LUOGHI DI FORZA

IL NOSTRO LIBRO UFFICIALE!

Aiutaci a crescere. Acquista il nostro libro!


I NOSTRI SITI




VIDEO

REGIONI D'ITALIA

LUOGHI




 



Luogo: Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio - Piazza della Signoria 2, 50122 Firenze

Questo luogo appartiene al gruppo:
Graal
reliquie (sindone)
Templari

Simbolo:
bafometto

Regione:
Toscana


FIRENZE: IL MISTERIOSO BAPHOMET DEI TEMPLARI È QUI RAFFIGURATO A PALAZZO VECCHIO?


“…In tutte le province essi possedevano idoli, teste con tre facce, con una sola o anche crani umani… Nelle loro assemblee e soprattutto nei Grandi Capitoli essi adoravano l’idolo come un Dio, come il loro Salvatore, affermavano che questa testa poteva salvarli, che concedeva all’Ordine tutte le sue ricchezze e che faceva fiorire gli alberi e germinare le piante della terra…”

Chi erano mai questi personaggi dediti all’adorazione di una misteriosa testa?
Immaginiamo che gli appassionati lettori di questo libro sui mille “misteri” che ci circondano l’avranno già capito: si tratta dei Cavalieri Templari, l’ordine monastico cavalleresco che, più di ogni altro, ha fatto versare i tradizionali fiumi d’inchiostro riguardo alle loro misteriose ed enigmatiche vicende.
Argomento a proposito del quale anche chi scrive ha aggiunto la sua personalissima  “parte di inchiostro” pubblicando “Baphomet: sulle tracce del misterioso idolo dei Templari” (Sugarco, 2006).
Riterrei necessaria una premessa: non è stata  intenzione dell’autore, durante la stesura del libro, ripetere l’intera storia dell’arresto, degli interrogatori, delle torture e delle condanne dei Templari che caratterizzarono la Francia di quei lontani anni compresi tra il 1307 e il 1314. Il prologo di quella che potremmo definire una tragica farsa, una farsa che coinvolse un re di Francia, un papa e tutta una serie di personaggi che dal crollo dell’impero templare avevano molto, moltissimo da guadagnare. Per tutto questo rimanderei al citato libro e, per i particolari di carattere storico, suggerirei ai lettori più interessati di consultare l’ampia messe di libri sull’argomento.
Nel libro citato sono state analizzate le vicende relative a quello che si ritiene essere l’idolo adorato dai Templari durante le loro cerimonie segrete, il Baphomet. Ripercorrendo le diverse ipotesi formulate riguardo alla sua natura, ci siamo soffermati sulla possibilità che ancor’oggi si possano trovare tracce dell’idolo sulle terre in cui operarono i Poveri Cavalieri del Tempio di Salomone, compreso il nostro Bel Paese.
In queste brevi note visiteremo, in particolare, una località italiana: Firenze.
Prima di arrivare nella splendida cittadina toscana facciamo un breve salto indietro nel tempo…

Sulle tracce del Baphomet

Le testimonianze, raccolte durante il processo, fanno supporre che in ogni Casa templare esistesse uno, o più, di questi idoli nelle sue diverse forme. In realtà durante le perquisizioni effettuate dagli uomini di Filippo il Bello, non si trovò alcun esemplare dell’idolo misterioso. Tranne che in un caso…
L’11 maggio del 1311 al fine di far luce sulla natura dell’idolo, la commissione pontificia chiede a Guillaume Pidoye, l’amministratore dei beni sequestrati all’Ordine del Tempio, se avesse trovato qualcosa di particolare durante il sequestro. Guillaume racconta di quanto ritrovato nel Tempio di Parigi…

“… Una testa grande e bella, d’argento dorato, che rappresentava un volto femminile e racchiudeva le ossa di un cranio, avvolte in un panno bianco coperto da una stoffa rossastra…”

