Abbazia di Pomposa Via Pomposa Centro 12 Codigoro (FE) / Vi sono fitte immagini di elementi vegetali e animali, ma spiccano disposti specularmente tre figure scolpite ad altorilievo: pavone, aquila e leone (immortalità, conoscenza e nobiltà).
L’INCREDIBILE ABATE GUIDO E LA SIMBOLOGIA POMPOSIANA

ARTICOLO E FOTOGRAFIE / Isabella Dalla Vecchia e Sergio Succu
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Un tempo l’abbazia sorgeva su un’isola

Non esiste un documento che tratti dell’origine dell’abbazia ma è certo che qui, ove un tempo vi era un’”insula pomposia” vi sorgeva un primo cenobio, e già nell’874 fu redatto uno scritto di Papa Giovanni VIII contenente la richiesta del possesso del monastero, comprovando così la sua esistenza già in quella data. Fino al XII secolo l’abbazia si trovava sopra un’isola formata dal passaggio del Po che invadendo la pianura si divideva proprio in questo punto. La zona era ricca di boschi e il benessere era assicurato dall’attività della pesca e dalla salina di Comacchio. L’abbazia era insomma “benestante” e comprendeva anche molti possedimenti sparsi in tutta Italia, per un totale di 49 chiese e 19 diocesi, che le garantivano una luminosa fama di cui ebbe il suo apice nella prima metà del secolo XI con l’amministrazione dell’abate Guido.
“Nunc exitus est”, adesso è l’uscita

E’ anche per questo che oggi ci appare così estesa, quasi come una piccola cittadella. Purtroppo però nel 1152 capitò che il Po, rompendo gli argini a nord di Ferrara, si estese verso il settentrione, scomparendo così da Pomposa e trasformando il territorio in un’immensa e malsana palude.
Ciò rese invivibile l’abbazia e tutti i monaci si ammalarono lentamente di malaria a causa delle zanzare che avevano qui trovato il loro habitat naturale. I monaci tentarono in ogni modo di recuperare il terreno acquitrinoso, ma tutto fu inutile e furono progressivamente costretti a trasferisti insieme a tutti i beni della diocesi nel convento di San Benedetto di Ferrara.
Inoltre la palude rendeva instabile l’edificio, vi era il serio pericolo che sarebbe sfrofondato da un momento con l’altro. Nel 1663 la situazione divenne ingestibile è fu dichiarata la soppressione del monastero da Papa Innocenzo X, con l’ultimo monaco che se ne andò abbandonando il luogo vuoto nel 1671, lasciando una scritta su un pilastro interno, visibile ancora oggi: “nunc exitus est” ovvero “adesso è l’uscita”.
L’incredibile figura dell’Abate Guido

