfortunati eventi, per citare un famoso film, non mi è stato possibile farlo, perciò ne ho approfittato sia per riflettere e sia per raccogliere ulteriori contributi ed idee su questo tema. Scrivo nell’introduzione del mio libro Dee, fate, streghe dall’Abruzzo intorno al mondo:
“Fin dagli albori della storia l’uomo ha sentito il bisogno di attribuire i fenomeni naturali al potere di entità sovrannaturali. Il lasso di tempo che va dal 6500 al 4300 a.C., conosciuto anche come “rivoluzione neolitica”, fu caratterizzato dalla coltivazione regolare dei campi e dall’allevamento degli animali. Questa società, probabilmente matriarcale, nel culto, nelle arti e nella tecnica aveva come divinità di riferimento la Grande Madre Terra. Nelle religioni naturalistiche e arcaiche infatti, al pari della luce e dell’acqua, elemento imprescindibile è la terra poiché dal suo fecondo grembo nasce ogni essere vivente. D’altro lato essa rappresenta anche il sepolcro dei suoi “prodotti”, in quanto ricopre, con il suo manto tutto ciò che ha creato: si nasce da essa per tornare ad essa. Sempre, nel suo grembo, vanno, in inverno a ritemprarsi le energie, che poi in primavera tornano a riaffiorare. È ovvio, quindi, che lo scorrere del tempo e il volgere delle stagioni sembrassero agli antichi opere divine, compiute da una o più divinità legate alla terra. Così come la nascita e la morte, eventi celebrati in maniera tanto appassionata da degenerare spesso in riti orgiastici o sacrifici anche umani. Nelle società matriarcali la Madre Terra era considerata l’unica e sola divinità, ma con il passare del tempo e con l’avvento del patriarcato le fu equiparata una divinità maschile che crebbe a tal punto d’importanza da mettere in ombra la sua egemonia, fino a sostituirla del tutto: si pensi ad esempio, a Zeus, Giove o al Dio cristiano, che potrebbero essere il suo correlativo maschile. La Terra era ritenuta una benigna dispensatrice di messi presso le genti stanziate lungo i corsi d’acqua, rappresentazione di entità divine maschili che rendevano fertili il suolo; al contrario, essa diveniva una madre cattiva, sterile e avida quando gli uomini erano costretti con il duro lavoro a strappare dalle sue viscere i suoi frutti, e in questi casi era chiamata “Mater Dolorosa”.
Le donne da divinità creatrici di vita diventano prima comprimarie e nel corso della storia sempre più comparse fino a diventare trasparenti e alla fine a scomparire dalla storia. Alcune fonti imputano questo passaggio culturale da una società matriarcale ad una patriarcale al sincretismo cristiano e in particolar modo a Lilith che rappresenta il definitivo passaggio da divinità benefiche a quelle maligne e malefiche come le streghe e tutte le divinità demoniache diffuse durante il medioevo.
casa delle fate
Lilith era:
“Tra le tante divinità che possono essere considerate l’anello di congiunzione tra le dee, le fate e le streghe, Lilith sembra essere quella più appropriata. Lilith è la dea della tempesta ed è un demone femminile. Fu la prima moglie di Adamo ma, disobbedendo ai voleri di suo marito, fu allontanata; nella mitologia islamica è la moglie di Iblis, il diavolo, e la madre di tutti gli spiriti maligni. Secondo quanto afferma Fabio Truppi, Lilith non fu la sola divinità oscura dell’antica civiltà del Vicino Oriente antico. Altra terribile dea-demone mesopotamica denominata, tra l’altro, “sorella delle divinità delle Strade”, era Lamashtu. Da entrambe deriverebbe proprio la famosa dea greca Ecate, figlia di Zeus e Latona, o di Perseo e Asteria, oppure di Ade e Demetra. Ecate era anzitutto la personificazione della Luna, non priva di aspetti sinistri, la quale presiedeva durante la notte alle strade; la sua statua veniva posta in ogni incrocio, e incuteva paura persino agli spiriti, essendo essa la guida notturna dei morti. Fu ideata con tre teste, le tre fasi lunari, con chioma di serpi, reggente fiaccole e pugnali; siamo in presenza di una delle prime forme di Trinità divina (come per la teologia cristiana nei confronti del proprio Dio) largamente diffusa e conosciuta e di cui si hanno raffigurazioni già nel VI secolo. a.C. (una divinità analoga altrettanto importante nella cultura minoica del II millennio a.C. era stata la cosiddetta Dea dei Serpenti.) Gli antichi Greci credevano che avesse influenza sul bestiame, rendendolo fecondo o sterile a seconda del suo imperscrutabile volere; per far propendere verso la prima di tali evenienze, essi non mancavano di offrirle focacce con impressa la figura di un bue o di un ariete. La civetta era la sua messaggera