Non c’era altro nella casa del Tempio oltre che questa testa recante l’enigmatica iscrizione Caput LVIII m, secondo gli storici un semplice numero d’inventario.
Probabilmente Guillaume si trova di fronte ad un semplice reliquiario forgiato a busto di donna, usato per conservare le ossa di qualche santa recuperate dai Templari durante la loro permanenza nella terra dove il Cristo predicò, dove la Maddalena visse e soffrì insieme a lui…
Da quanto emerge dalle deposizioni estorte con la tortura, infatti, si crea confusione tra l’idolo misterioso, il Baphomet, e il contenitore in cui questo veniva conservato al punto che spesso l’uno era scambiato con l’altro.
Di chi potevano essere quelle reliquie così preziose al punto di venire conservate nella casa madre del Tempio, in quel di Parigi? E quell’iscrizione Caput LVIII m rappresenta molto semplicemente un numero d’inventario?
Forse no, forse il numero 58 seguito da una m potrebbe avere una valenza esoterica particolare, forse la m potrebbe ricondurci al simbolo astrologico della Vergine…
Interessante è il fatto che il simbolo astrologico della Vergine, nel linguaggio iconografico medievale, rappresenta Notre-Dame. In questo caso sarebbe stato un riferimento diretto alla Vergine Madre alla quale i Cavalieri del Tempio erano profondamente devoti.
Indipendentemente da questi legittimi dubbi il Caput LVIII m risulta essere l’unico idolo, l’unico Baphomet, ritrovato.
Dove si trovano gli altri?
Giunti a questo punto della trattazione la nostra ricerca, come di consueto, si stacca dalle affascinanti pagine della storia, abbandona momentaneamente gli antichi e polverosi volumi per passare alla fase decisamente più avvincente, quella della ricerca sul campo. Questa è la fase in cui occorre staccarsi dai Dogmi o, perché no, dai pregiudizi e osservare con obiettività ciò che ci troviamo di fronte, solo in questo modo è possibile analizzare i fatti nei loro molteplici aspetti al fine di creare un quadro della situazione quanto meno attendibile.
Anche in questa indagine sul mistero che avvolge l’idolo dei Templari mi sono  armato della proverbiale pazienza e ho intrapreso un viaggio sulle tracce dell’idolo, visitando tutte quelle località in cui le leggende, le tradizioni locali e i dati storici indicano la presenza dell’obiettivo della nostra ricerca, il Baphomet.
Il  viaggio mi ha portato a seguire un itinerario nel Vecchio Continente partendo dalla Francia, la terra che ha cullato la nascita e lo sviluppo dei Templari, passando per le atmosfere gotiche della vecchia Inghilterra, percorrendo le polverose strade di due terre ricche di elementi interessanti come la Spagna e l’Austria, per concludere il nostro viaggio in Italia dove abbiamo constatato come i segni e i simboli talvolta siano più vicini a noi di quanto solitamente si pensi.
Iniziamo quindi il nostro brevissimo viaggio ricco di spunti curiosi e interessanti sorprese…

Palazzo Vecchio, Firenze

Nel panorama italiano una notevole importanza era rivestita dagli insediamenti templari presenti in Toscana.
Nella città di Firenze si trova ancor’oggi la chiesa di San Jacopo in Campo Carbolini, situata in pieno centro cittadino, che nel medioevo era destinata ad accogliere i pellegrini che arrivavano, attraverso i valichi appenninici, sia dalla Liguria che da un po’ tutto il nord Italia.
Non è però questa la meta della nostra prima tappa italiana. Rimaniamo sempre nel centro della città e dirigiamoci verso  un luogo frequentatissimo dai turisti in cerca di bellezze artistiche, Palazzo Vecchio.
Qui l’avventuroso cercatore del Baphomet templare può ammirare un antico affresco del XIV secolo in cui compare una curiosa testa barbuta da qualche studioso ritenuta essere appunto il misterioso idolo che i Templari avrebbero adorato. O almeno così, più o meno volentieri affermarono durante i processi seguiti alla loro cattura.