E’ importante parlare di questo personaggio divenuto poi santo, perché visse e fu il responsabile del periodo più splendido dell’abbazia. Guido aveva un carattere autoritario, non metteva nulla in discussione e la sua spiritualità era inattaccabile. Ciò gli attribuiva uno speciale carisma che trasmetteva anche ai muri pomposiani. Nacque nel 970 dalla nobile famiglia degli STRAMBIATI e presto si dedicò alla vita solitaria monacale, relegandosi sull’isola di Volana in totale solitudine per tre anni come iniziazione ai misteri.
In seguito fu chiamato a Pomposa dove in poco tempo divenne abate durissimo e impenitente. Ricchi, nobili, potenti, nessuno faceva eccezione quando si trattava di penitenza. Sarebbe giunto a flagellare lo stesso Bonifacio di Canossa, padre di Matilde, che si macchiava come la maggior parte dei nobili di alcune irregolarità, come quella di ricevere somme di denaro vendendo illegalmente beni sottratti alla chiesa. Bonifacio, conscio di ciò che aveva combinato, si recava ogni anno a farsi confessare dall’Abate Guido, ben consapevole di quello a cui andava incontro.
Vi è un altro episodio che contraddistingue l’abate Guido. L’Arcivescovo di Ravenna, Eriberto, decise di organizzare una piccola crociata contro l’abbazia per impossessarsi di tutti i suoi beni. Quando giunse sull’isola pomposiana e si trovò armato del suo esercito di fronte all’entrata, venne inaspettatamente accolto a braccia aperte dai monaci che lo condussero (furbescamente), come se lo aspettassero con ansia, al cospetto di Guido che con il suo carisma riuscì a convincerlo che stava commettendo un grave errore, lo spogliò delle sue armi e lo accompagnò in chiesa a pregare e a chiedere perdono. Eriberto si pentì e divenne il più grande alleato di Pomposa.
Altri miracoli caratterizzarono questo personaggio, tra i quali non mancano le sante guarigioni a monaci feriti durante i lavori dell’abbazia. Nel refettorio vi è un affresco nel quale Guido addirittura muta l’acqua in vino! Questo si riferisce a un episodio che vede protagonista l’arcivescovo di Ravenna Gebeardo che si era recato a Pomposa dopo aver raccolto voci di diverse irregolarità. Recatosi nell’abbazia venne accolto da Guido che senza nemmeno parlare o spiegare che le voci erano false, gli fu sufficiente versare dalla stessa brocca in due bicchieri differenti, vino per l’arcivescovo e acqua per lui. Il miracolo sorprese Gebeardo che non gli fece alcuna domanda.
Morì a Borgo San Donnino (l’attuale Fidenza) il 31 marzo 1046 durante un viaggio e venne sepolto a San Giovanni a Spira.
Guido D’Arezzo, l’inventore della scrittura musicale

Lo conosciamo come maestro di musica ma in realtà era monaco benedettino a Pomposa e ciò che è più importante è che proprio qui ideò l’impostazione delle note musicali all’interno del rigo musicale, inventando la base della scrittura musicale su pentagramma che viene utilizzata ancora oggi!
Fù infatti un’invenzione rivoluzionaria, perché fino ad allora la scrittura musicale era molto sommaria ed era costituita da segni diversi posizionati accanto alle sillabe scritte per una canzone, senza che venisse indicata la durata, l’altezza, la pausa del suono. In sé costituiva solo un suggerimento per una melodia che veniva imparata a memoria per rendere più facile ai cantori l’apprendimento delle melodie scritte sul rigo.
Fu un genio incompreso perché questa nuova metodologia venne rifiutata, non perché non fosse innovativa e particolarmente utile, me perché così la musica poteva essere letta da tutti e non solo tramandata da monaco a monaco. Ma la fama di Guido giunse ovunque in poco tempo e nel 1027 fu chiamato ad insegnare alla Cattedrale di Arezzo per volere del Vescovo Teobaldo di Canossa. Poi fu chiamato a Roma dallo stesso Papa Giovanni XIX. Qui incontrò l’abate Guido che non mancò di travolgerlo con il suo infallibile carisma e scusandosi per l’incomprensione della sua genialità, a nome dei monaci di Pomposa, lo convinse a ritornarci dove passò gli ultimi giorni della sua vita terrena.
La nascita dell’abbazia

L’abbazia venne costruita tra il 751 e l’874, la prima data è dedotta dal materiale di riutilizzo proveniente da Ravenna, la seconda da un documento che prova che l’abbazia esisteva già. Fu probabilmente edificata sopra una piccola chiesetta dedicata a San Michele, oggi scomparsa, del VI – VII secolo.
La struttura che vediamo oggi non è quella originaria ma è la somma di un insieme di ristrutturazioni e ampliamenti, con un primo intervento ad opera dell’abate Guido che la ampliò di due navate, e con un secondo da parte di Mazulo che fece costruire l’atrio che nasconde in parte la facciata.
Il pavone, l’aquila e il leone dell’atrio

L’atrio ha tre arcate d’ingresso e ai lati presenta due splendide finestre circolari chiuse da transenne traforate. Vi sono fitte immagini di elementi vegetali e animali, ma spiccano disposti specularmente tre figure scolpite ad altorilievo: pavone, aquila e leone (immortalità, conoscenza e nobiltà).
Sopra l’arco centrale vi è una croce di reimpiego e, su quelle laterali, due animali fantastici. Nelle finestre circolari vi sono due grifoni alati nell’atto di mangiare i frutti dell’albero della vita al centro della composizione.
La rendita di benessere nell’aldilà!

