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LE CATACOMBE DI PALERMO: ACCESSO PER L'ALDILA'?

Luogo: Catacombe dei Cappuccini - Piazza Cappuccini, 1, 90129 Palermo PA - http://www.catacombepalermo.it/

Questo luogo appartiene al gruppo:
aldilà

Luogo:
tombe
gallerie


“Spaziose, oscure stanze sotterra, ove in lor nicchie, come simulacri diritti, intorno vanno corpi d’anima voti, (…) Dopo cent’anni e più: morte li guarda, e in tema par d’aver fallito i colpi” (Ippolito Pindemonte, “I Sepolcri”, 1807).

C’è un posto a Palermo in cui il tempo sembra essersi fermato, un posto in cui tutto appare com’è veramente e in cui la morte sopraggiunge alla vita inesorabilmente, senza far distinzione di sesso, età e ceto sociale.

E’ un luogo conosciuto in tutto il mondo, meta del Grand Tour dal ‘700 e che rappresenta tutt’ora un patrimonio culturale unico nel suo genere, uno spettacolo macabro in cui si evidenzia il gusto di esorcizzare la morte.


Le “Catacombe” dei Cappuccini sono state tante volte raccontate, immortalate e visitate, anche da celebri personalità, si pensi ad Alexander Dumas, Carlo Levi e ad Ippolito Pindemonte, autore quest’ultimo di averle cantate nel suo carme “I Sepolcri”.

Ma a chi o che cosa è dovuta la fama di questo luogo così tanto macabro?

Sarà la presenza dei corpi di Giovanni Paterniti (viceconsole degli USA), di Giovanni Corrao (ex garibaldino), di Filippo Pennino (scultore) e della piccola Rosalia Lombardo? Saranno le leggende che vi aleggiano come quella che ne vede il corpo di Cagliostro custodito? O sarà la semplice curiosità che spinge i visitatori ogni anno a varcare l’ingresso e a riflettere ponendosi tante domande?

Ciò che però in molti ignorano, turisti e palermitani, è il fatto che la città custodisce altri tesori nel sottosuolo e che tra i tanti ci sono le “vere catacombe” del capoluogo siciliano, offuscate dalla fama ben più grande dei Cappuccini.

Nel 1739 sono state rinvenute delle gallerie in un complesso scavato nella calcarenite giallastra, destinato a preservare il sonno eterno di numerose persone, un sonno che risale al IV-V secolo d.C. Si tratta delle meno note Catacombe di Porta d’Ossuna, di origine paleocristiana. Ciò che risalta subito all’occhio del visitatore è la grandezza, la monumentalità e l’estensione degli spazi. Le decorazioni e le scritte, un tempo presenti, rimangono ancora oggi celate poiché le pareti sono state teatro del passare dei secoli, dell’umidità e del riutilizzo da parte dell’uomo: durante la seconda guerra mondiale sono in tanti infatti ad avervi trovato riparo contro i bombardamenti e c’è anche chi asserisce addirittura di esservi nato.

In alcuni punti dei cunicoli rimangono però ancora delle tracce di colore rosso, (proprio uno dei colori usati in tempi paleocristiani per raffigurare temi ricorrenti in questi luoghi come pesci, pavoni e buon pastori). A testimonianza del fatto basti fare un paragone con le Catacombe di Villagrazia di Carini, riscoperte dal Salinas nel 1899.

A rimanere celate sono anche le reali dimensioni del sito: si pensa che in origine fosse indubbiamente più vasto e che se si continuasse a scavare potrebbero emergere altre gallerie, proprio come quella che nel 1762 ha portato alla luce l’iscrizione funeraria della piccola Maurica, (conservata nel Museo Regionale Archeologico Salinas di Palermo).

La catacomba si trova sotto l’attuale Chiesa delle Cappuccinelle, nell’area del traspapireto. Si articola in gallerie illuminate di tanto in tanto da lucernari che danno su un giardino soprastante. Difficile dedurne il numero preciso e altrettanto difficile ipotizzare il numero di entrate al sito.

L’ingresso originario è oggi murato ma è ancora presente, in sua corrispondenza, una stanza in cui gli amici e i parenti dei defunti andassero a banchettare. A sostenere quanto scritto è la presenza di un pozzetto, nelle vicinanze, destinato a ricevere gli avanzi.

La forma e il tipo architettonico dell’escavazione richiama le catacombe di Siracusa: un decumanus, che ha orditure irregolare, immette sia a destra che a sinistra in altre gallerie piene di arcosoli polisomi e cubicoli cruciformi. Tra i loculi sono presenti delle insenature, troppo piccole per contenere i corpi dei bambini prematuramente scomparsi, ma ottimali per sorreggere lumi e custodire le offerte dei parenti. Tra le varie gallerie era facile confondersi e per questo le tombe recavano spesso un corredo funerario composto da oggetti usati dal defunto, (come le bambole in terracotta nel caso di bambine).

Del corredo oggi non è rimasto più quasi niente e che fine abbia fatto è impossibile dirlo, come del resto i corpi, trafugati ancora prima del rinvenimento Settecentesco del sito. Certamente queste Catacombe ricordano anche quelle di San Michele Arcangelo, riscoperte nel 1544 sotto l’attuale Chiesa di Casa Professa. Quest’ultime sono da considerare come una sorta di basilichetta sepolcrale, sviluppatasi attorno ad un sepolcro illustre.