Affresco di Andrea di Cione, detto l’Orcagna, dal titolo La cacciata del Duca d’Atene. Secondo l’interpretazione dello studioso Giulio Cesare Lensi Orlandi Cardini esso rappresenta, in realtà, la distruzione dell’Ordine del Tempio. Il personaggio sulla destra rappresenta, sempre secondo il Cardini, un cavaliere in fuga che stringe tra le braccia una testa barbuta, il Baphomet.

Un grazioso libro di Giulio Cesare Lensi Orlandi Cardini, intitolato Il Bafometto dei Templari a Firenze, ci introduce nei processi contro i Templari tenutisi in Italia. Papa Clemente V incarica i vescovi  di Cremona e Firenze e gli arcivescovi di Pisa e Ravenna di istruire i processi nei confronti dei membri dell’Ordine del Tempio presenti in Italia. Essi si avvalgono della collaborazione di Pietro Giudici, giudice romano, al fine di ottenere le confessioni attraverso la tortura. Il 30 settembre del 1311 Antonio degli Orsi, vescovo di Firenze, l’arcivescovo di Pisa e Pietro Giudici iniziano i loro interrogatori.
Nelle deposizioni dei cavalieri emerge, come già avvenuto in Francia, l’adorazione di una testa “pallida dalla chioma nera” che era chiamata Maginat, l’immagine.
E di questa immagine, del Maginat, esiste, sempre secondo il Lensi Orlandi Cardini, una rappresentazione a Palazzo Vecchio.
Nella Salotta del Quartiere di Leonora si trova un affresco trecentesco strappato dall’ottocentesco Teatro Verdi, costruito dove per secoli vi erano le Carceri delle Stinche.
Ma l’affresco, prima di approdare nell’attuale sua sede definitiva, ebbe vita burrascosa. Nel 1834 l’affresco non era lì: “esisteva un Tabernacolo, con una dipintura – scrisse nel 1834 lo studioso Fraticelli a proposito di un palazzo ottocentesco dove per secoli avevano avuta sede le carceri dette delle Stinche – che si dice essere della scuola di Giotto, rappresentante Santa Reparata in atto di benedire le insegne delle Milizie della Repubblica fiorentina, che vanno ad espugnare varipaesi; e questa conservasi tuttavia, perché giudicata degna di essere conservata”. Successivamente, il Comune di Firenze, attribuendo all’affresco il titolo La cacciata del Duca d’Atene – forse erroneamente – lo trasferì dove oggi è, grazie anche al munifico intervento del donatore, l’avvocato Riccardo Castellani.
Questo affresco, noto per riportare la più antica rappresentazione conosciuta di Palazzo Vecchio ricorderebbe la cacciata di Gualtieri conte di Brienne e duca d’Atene, che resse la signoria della città per undici mesi a partire dal mese di settembre del 1342, ad opera delle milizie popolari avvenuta il 26 luglio 1343, festa di Sant’Anna. Ma il Lensi Orlandi Cardini non ci sta e chiedendosi:

“… Per i fiorentini del Trecento la partenza del Duca francese, che avevan chiamato in aiuto, fu uno dei tanti avvenimenti quotidiani che non meritavan particolare ricordo iconografico. […] E poi, perché un affresco per celebrare la riacquistata libertà cittadina sarebbe stato dipinto nelle Carceri delle Stinche che con la riacquistata libertà non hanno nulla a che fare, invece che su una parete d’una sala del Palagio della Signoria?...”

… ci fornisce la sua interessante e personale interpretazione.