A destra vi è una piccola lapide che reca la seguente iscrizione: “Io maestro Mazulo che ha fatto questa opera vi scongiuro di pregare per me il Signore e dire: che Dio onnipotente abbia misericordia di te.”
Non è raro che si rechi la firma del committente su un’opera religiosa, ma questa iscrizione è davvero particolare! Mazulo chiede ad ogni passente una preghiera come se questa costruzione sia una sorta di rendita di benessere dell’aldilà! Non si può dire che non abbia agito furbescamente…
L’abbandono della materia nel campanile

Una lapide posta sul basamento del campanile, ricorda la data di fondazione, ovvero il 1063 ad opera dell’architetto “magister” DEUSDEDIT. La struttura mantiene ancora oggi il suo particolare stile romanico-lombardo, al tempo molto diffuso.
La base è in pietra naturale e il resto è costituito da mattoni interrotti da monofore via via sempre più larghe fino al quarto piano per trasformarsi prima in bifore, poi in trifore e infine in quadrifore fino alla cella campanaria. Questa sorta di alleggerimento verso l’alto, che tende a conferire alla struttura la sensazione dell’abbandono della materia per l’assimilazione dell’aria, dava al campanile un tocco di originalità e di spiritualità all’intero complesso.
Il percorso iniziatico della pavimentazione

Entrando nell’abbazia siamo inevitabilmente circondati da un vortice artistico senza pari, è possibile notare l’interno a tre navate ricco di splendidi affreschi, mentre sotto i nostri piedi si staglia la stupenda pavimentazione. Il pavimento è suddiviso in diversi settori, i primi tre nei pressi dell’altare, definivano il “coro”, l’area nella quale i monaci si sedevano per le celebrazioni, distinta dalla zona “aperta” riservata ai fedeli.
La prima area che si incontra entrando nell’abbazia è decorata da un disegno geometrico costituito da cinque cerchi. Essendo questo un disegno che abbiamo ritrovato in altri contesti potrebbe non essere finalizzato alla decorazione geometrica ma potrebbe contenere un suo personale significato, quello dei cinque livelli di conoscenza attraverso i quali l’iniziato può giungere alla verità. Senza averli compresi non si può pensare di arrivare all’illuminazione.
Quando le pavimentazioni sono così ricche e complesse, è impensabile che non rechino con sé un messaggio preciso sui passi da seguire per arrivare all’altare. Dopotutto il cammino è a senso unico e l’iniziato, tenendo la testa bassa in segno di umiltà, era obbligato a leggere ciò che vi era scritto sotto i propri piedi e, seguendo le simbologie, come fossero veri e propri segnali stradali, avrebbe intrapreso la via corretta da seguire anche nella vita. Certo i muri raccontano le storie passate della Bibbia, oppure il futuro dei fedeli (inferno per i peccatori e paradiso per i meritevoli), ma i pavimenti sapevano marcare il presente di ognuno di noi, ricordandoci che ogni nostro passo ha una sua importanza.
Inotre vi è incisa la data della riconsacrazione della chiesa, il 7 maggio 1026. Infine vi è una fascia con alcuni animali fantastici che si affrontano, tra i quali spicca il leone, simbolo della Resurrezione di Gesù a sinistra, il drago, simbolo del male a destra e al centro un cervo e un agnello, simboli del sacrificio.
Ecco che dopo aver intrapreso il percorso iniziatico si giunge al sacrificio della propria vita e dell’anima contesa tra il bene e il male. E non a caso il cervo è rivolto verso il leone, il bene, la scelta giusta. Se Gesù è l’agnello noi siamo i cervi. Il tutto è circondato da diversi uccelli metafore degli angeli e dei messaggeri di Dio che costantemente ci osservano e comunicano il nostro operato. Infine, dopo aver superato tutto questo, si giunge all’altare nei pressi di una stella che riporta il nome di “Pomposa” (la chiesa che ha permesso questo cammino) dalla quale si diramano quattro bracci bianchi di luce a formare una croce.
Vi è ancora oggi l’originale acquasantiera romanica con catino e telamoni.
Gli affreschi pomposiani e la tortura di Sant’Eustachio

