CESENA – LA ROCCA MALATESTIANA / Anche questa Rocca ha il piacere di ospitare, come gran parte dei castelli, i propri fantasmi, esiste un corridoio a loro dedicato chiamato per l’appunto corridoio “dei fantasmi” per via di alcune apparizioni, fenomeni paranormali ed inspiegabili.
IL CORRIDOIO DEI FANTASMI E LA STANZA DELLE TORTURE

articolo di Isabella Dalla Vecchia – info@luoghimisteriosi.it
fotografie di Luca Spinelli – magnificaitalia@altervista.org
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CATEGORIE
COSTRUZIONI ANOMALE
FANTASMI
PERSONAGGI (Cia degli Ubaldini – Leonardo da Vinci)
TORTURE

I capitoli di questa scheda sono:
• La Rocca Malatestiana
• Cia degli Ubaldini, una delle più forti donne combattenti italiane
• L’irregolarità della struttura, il “maschio” e la “femmina”
• Leonardo da Vinci è stato qui
• Il rifugio antiaereo
• Le iscrizioni dei prigionieri
• Il pozzo dei rasoi e il corridoio del nano
• Il corridoio dei fantasmi e la sala delle torture
La Rocca Malatestiana
La Rocca Malatestiana è l’ultima di una serie di rocche costruita con la finalità difensiva di Cesena, che, in seguito ad una serie di episodi, vennero distrutte e poi ricostruite. La prima di cui si ha documentazione è la Rocca antica, distrutta per un semplice evento naturale, in seguito ad una frana. La successiva rocca fu assediata da Federico Barbarossa nel 1241 per contrastare la dominazione guelfa, conquistandola e ricostruendola più solida con il nome di Rocca Vecchia o “dell’Imperatore”.
A nulla valse perchè venne successivamente distrutta nuovamente dal Cardinale Ottaviano degli Ubaldini, legato papale a vendetta dello sterminio guelfo nel 1248. Il podestà di Cesena la distrusse nuovamente nel 1294, poi fu ricostruita nel 1300 da Guido da Montefeltro. Accaddero nuovi attacchi e distruzioni nel 1377 ad opera di John Hawkwood (chiamato più semplicemente Giovanni Acuto) che su commissione di papa Gregorio XI uccideva senza pietà tutto ciò che era ghibellino. La Rocca che vediamo oggi è quella definitiva voluta da Galeotto Malatesta nel 1380.
Cia degli Ubaldini, una delle più forti donne combattenti italiane
Viene qui ricordata una figura di una donna combattente molto coraggiosa.
Per chi ancora non lo sa la storia femminile non è fatta solo dalle figure eccezionali di Giovanna d’Arco, ma molte donne diedero prova di coraggio nel passato in alcuni casi più degli uomini.
Marzia degli Ubaldini, detta Cia, fu non solo un personaggio di spicco nella storia di Cesena, ma viene ricordata fra le donne combattenti più famose d’Italia. Marzia, nipote del grande Maghinardo Pagani, ne fu senz’altro degna erede. Moglie di Francesco Ordelaffi, il tiranno, si fece onore in battaglia guidando l’ultima resistenza della Rocca di Cesena contro le milizie Papaline del terribile cardinale Albornoz (primavera del 1357).
Tutto ebbe inizio nell’anno 1353 quando papa Innocenzo IV decise di eliminare la scomoda presenza ghibellina degli Ordelaffi nella Romagna, assoldando il cardinale spagnolo Egidio Carilla Albornoz, famoso per il suo carattere duro, fermo e deciso ma soprattutto per la sua fedeltà al pontefice. Francesco Ordelaffi reagì al suo nemico prima trasformando il monastero di Santa Maria del Monte in fortezza, non senza disapprovazione del popolo, per avere un punto strategico a suo favore e successivamente si diresse a Forlì per organizzare il suo esercito, lasciando alla guida della difesa della Rocca di Cesena la moglie, Marzia degli Ubaldini, con l’obbligo incontestato di eseguire ogni suo ordine, come fosse la sua stessa parola.
L’Albornoz assediò Cesena ma ebbe vita dura, perché Cia non sono riusciva a mantenere una buona resistenza, ma soffocò anche attacchi interni da parte di cittadini che volevano arrendersi al pontefice, arrivando a far decapitare i suoi condiglieri di fiducia che la stavano convincendo a rimandare l’esecuzione di alcuni traditori. Nonostante la sconfitta finale, occorre evidenziare che la resistenza è stata eroica se si pensa che l’Albornoz era terribile (e per questo scelto dal Papa), inoltre possedeva armi micidiali, i mangani che lanciavano palle di ferro roventi. Cia dichiarò resa il 21 giugno, abbandonò Cesena incendiando il campanile della cattedrale, come ultimo sfregio alla Chiesa e la città ne uscì tanto distrutta che papa Urbano V regalò l’indulgenza a chiunque avesse versato offerte per poterla ricostruire.
L’irregolarità della struttura, il “maschio” e la “femmina”
Presenta pianta esagonale irregolare con sette torri esterne di forma differente, circolare, quadrata, rettangolare, poligonale. Al centro vi è una piccola anomalia, dato che non è presente solo il classico maschio, come torre alta e snella, ma accanto vi è la “femmina” una torre più bassa e larga. I lavori finirono sotto la supervisione di Papa Sisto IV.