L’affresco la cui realizzazione è ufficialmente attribuita ad Andrea di Cione, detto l’Orcagna è di forma circolare con un diametro di circa tre metri. La scena rappresentata ritrae, al centro, il Palazzo della Signoria com’era all’inizio del trecento, alla sua sinistra vi è una figura femminile assisa in trono che appare coperto da una sorta di tappeto sollevato in alto da due angeli intenti a vegliare la donna.
Questa figura femminile è impegnata a consegnare i tre gonfaloni di Firenze, del Popolo e del Comune ad altrettanti cavalieri in armi genuflessi.
A destra del Palazzo della Signoria vi è un uomo con barba e baffi, incappucciato ed elegantemente vestito, con: “la guarnacca stretta in su cintoli e le punte de’ manicottoli infino in terra foderati di vaio o di ermellino”, come scrive nella sua aulica prosa il Vasari. L’uomo sembra allontanarsi, con aria preoccupata, tenendo in braccio una barbuta testa mostruosa, mentre si volge all’indietro per osservare un angelo che sembra avventarsi contro di lui, tenendo in mano una colonnina di pietra e uno staffile. Ai piedi dell’uomo possiamo notare una spada spezzata, una lancia spezzata, una bilancia, un libro chiuso e uno scudo deformato, oggetti con una probabile valenza simbolica.


Particolare del curioso affresco di Andrea di Cione, detto l’Orcagna, conosciuto come La cacciata del Duca d’Atene. Sulla destra si vede l’uomo che sorregge una stranissima testa barbuta.

In tempi andati l’affresco era circondato dai dodici segni zodiacali, ma oggi è sopravvissuta solo la Costellazione del Leone. Sono scomparse – oltre alla vivacità dei colori – anche alcune scritte che avrebbero certamente contribuito a far meglio comprendere il significato dell’opera. L’affresco, d’altra parte, fu realizzato quasi sette secoli or sono, tra il 1323 – anno in cui ebbe inizio la costruzione dell’Arengario – e il 1349.
Ma perché parlarne in questo articolo, e nel nostro libro, dedicato alla ricerca delle evanescenti tracce del Baphomet?
Il Lensi Orlandi Cardini trova in questa rappresentazione un elemento interessante che permetterebbe di negare l’ipotesi che in questo affresco sia stato rappresentato l’episodio della cacciata del duca d’Atene: “in ogni caso l’arme dipinta al centro dello scudo non è quella di Gualtieri di Brienne”.
Lo studioso afferma, ostentando  sicurezza…

“… L’affresco dipinto […] si riferisce alla distruzione dell’Ordine dei Templari ammirato e venerato da Dante e dai Fedeli d’Amore e allude alle condanne degli ultimi cavalieri fiorentini rinchiusi nelle Stinche e dei quali la storia non parla. La figura del gentilòmo che s’allontana […] rappresenta l’Ordine del Tempio cacciato dalla storia e dalla vita che si ritira nella sede invisibile sul Montsalvat. Dietro al gentilòmo resta vòto e incustodito il Trono marmoreo e trionfale della Tradizione e del Gran Maestro, Jacques de Molay. La scena è centrata con la rappresentazione del Palagio della Signoria che non significa lo stato fiorentino, la sua modesta repubblica, ma la società umana civilmente organizzata e fortificata a difesa delle minacce e dei sovvertimenti, quel Palagio, come la Montagna, la Caverna, la Rocca o il Tempio, è il simbolo del Centro Supremo dai molteplici nomi misteriosi, Tule, Luz, Salem, Agata, del quale i Templari furono gli eroici custodi..”.

Secondo questa rappresentazione quindi è rappresentato un Cavaliere dell’Ordine del Tempio che, cacciato dalla storia e dalla quotidianità, si ritira a Montsalvat, laddove è custodito il Santo Graal; lo fa proteggendo con molta cura una testa barbuta.
La natura di questa testa ce la svela l’autore:

“… Cosa si limita a portar via con sé il Cavaliere vestito da principe? Porta via il Bafometto che accoglie tra le braccia come un bambino perché non soffra e che ci fissa con gli occhi impassibili come per ipnotizzarci…”

La descrizione del Bafometto prosegue più avanti:

“… E’ un animale alato con la testa d’un òmo barbuto e calvo che fissa severo l’osservatore, sotto la mano destra del gentilòmo, che con grazia lo sorregge, appaion le zampe posteriori d’un leone. Il Bafometto fiorentino con la testa umana, il corpo d’aquila e le zampe di leone riassume in sé i varilori assoluti della Tradizione regale e solare. Il terrificante Bafometto, come tutti i mostruosi enigmi della sapienza antica, non fu che un simbolo in cui gl’iniziati del Tempio fissaron gli elementi fondamentali della Tradizione…”

Un primo piano della testa barbuta sorretta dal cavaliere in fuga. Rappresenta realmente, come sostiene il Lensi Orlandi Cardini, il Baphomet templare portato in salvo?