La lettura degli affreschi è quasi organizzata “a spirale” perché si inizia con l’ultima fascia in alto a partire da sinistra con le scene del Vecchio Testamento, continuando si fa un cerchio con gli occhi giungendo all’inizio della navata destra. Poi si ricomincia di nuovo da sinistra passando alla fascia centrale con le Storie del Nuovo Testamento per tornare al punto di partenza. Infine l’ultima fascia bassa narra per intero l’Apocalisse. Passato, presente e futuro, in tre cerchi sovrapposti. Nella controfacciata vi è il Giudizio Universale presente anche nell’abside. Mentre alle spalle abbiamo sia il paradiso che l’inferno, sopra l’altare abbiamo rappresentati solo i beati in completa simbiosi con Gesù seduto in trono all’interno dela mandorla.
La qualità pittorica è eccezionale per la ricchezza e i particolari delle vesti. In alto vi sono gli angeli e in basso i beati, ma sono identificabili solo quelli di destra perché quelli di sinistra sono quasi tutti scomparsi. Impossibile non notare Maria con l’abito più bello del gruppo, che presenta il committente Andrea (chi finanziava chiese o affreschi aveva il posto assicurato in paradiso!) a Gesù e porta accanto a sé l’abate Guido. Ha in mano un cartiglio con scritto “TUAM FILI CLEMENTIAM” chiede a Gesù insomma di avere un occhio di riguardo a tutta la comunità pomposiana. Poi di seguito Santa Caterina, Sant’Orsola, Sant’Elena e Santa Maria Maddalena. Sotto la rappresentazione vi è San Martino di Tours e San Giovanni Battista, poi a sinistra gli Evangelisti e a destra i dottori della chiesa.
Al di sotto vi sono sette immagini sulla vita di Sant’Eustachio.
- Placido, capitano dell’esercito di Traiano, durante una partita di caccia insegue un cervo che dopo molte corse rivela tra le corna l’immagine luminosa di Gesù (il cervo è rappresentato anche nel pavimento). Rimane così folgorato dall’apparizione e si converte facendosi battezzare col nome di Eustachio insieme alla moglie e ai figli.
- Battesimo della famiglia
- La moglie viene rapita dai pirati e Eustachio rimane solo con i figli
- I figli vengono rapiti dalle fiere
- Eustachio è disperato
- I figli si salvano e si ritrovano con i genitori
- L’imperatore Adriano ordina l’arresto della famiglia di Eustachio e li dà in pasto alle belve, ma il leone si lascia ammansire. Allora i carcerati vengono inseriti in un bue di bronzo rovente (una tortura molto diffusa perché gli imperatori si divertivano a sentire gli strani versi uscire dal bue che altro non erano che le urla dei condannati). I quattro martiri non emettono alcun suono, non sono doloranti e vengono condotti in cielo dagli angeli. Sotto vi sono rappresentati i dieci profeti divisi al centro da un angelo che reca la scritta BEATI OCULI QUI VIDENT QUAE VOS VIDETIS.
Il Giudizio Universale all’entrata