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a sinistra il “maschio” a destra la “femmina”
Leonardo da Vinci è stato qui
Nel 1502 la città accolse Leonardo Da Vinci che su commissione di Cesare Borgia detto “il Valentino” completò le fortificazioni con una tecnica architettonica innovativa per le scale interne della torre, perchè le distribuì in maniera concentrica e sovrapposta.
Leonardo aveva il compito di revisionare le fortificazioni del Castello per crearne un miglioramento. Ci restano alcuni suoi disegni raffiguranti i rilievi della cinta muraria, le due rocche, i rastrelli della porta principale. Diede la sua approvazione per il nuovo sistema di bombardiere sul muro della Rocca Nuova e delle postazioni chiamate “alla franosa”. Questo periodo ricorda anche la prigionia nella rocca di Caterina Sforza da parte di Cesare Borgia
Il rifugio antiaereo
Interessante nei pressi di Viale Manzoni il tunnel-rifugio antiaereo progettato dall’Ingegner Mario Tellerini con la lunghezza di sessanta metri, un sistema di illuminazione e di rifornimento d’acqua con due latrine.
Le iscrizioni dei prigionieri
L’interno del castello raccoglie strumenti della vita contadina, arredamenti antichi e armi. Nei pressi dell’armeria sono presenti alcune classiche aperture dai quali si lanciava a tradimento sopra i nemici sassi frecce o pece bollente (mai l’olio bollente, era troppo raro e prezioso!). Fu utilizzata come carcere dopo l’epoca napoleonica e le torri maschio e femmina erano collegati con un ponte levatoio (oggi scomparso) ma sono ancora visibili i cardini che lo manovravano. All’interno del maschio nel piano superiore alla sala del Comandante, in due celle si vedono ancora oggi disegni e iscrizioni dei prigionieri.
Il pozzo dei rasoi e il corridoio del nano
Percorrendo i camminamenti interni si attraversa il “corridoio del pozzo” chiamato così per via di una grata a metà corso che si affaccerebbe sul famigerato “pozzo dei rasoi” una tortura abbastanza diffusa nella quale venivano gettati i prigionieri che morivano tagliati dalle lame che affioravano dalle pareti. Secondo altre interpretazioni quello poteva essere un passaggio segreto come fuga dal castello in seguito ad attacco a sorpresa. Nella stanza della Torre di Guardia in prossimità delle spallette della finestra ci sono alcune incisioni, probabilmente in lingua cirillica realizzate da soldati, l’unico nome leggibile è quello di Giulio Croce.
Una scala a chiocciola porta alla stanza circolare delle cannoniere, ove si trovavano un tempo due cannoni che sparavano dall’alto delal rocca. Sopra vi è un camino dal quale sarebbe uscito il fumo nocivo delle polveri da sparo durante l’esplosione del colpo. Da qui si accede al “corridoio del nano” così chiamato per l’obbligo di percorrerlo a testa chinata, cosicché gli invasori non avrebbero avuto grande libertà di offesa.
Il corridoio dei fantasmi e la sala delle torture
Anche questa Rocca ha il piacere di ospitare, come gran parte dei castelli, i propri fantasmi, esiste un corridoio a loro dedicato chiamato per l’appunto corridoio “dei fantasmi” per via di alcune apparizioni, fenomeni paranormali ed inspiegabili. Sarebbe l’ultimo tratto del corridoio più lungo dell’edificio (130 metri) illuminato solo dalle feritoie rivolte al cortile interno. Forse queste aperture facendo passare l’aria, provocavano il rumore del vento o movimenti strani. Peccato che nel corridoio dei fantasmi ciò non potrebbe accadere perchè le feritoie sono state chiuse dalla presenza di un edificio adibito a cucina del carcere e abitazione del custode, colui che per primo avrebbe parlato di eventi inspiegabili.
Dopo aver sceso una lunga scala di quarantadue gradini, si può ancora scendere fino alla stanza semicircolare interrata definita sala delle torture per la sua lontananza dal complesso e il suo infossamento nel terreno tipico degli ambienti in cui avvenivano i terribili interrogatori, affinché le urla dei prigionieri scomparissero nella polvere come avveniva per lo stesso condannato. L’interno è collegato all’esterno tramite una feritoia, è presente una bocca da fuoco e una porta oggi murata. Degna di interesse è la “Scala dei cavalli” trattasi di una scala con cordoli coi quali si facevano accedere i cavalli dal fossato fino alla corte della cisterna, il cuore della fortezza, la zona più protetta.
A guardarla così forte e possente, mai si direbbe che sia stata distrutta in tante occasioni, dopotutto vanta le mura più spesse di tutta la Romagna (3-4 metri) caratteristica questa che rende la Rocca famosa per la sua inespugnabilità. Forse all’occhio dell’uomo, più qualcosa è grande e indistruttibile, più conferisce valore e soddisfazione nell’esser distrutta. Come eterni bambini costruiamo e poi demoliamo.

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