Ecco quindi svelato il significato dell’affresco conservato a Palazzo Vecchio, l’Ordine del Tempio ormai distrutto si allontana dalla Storia  per nascondersi nella sua Sede Invisibile portando con se i suoi simboli come il Maginat, l’immagine, il Bafometto che viene portato in salvo per salvare, con esso,  la Tradizione esoterica che avrebbe animato una ristretta cerchia dei Poveri Cavalieri di Cristo.
Preferiamo fermarci qui, invitando il lettore ad indagare più a fondo – de visu – sull’affresco fiorentino: chissà che non ne scaturiscano altre acute osservazioni che possono senza dubbio contribuire ad avere una visione più ampia, più veritiera del nostro imprendibile idolo…

Firenze: una tappa italiana della Sindone?

Nel libro citato all’inizio di questo capitolo avrei ipotizzato, supportato da alcune deposizioni dei cavalieri, come il Baphomet avrebbe potuto essere la Sacra Sindone opportunamente ripiegata in modo da mostrarne unicamente il volto barbuto.
Partendo da questa supposizione, unita all’affresco dell’Orcagna appena analizzato, vorrei  fornire  al lettore lo spunto per un’ulteriore riflessione.
Dopo quasi centocinquant’anni di oblio la Sindone ricompare in terra di Francia, nel 1356, nelle mani di Geoffroi de Charny I, signore delle terre di Lirey.
Allo stesso ricordaderei come da più parti  si ritienga che la Sindone sia arrivata nelle mani di Geoffroi I attraverso quel Geoffroi de Charny, Precettore di Normandia, bruciato sul rogo acceso sull’isolotto di Pont Neuf al tramonto del 18 marzo 1314, quando tra le fiamme si spegnevano gli ultimi palpiti dell’Ordine del Tempio.
Ora è il caso di fare un po’ di chiarezza sulla figura di Geoffroi de Charny I.


La Sacra Sindone opportunamente ripiegata in modo da mostrare solo il volto. Poteva essere questa la misteriosa testa adorata dai Templari? L’idolo? Il Baphomet?

Egli inizia ad essere menzionato nei registri degli archivi francesi a partire dal 1336. Di lui sappiamo che ebbe una vita avventurosa in nome degli ideali cavallereschi al punto che nel 1355 il re di Francia lo nomina Porte Oriflamme. Geoffroi I diviene quindi l’incaricato a portare lo stendardo di battaglia del re, l’Orifiamma, un drappo di tessuto rosso simbolo dell’onore e del potere del re di Francia. Questo onorevole compito viene svolto dal prode cavaliere fino alla morte avvenuta eroicamente nella battaglia di Poitiers, il 19 settembre del 1356, combattuta contro gli inglesi.
Insieme al nobile di Lirey nella stessa battaglia perde la vita anche un altro suo illustre compagno d’armi, Gualtieri VI conte di Brienne e duca d’Atene…

Comincia  a farsi strada un dubbio…

Gualtieri VI  conte di Brienne e duca d’Atene? Proprio colui che resse la signoria della città di Firenze per undici mesi dal settembre del 1342, fino al momento della sua cacciata, in seguito alla rivolta delle milizie popolari, avvenuta il 26 luglio del 1343!
Ma per quale motivo Gualtieri VI conte di Brienne detiene anche il titolo di duca di Atene?
Il motivo è piuttosto semplice. Egli altro non era che il pronipote di Otto de la Roche, già feudatario della Franca Contea, che nel 1205 in seguito all’assedio di Costantinopoli riesce a farsi investire del nobile titolo di duce d’Atene.
Stiamo parlando di quel Otto de la Roche, o di Brienne, che viene riconosciuto essere in possesso della Sacra Sindone – ma non solo… – nel periodo successivo all’assedio di Costantinopoli del 1204.
Della Sacra Sindone ma non solo, appunto!