In questo Giudizio universale Cristo è rappresentato al centro della composizione, all’interno della mandorla, con gli angeli musicanti e con sotto i dodici apostoli. Nella parte sottostante l’area, divisa dalla porta, mostra a sinistra di Gesù l’inferno nelle sue più atroci sofferenze atte a trasmettere puro terrore a chi aveva il coraggio di osservare la scena; domina la scena un Lucifero visto come un mostro che divora le anime dannate.
A destra di Gesù vi sono le schiere di Patriarchi che conducono al Cristo le anime dei bambini del Limbo, coloro che, morti alla nascita non hanno potuto ricevere il sacramento del battesimo.
Al limite superiore vi è Gesù benedicente con alla sua destra la Gerusalemme celeste e alla sua sinistra gli strumenti della passione.
Interessante l’Apocalisse nella terza fascia delle navate per la minuziosità in cui è stata rappresentata. La maggior parte degli affreschi è attribuita a VITALE DA BOLOGNA, mentre l’Apocalisse ad ANDREA DE’ BRUNI.
Non è così facile vederla rappresentata nelle chiese antiche forse perché un tema tanto “visionario”, come quello dell’ultimo libro della Bibbia, non era semplice da rappresentare e da far comprendere ad un popolo che spesso si trovava a dover capire i Vangeli attraverso le parabole più semplici da capire. L’Apocalisse qui è addirittura narrata nei minimi dettagli, la cui irreale lettura è destinata a pochi, ricca di simbolismi e numerologia al limite anche della nostra comprensione.
Tutto viene raccontato ad immagini, dai sette candelabri, ai quattro cavalieri, dalla spada in bocca a Gesù al Libro dei sette sigilli, fino al mostro a sette teste che minaccia la donna con dodici stelle sul capo vestita di sole e con la luna sotto i piedi e che poi viene grandiosamente, in questo caso, sconfitta dall’arcangelo Michele. Poi vi è una bestia con corpo di leopardo e zampe di orso accompagnata da un leone/lupo a minacciare l’angelo con un testo sacro in mano, ma Gesù chiama un altro angelo che esce da una chiesa (forse Pomposa?) e lancia i sette flagelli destinati all’umanità (salvando però i 144.000 prescelti).
Vi è poi la donna meretrice che cavalca la bestia ma giunge infine Gesù vittorioso su un cavallo bianco con la spada in bocca (destino e parola). Infine vi è Dio trionfante da cui partono alcune colombe in volo, a manifestare la vittoria del bene, mentre il mostro viene relegato all’inferno.
Il confronto delle due cene nel refettorio

Nel refettorio troviamo rappresentato il miracolo di San Guido, quello in cui avrebbe trasformato l’acqua in vino dinnanzi al Vescovo Eriberto e l’Ultima Cena, come se le due cene avessero un simile valore spirituale, anche se il miracolo di San Guido è paragonabile alle Nozze di Cana.
Il colore come trascorrere del tempo

Nell’aula capitolare è possibile trovare una piccola curiosità. E’ presente una crocifissione fortemente colorata e ricca di tonalità, mentre nelle pareti laterali viene rappresentata una serie di profeti all’interno di bifore dipinte come fossero vere finestre. Sofonia, Amos, Ezechiele, Daniele, Zaccaria, Giovanni Battista, Gioele, Abacuc, Geremia, Isaia, David, Mosè sono dipinti a un unico colore. Questa è un’innovazione pittorica di grande modernità, il pittore ha voluto accostare colori vivaci a colori spenti per narrare il trascorrere del tempo. I profeti sarebbero il “passato” con le loro tonalità quasi in biancoe nero, mentre Gesù col colore non solo rappresenterebbe il presente, ma anche il futuro dato dalla tonalità forte.
Un vero e proprio genio, un precursore di un nostro attuale stile rappresentativo. Infatti per noi una foto in bianco e nero o con colori sbiaditi, è “vecchia”, mentre una foto con colori accesi la percepiamo come scattata di fresco!
Pomposa, un’abbazia non così tanto conosciuta, addirittura abbandonata anche in passato, nell’isolamento dei lidi ferraresi, ma che in sé conserva innovazioni senza pari sia nel campo della pittura che della musica, che ha saputo ospitare personaggi dalla spiccata genialità, come Guido D’Arezzo e l’abate Guido, che sanno far parlare di sè, del loro genio e del loro carisma ancora oggi, personaggi da non dimenticare mai per andar fieri del nostro passato.
Il sito dei misteri
www.luoghimisteriosi.it – info@luoghimisteriosi.it



