sebbene nelle raffigurazioni essa poteva apparire più spesso con cani ululanti e simboli lunari; le fiaccole soprattutto significavano la sua funzione di accompagnatrice e protettrice degli uomini nella loro vita e nella strada dal mondo dei vivi a quello dei defunti. La denominazione Hekate Kleídoukoz, vale a dire “Colei che tiene la chiave”, si riferisce all’attributo divino che chiarisce come ella fosse predisposta a sorvegliare il “passaggio” dal mondo superiore al mondo infero, ctonio. Il serpente era collegato al mito del labirinto e di tale “passaggio”, ma anche al mondo degli inferi, dal momento che striscia sulla terra, divenendo poi secoli dopo, nella cristianità, il simbolo stesso del male. Presso le popolazioni di cultura celtica, tale importante divinità corrispondeva a Morrigan, la triplice dea lunare moglie del grande dio della luce Lug, di sicura derivazione dalla primigenia Dea Madre della fertilità e della vita. L’aspetto della Trinità (la vergine, la madre e la vecchia), come risulta anche dalla statuaria celtica, è accompagnato dal simbolo della Luna giacché quest’ultima in cielo percorre il triplice ciclo di nascita, crescita e morte. (Figura letterariamente vicinissima alla Morgana arturiana, alter ego dello stesso druido Merlino). Altre figure molto simili e vicine nella loro significativa simbologia divina sono le Moire della mitologia greca, le tre divinità vestite di bianco, chiamate Cloto, Lachesi e Atropo, rappresentate nell’atto di filare i giorni della vita di ogni uomo, dalla giovinezza alla vecchiaia. In particolare Atropo, la più piccola di statura delle tre, era considerata anche la più terribile, anche e soprattutto perché apportatrice della morte. Tutte e tre, altamente venerate, erano la personificazione stessa del Fato ineluttabile. Nell’antica Roma, la divinità che più di ogni altra si può accostare a Lilith è senz’altro Diana (l’Artemide dei Greci), considerata dea dei boschi e anch’essa personificazione della Luna. Un barlume di tendenza al “rispetto” è d’altronde riscontrabile proprio nella festa a lei dedicata e celebrata dai Romani il 13 agosto, la cosiddetta “festa degli schiavi”.
Con il crollo dell’Impero Romano e la definitiva cristianizzazione dell’Occidente, tutte le divinità pagane vengono eclissate, seppure mai del tutto, mentre si assiste a un crescente e implacabile dominio dell’importanza del ruolo maschile rispetto a quello femminile. A ciò va aggiunta quella profonda crisi economica e sociale che investì il Basso Medioevo, scatenata dall’arrivo e dalla diffusione epidemica della peste in Europa, causa di uno spaventoso tracollo demografico, anzitutto, e di una esasperata paura della morte e del giudizio divino cui neppure la fede e il fervore sembravano porre rimedio. Conseguenza dalle complesse sfaccettature di questa situazione sarà il fenomeno della caccia alle streghe, laddove la vittima sacrificale, che solo il fuoco poteva realmente purificare dal male, diveniva il bersaglio designato di un malessere ormai sfociato nel delirio più atroce e nel più buio oscurantismo (le streghe erano persino accusate di trasmettere malattie). Eppure il fenomeno della cosiddetta “stregoneria” oggi sappiamo essere molto più razionale e stratificato, nella sua manifestazione, di quanto si è pensato per secoli, fino a tempi recenti. Nell’Europa medievale ci sono donne che, in mancanza di poteri istituzionali, tentano di far sopravvivere il proprio gruppo sociale mediante nozioni che sono state loro tramandate da tempi ancestrali, e quindi utilizzano il buon senso e la saggezza per risolvere liti, usano erbe e decotti per curare, invero, le malattie, il tutto alimentato e tenuto vivo dalla fede nei vecchi dei, molto spesso identificabili con la Natura stessa, con il mondo delle piante e degli animali. Un concetto sempre più mal tollerato dalla Chiesa con il passare degli anni, tant’è che fu solo in un secondo tempo, quando il fenomeno divenne troppo rilevante per essere accantonato, che si ritenne necessario combatterlo, da principio classificando la stregoneria come una delle tante sette eretiche e successivamente come una categoria a parte. Irrimediabilmente segnata appare la sorte della civetta, del gufo e del barbagianni, tutti e tre uccelli notturni, ritenuti indistintamente e simbolicamente malefici e “ctonici”, i quali divengono vittime di un ulteriore equivoco che lega la civetta alla parola “strega”; in realtà, una certa differenza tra i vari animali era comunque presente soprattutto nell’antica Grecia dove il gufo era rispettato e ritenuto una sorta di