Il cosiddetto "Mandylion di Templecombe", icona lignea del XIII secolo, rinvenuta a Templecombe, sito templare. Era la Sacra Sindone?

Già, poiché come già detto, prima di morire, Otto invia al padre Ponce la preziosa reliquia che passerà alla storia come il Sudario di Besançon, e che non è quello che  comparirà molti anni dopo sempre in Francia, nella regione della Champagne.
Che ne fu quindi della Sindone?
Abbiamo ipotizzato che quella inviata in Francia da Otto de la Roche era, come è legittimo pensare visti i rischi a cui potevano andare incontro le reliquie in quel tempo, solo una semplice riproduzione del Sacro Lenzuolo, mentre il Sacro Telo si trovava ancora nelle sue mani.
Possiamo ipotizzare che la Sacra Sindone sia passata, attraverso le generazioni, nella mani dei duchi di Atene fino a quando Gautier VI, suo pronipote, non abbia deciso di consegnarla nelle mani di Geoffroi de Charny I compagno d’armi e d’ideali, e anch’egli nobile feudatario della Champagne.
Ma il motivo del possesso di Geoffroi I potrebbe anche essere un altro, di carattere familiare.
Vediamo…
La Sindone, infatti, avrebbe potuto essere un bene di famiglia portato in dote  a Geoffroi I dalla moglie Jeanne de Vergy, anch’essa pronipote del primo duca d’Atene, Otto de la Roche.
Può essere questo il motivo per il quale la famiglia di Charny non rivelò mai la provenienza del Sacro Lenzuolo?
La Sacra Sindone, quindi, potrebbe essere transitata da Firenze, nelle mani di Gualtieri VI conte di Brienne e duca d’Atene, in quanto bene di proprietà della famiglia prima di ricomparire molti anni più tardi a Lirey?
È solo una ipotesi la cui verifica lascerei a qualche lettore interessato a far luce su qualcuno dei vari misteri che fanno parte della storia dei Poveri (?) Cavalieri di Cristo…

 

Un'analisi completa dell'enigmatico idolo che i mitici Cavalieri Templari avrebbero venerato. Cosa si nasconde dietro l'etimologia di questo nome? Dietro la sua possibile iconografia, che secondo alcune fonti, potrebbe essere ricondotta a quella effigiata sul Sacro Lino, cioè la Sindone? 
Un'apposita appendice suggerisce come tentare di riprodurre artificialmente una "impronta sindonica"... 
Un libro che non mancherà di suscitare interesse e scatenare discussioni su vari temi ancor oggi tra i più dibattuti della storia, ancorandosi al fascino leggendario del nostro Medioevo.

 

 



Il portale dei Luoghi Misteriosi
www.luoghimisteriosi.it - info@luoghimisteriosi.it

Il portale dei Luoghi Misteriosi (english version)
www.mysteriousplaces.it

® Luoghi Misteriosi
Luoghi Misteriosi è un marchio registrato
è vietato copiare il contenuto di questo sito senza l'approvazione dei relativi autori
per utilizzo di foto, testi, contenuti contattare info@luoghimisteriosi.it

Trattamento dei dati personali e informativa sui cookie

I nostri libri

Negli ultimi anni siamo cresciuti molto contando sempre sulle nostre forze per dare visibilità a luoghi poco conosciuti del nostro bellissimo paese.

Adesso abbiamo bisogno del tuo aiuto affinchè possiamo crescere ancora di più.

GUARDA GLI ALTRI LIBRI

I nostri siti



Sito consigliato da

 

 

Centro regionale
Beni Culturali Abruzzo

Multimedia