Nelle pareti laterali ci sono quattro arcosoli polisomi per lato e a sinistra, dopo uno stretto passaggio, si accede ad un ambiente simile ma riservato ad ospitare i corpi delle famiglie appartenenti ad un ceto più elevato. A questo punto, se proviamo ad andare oltre questi dati e ad entrare, con l’occhio della mente, in questi luoghi, capiremmo come le Catacombe di Porta d’Ossuna e quelle di San Michele Arcangelo siano parecchio differenti rispetto a quelle dei Cappuccini.

Nell’immaginario collettivo, a Palermo, alla parola “catacombe” si lega spesso e quasi immediatamente la parola “Cappuccini” ma a questo punto è davvero corretto?

Forse sarebbe meglio fare un po’ di chiarezza… Se si riflette un momento si notano alcuni elementi che possono far affermare come difatti sia sbagliato attribuire ai Cappuccini il termine Catacombe.

Innanzitutto per “catacomba” si intende un complesso di gallerie sotterranee scavate dai primi cristiani per seppellire i morti. Venivano realizzate in luoghi dove la terra era facile da scavare, (spesso in aree tufacee), durante le persecuzioni dei primi secoli, in cui i cristiani seppellivano i loro morti e vi si rifugiavano per pregare e celebrare i loro riti. Le gallerie comprendevano arcosoli e cappelle decorati di pitture, condotte per lo più in stile compendiario.

I soggetti erano tratti da miti pagani, cui era stato dato un nuovo valore simbolico, e dal Vecchio e dal Nuovo Testamento. Con il VI secolo i cimiteri sotterranei cessarono di essere luoghi di sepoltura, pur continuando a essere visitati per devozione; tra il VII e il IX secolo furono sempre più frequenti le traslazioni di corpi e reliquie, cui seguì l’abbandono delle catacombe. Con l’editto di Milano del 313 d.C veniva infatti concesso a tutti i cittadini, quindi anche ai cristiani, la libertà di onorare le proprie divinità. Non c’era più motivo di nascondersi dunque sottoterra e per i cristiani comincia l’era delle grandi basiliche.  Partendo proprio da questo presupposto si noti come, mentre la datazione delle Catacombe di Porta d’Ossuna e di San Michele Arcangelo ricade in età paleocristiana, quelle dei Cappuccini invece risalgono al 1599, periodo in cui il cristianesimo era già parecchio diffuso.

I Cappuccini inoltre sorgono in corrispondenza di una chiesa, (Santa Maria della Pace), mentre le catacombe intese nel mero senso della parola no, (le chiese cristiane non esistevano ancora); nel caso di San Michele Arcangelo la Chiesa di Casa Professa nasce dopo e non prima la realizzazione delle catacombe, con l’intenzione di impiegarle come futura cripta.

Con l’avvento del cristianesimo comincia ad emergere una nuova abitudine: l’uso dei seppellimenti nelle chiese, che si deve al desiderio di assicurare suffragi e preghiere nell’intercessione dei Santi o dei buoni religiosi. Nascono così le cripte, complesso di vani che si sviluppa nella zona sotterranea di una chiesa, in tutta la sua estensione o limitatamente ad alcune parti (l’altare e il presbiterio).

C’è quindi un altro elemento che differisce ulteriormente i due siti: il colatoio. Questo elemento serviva difatti per permettere il drenaggio dei liquidi del corpo nel periodo successivo al decesso.

Il corpo vi veniva disteso  dopo che gli organi interni fossero stati asportati; al loro posto venivano aggiunti paglia o foglie di alloro, al fine di favorire il processo di disidratazione. Per quasi un anno, i corpi restavano chiusi in questi ambienti sotterranei, caratterizzati da una bassa umidità, distesi orizzontalmente sui colatoi, perdendo lentamente l’acqua presente nei tessuti ed essiccandosi. I corpi venivano poi messi all’aria aperta e puliti con un po’ di aceto. Venivano infine rivestiti con il loro abito migliore e collocati nella nicchia che era stata loro riservata all’interno della cripta.

Si poteva dunque continuare ad osservare il proprio caro anche dopo la dipartita, cosa che invece non accadeva nelle catacombe. Qui il corpo veniva avvolto semplicemente in un sudario e tumulato all’interno del loculo per l’eternità.

Se i Cappuccini fossero effettivamente delle “catacombe”, che motivo ci sarebbe stato a realizzare il colatoio? È chiaro perciò che questo complesso sia nato per puro caso, quando ne “l’anno del Signore 1599 si fece la traslazione dei corpi morti dalla sepoltura di fuori (…) alla sepoltura di dentro. (…) si ritrovarono 45 corpi di frati tutti sani ed interi”, (dal manoscritto originale del P. Giammaria da Castelvetrano). E’ chiaro dunque che in realtà sia una grande cripta e che come tale dovrebbe essere conosciuta dai cittadini. Al di là di questo però, oltra al valore storico, scientifico e antropologico va sempre tenuto presente il valore morale e religioso del sito:

“Scendi, o fratel, non paventar la morte: Vieni ed impara a meditar la vita. Il Duca, il Prence, l’insignito, il forte, Han la storta superbia qui smentita. Uguale un dì per te sarà la sorte! Mira nell’uomo ogni beltà svanita. In queste tetre e sotterranee porte, Invan l’estino vuol perdono, aita. Se poscia guati gli opulenti marmi, Dirai: son vane pompe dei mortali, Oro sprecato ed oziosi carmi. Emenda dunque i tuoi pur noti mali. Osservando il simil riedi a narrarmi Quanto s’apprende dai silenti frali! ” (2/11/1867, Ferdinando Miraglia Termini)..

Alessia Marcianò

Calcedonio Reina - Amore e morte 1881
olio su tela, cm 119 x 149, firmato in basso a sinistra Cal(cedo)nio Reina / Catania, Museo Civico Castello Ursino, inv. 7937


 



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