animale sacro, nonché simbolo della dea Atena, a differenza della civetta che poteva invece far parte della selvaggina con cui eventualmente cibarsi. La strix di cui ci parlano Plauto, Properzio, Ovidio e Plinio, quell’uccello notturno che succhia il sangue soprattutto dei bambini e che sovente si presenta come la metamorfosi di una donna malvagia o di una larva, è però identificabile specificamente con il barbagianni; eppure in parecchi dialetti italiani la civetta (che in latino in verità è noctua) verrà chiamata in un modo che dipende proprio dalla parola strix, la cui assonanza con il termine sarà fin troppo scontata. Nella traduzione rabbinica medievale, Lilith è la sposa infedele di Adamo, la preferita delle quattro mogli del Diavolo e persecutrice dei neonati; il suo odio per Eva scaturiva dal fatto che lei le aveva preso il posto nel cuore di Adamo. Lilith era talmente temuta e la convinzione del suo potere nefasto fu talmente forte nel popolo ebraico che il capofamiglia, o una persona nota per la sua pietà, attaccava alla porta, sui muri, sul letto delle scritte che dicevano “Adamo, Eva, fuori Lilith”. Qualche volta venivano aggiunti pure i nomi dei tre angeli (Sanvi, Sansanvi e Semangelof) che, incaricati di annegare Lilith nel Mar Rosso, ne ebbero pietà e la risparmiarono facendosi promettete che non avrebbe fatto del male ai bambini là dove vedeva i loro tre nomi. Mentre la notte della circoncisione, in una ricorrenza così importante per gli Ebrei, Lilith veniva allontanata con la recitazione di letture pie. Per tutto il Medioevo la civetta Lilith è unanimemente considerata come l’aspetto femminile ancestrale della sessualità oscura, nonché essere funereo e notturno, così come descritto nei bestiari medievali, e fin troppo facilmente entrerà a far parte della tradizione esoterica e alchimistica. Per centinaia d’anni dunque la fama e l’influenza avute dal mito di Lilith si sono tramandate e preservate con una diffusione tale da ritrovare nella tradizione celtica chiari riferimenti a esso, successivamente all’importante divinità lunare di Morrigan. In particolare, è nella mitica figura irlandese della Banshee che persistono tratti evidenti celtizzati della dea Lilith e del legame con il mondo dell’oltretomba. La Banshee, così come leggiamo nel classico Dizionario irlandese, non sarebbe altro che uno spirito femminile, o fata-donna, che di notte era solita cantare lamentazioni funebri presso quella casa in cui qualcuno giaceva malato ed era vicino alla morte. Una tradizione […] simile a quella italiana dell’Uccello della Morte […]. Lilith, secondo la tradizione albigese, è una delle regine del Graal e, poiché gli albigesi sarebbero di razza elfica, il toponimo della loro città più importante, cioè Albi, in provenzale antico starebbe ad indicare un elfo femmina o, per estensione del significato, una fata. Gli Elfi femmine e le Fate erano guardiani della luce, della terra, della foresta e Spiriti Elementali. Sembra che gli albigesi, cioè Albi-Gens, fossero una stirpe delle potenti divinità sumeriche chiamate Anun-na-ki, cioè “il cielo che giunge in terra” oppure “coloro che vennero dal cielo”, come alcune fonti lasciano intendere, aprendo così alla possibilità che gli Anunnaki fossero una razza aliena.”
Come abbiamo visto le donne da divinità apportatrici di vita sono state, poi demonizzate fino al punto da essere perseguitate come entità demoniache. Infatti da dee sono diventate, maghe dee come Morrigan, Ecate etc, ad esempio che si sono trasformate, nel tempo, in streghe come Lilith. Accanto ad esse, però, come una sorta di altr’ego, vi sono le fate che utilizzano la magia bianca e usano questo loro potere per dispensare doni agli esseri umani; doni che, a volte, non sono poi veramente tali perché celano sempre qualche sorpresa non positiva come il caso delle fate della montagna:
“La tradizione vuole che alcune fate abruzzesi abitassero all’interno della Grotta del Cavallone nel territorio di Taranta Peligna e da lì ogni giorno volassero su tutti i paesi abbarbicati alle falde della Majella. Esse dispensavano doni e a volte, com’è nella loro natura, anche dispetti. Guardavano con occhi amorevoli le vite degli esseri umani, guidando molto spesso le loro azioni attraverso sogni premonitori o fortunose scoperte di preziosi. Un giorno, però, le divinità che regolavano il destino degli uomini, si irritarono per le continue ingerenze da parte delle fate e malvagiamente decisero di chiudere, con una frana, l’ingresso della grotta dove esse dimoravano. La leggenda dice che solo poche sopravvissute rimasero liberi di volare nel cielo abruzzese. Ancora oggi chi entra nella Grotta del Cavallone (o della Figlia di Iorio, come venne chiamata successivamente in onore di Gabriele D’Annunzio), può udire il lamento delle fate rinchiuse nell’antro, che diventa un melodioso e struggente canto all’udito del visitatore più attento. In una variante di tale leggenda si narra che le fate che abitavano in una fenditura della Grande Madre Majella avevano fatto irritare con i continui dispetti san Martino (patrono di Fara San Martino), il quale, per far cessare le loro continue scorribande, chiuse l’ingresso della grotta con dei massi che si staccarono improvvisamente dalla montagna. In una narrazione orale abruzzese tramandata per generazioni e generazioni all’interno di una cerchia familiare, non tutte le fate rimasero intrappolate all’interno della grotta del Cavallone; alcune di esse fuggirono e si rifugiarono all’ombra di un grande albero che si trovava in linea d’aria proprio di fronte all’ingresso murato dell’antro. Un giorno d’estate una donna di nome Anna Vittoria andò a lavorare la terra vicino a questo albero magico. Alzò un momento il capo dalla fatica e vide delle eteree fanciulle vestite di veli danzare intorno alla pianta. La contadina si avvicinò. Queste la invitarono a seguirla ma, al suo netto rifiuto, offese la schiaffeggiarono. Subito dopo, però, le domandarono se avesse un desiderio da realizzare. La donna, pronta, chiese di poter fare tutto ciò che la aggradava e così da quel giorno ebbe in dono una forza spropositata. Anna Vittoria, infatti, con la sola forza del pensiero trasportò una macina di pietra per le olive dal castello di Roccascalegna fino al luogo dove funzionò per molti anni e dove ancora oggi rimane. La donna sottoposta al sortilegio, di notte, munita di un fucile e con l’aiuto di uno sparuto gruppo di uomini, girava per le stradine del paese e dei boschi limitrofi per cercare malefiche creature: forse le streghe, nemiche giurate delle fate? Il racconto, non ce lo dice. Era un Venerdì Santo quando la donna, intenta a zappare in compagnia del padre, iniziò a schernirlo per la sua lentezza. Questi, in preda all’ira, le tirò in testa il manico della zappa. Anna Vittoria cadde a terra tramortita, mentre il padre continuò a lavorare nei campi senza preoccuparsi della sorte della sventurata. Di lì a poco arrivò la madre che, alla vista della figlia accasciata presso il pozzo, pensandola morta si mise a urlare con quanto fiato aveva in gola. Le grida richiamarono un gruppo di fedeli e il parroco, immersi in una funzione religiosa. Il prete iniziò il rito dell’estrema unzione. Ma Anna Vittoria, raggiunta da una goccia di acqua santa, si risveglio improvvisamente e prese a vomitare delle ciocche di capelli biondi, e da quel momento tornò ad avere un comportamento normale per i canoni dell’epoca. Molte persone che hanno conosciuto questa donna, realmente vissuta a cavallo tra Otto e Novecento, parlano di lei come di una virago altruista che in diverse occasioni ha salvato la vita ai suoi cari.”
Fonti
http://digilander.libero.it/officinadellefate/home.html
Mystero La Rivista dell’Impossibile n.7,10,16,19,24,27.
Le Fate a cura di David Larkin Biblioteca Universale Rizzoli 1999. http://lomion.altervista.org/lefate.html
“Dee, fate, streghe. Dall’Abruzzo intorno al mondo” di Nicoletta Camilla Travaglini Editore Tabula Fati, 2017.
Di Nicoletta Camilla Travaglini
“Dee, fate, streghe. Dall’Abruzzo intorno al mondo” di Nicoletta Camilla Travaglini
Editore Tabula Fati, 2017. Pagine 9 e 10
“Dee, fate, streghe. Dall’Abruzzo intorno al mondo” di Nicoletta Camilla Travaglini
Editore Tabula Fati, 2017. Pagine 51-56-
Da sempre gli uomini hanno personificato i fenomeni naturali, considerandoli come prodotto di divinità sovrannaturali a cui tributare doni. Queste divinità, la più importante delle quali sembra essere la Grande Madre, hanno da sempre accompagnano il cammino dell’uomo. La Grande Madre, personificazione della Terra, è stata una presenza costante, ingombrante, comprensiva, amorevole ma, a volte, anche cattiva e ostile, devastando le vite e i destini di popoli. Nicoletta Camilla Travaglini narra di un viaggio sulle tracce delle grandi Dee-Maghe come Angizia, Medea, Morgana ed altre, nonché dei luoghi sacri a loro dedicati, come Cocullo, Roccasale, dove dimorano le fate; Montebello sul Sangro, la città abbandonata; il lago di Bomba con il castello delle fate; Pretoro, Roccascalegna, Pennadomo e tanti altri luoghi, ognuno con una sua storia e un suo misterioso fascino.

.jpg)
















