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Luogo: Villar Focchiardo (TO)

Questo luogo appartiene al gruppo:
città perdute
Italia abbandonata
mura megalitiche
preistoria
oggetti misteriosi
uomo (mascheroni)

Regione:
Piemonte


RAMA, ANTICA CITTÀ CELTICA

Questo articolo è diviso nei seguenti capitoli:
La ricerca disattesa sul megalitismo del Piemonte
La ricerca condotta sul campo
Il mistero delle lamine di metallo
Il ritrovamento delle mura di Rama in Valle di Susa
La lezione che si può ricavare da Platone
Il «Progetto Rama Vive»
Chi è Giancarlo Barbadoro
Il libro “Rama antica città celtica”

Il lavoro di ricerca e la scoperta del Tempio del Sole di Villafocchiardo. Il libro delle lamine di metallo di Rama. La scoperta storica delle mura megalitiche di Rama. Platone e l’asserzione che i miti narrano sempre la verità storica. Il “Progetto Rama Vive” per riportare alla luce la storia dei nativi europei

di Giancarlo Barbadoro

La ricerca disattesa sul megalitismo del Piemonte

Nelle antiche leggende tramandate da tempi immemorabili nell’area del Piemonte, nonché nella citazione delle tradizioni di tutto il continente europeo, il ricordo della città ciclopica e quello del mito di Fetonte sono sempre inevitabilmente collegati tra di loro, giungendo a rappresentare un valore culturale profondamente radicato nella cultura più intima delle popolazioni che hanno mantenuto un legame con le loro radici più antiche.
Tuttavia, nonostante questo consistente valore culturale, sia Rama che il mito Fetonte sono stati da sempre relegati al dominio della pura narrazione popolare, senza che mai sia stata intrapresa una effettiva ricerca da parte dell’archeologia ufficiale per far luce su queste insistenti leggende valligiane.
Per questi due casi non è mai esistito un moderno Schliemann piemontese che andasse a caccia della sua città di Troia dimenticata e che potesse contribuire a far luce sul millenario mistero archeologico custodito nelle pietre e nelle tradizioni della Valle di Susa.
Anzi, si direbbe dai fatti osservati che si sia provveduto, in tutta l’area piemontese, alla distruzione sistematica di preziosi reperti del periodo megalitico come dolmen, oggetti rituali e rappresentazioni pittografiche. L’ultimo caso, in ordine di tempo, è stata la distruzione del prezioso e antichissimo complesso “La Maddalena” di Chiomonte, in Valle di Susa, raso al suolo per far transitare il tanto discusso tracciato ferroviario della linea ad alta velocità.
Anche il museo che ospitava preziosi reperti della nostra storia di più di 5.000 anni fa è stato requisito trasformando le stanze in una caserma per il controllo dei lavori. Per fortuna esiste una preziosa testimonianza di questa antica necropoli in un video realizzato da Shan Newspaper.
È evidente come alla cultura del mondo maggioritario non importi nulla che non appartenga al mondo classico dell’antica Roma o dell’antica Grecia. Una situazione che non si manifesta solamente in Piemonte. Abbiamo il caso della grande piramide, probabilmente di origine pelasgica, che esisteva vicino a Nizza, in Francia, anch’essa rasa al suolo negli anni ’70, nonostante il suo valore archeologico, per costruire al suo posto uno svincolo autostradale.
Rama, la Piramide di Nizza e i megaliti distrutti della Valle di Susa rappresentano una situazione emblematica. Rappresentano infatti situazioni storiche che appartengono alle nostre radici, ma che tuttavia fra qualche secolo saranno ignorate dalle nuove generazioni immaginando che la cultura megalitica e quella dei nativi europei non siano mai esistite.
Così come accade probabilmente già oggi a fronte delle centinaia di reperti del nostro passato, scomparsi o andati distrutti irrimediabilmente.
È da ricordare il caso del cosiddetto “Disco di Nebra”, un vero e proprio astrolabio, rivenuto in una tomba a Nebra in Germania e la cui origine viene fatta risalire a 3600 anni fa. L’astrolabio testimonia l’abilità astronomica dei Celti. Lo straordinario reperto è salito alla cronaca mediatica per puro caso dopo che dei ladri di tombe l’avevano trafugato nel 1998 da un magazzino di un sito archeologico dove era custodito da molti anni. L’astrolabio venne poi ritrovato occasionalmente, nel 2002, in un mercatino dell’antiquariato dal ricercatore tedesco Harald Meller. Questo ritrovamento dimostra come la civiltà celtica fosse progredita nell'astronomia e quindi nella matematica, contraddicendo lo stereotipo ad essa attribuito di barbari guerrieri del Nord. Il fatto poi che il reperto sia stato reso pubblico per puro caso a posteriori della sua scoperta porta a chiedersi quali altri manufatti che non conosciamo di quell'epoca possano ancora esistere.
C’è da chiedersi come mai, al contrario di quanto accade per altre civiltà antiche, in Europa non si è conservata una memoria archeologica dell'antica cultura europea. Anzi la si tende a nascondere.
Possiamo ancora aggiungere al caso del Disco di Nebra quello delle misteriose “barchette celtiche” che vengono rinvenute di tanto in tanto nelle tombe dei vari dignitari nordici, manufatti che rivelano le conoscenze degli antichi druidi sulle leggi della meccanica dei corpi. Si può riflettere sul fatto che oggi, per riprodurre questi oggetti, si deve ricorrere alla loro progettazione con l’uso dei computer!
Il Disco di Nebra e le barchette celtiche rappresentano una testimonianza del livello di conoscenza dell’antica civiltà dei Nativi europei che è andata perduta, per caso o per una precisa volontà.

La ricerca condotta sul campo

In ogni caso esistono dei sognatori che non si arrendono di fronte a questo silenzio dell’archeologia sull’antico megalitismo e che assomiglia sempre più ad una cover up culturale tesa a cancellare epoche di storia scomode ai moderni paradigmi culturali adottati dalla società maggioritaria.
Platone, migliaia di anni fa, scriveva nelle sue opere che i miti non erano narrazioni per fanciulli, ma erano invece specifiche elaborazioni culturali attuate allo scopo di trattenere il ricordo di antichi eventi al fine che non andasse disperso nel tempo e che potesse essere riportato ad ogni nuova generazione.
Per questo motivo, suggestionato dai numerosi racconti e dalle tradizioni riportate dalle famiglie celtiche ancora esistenti in Piemonte, mi sono avventurato per valli e monti, dalla Valle di Susa a quelle di Lanzo, alla ricerca di reperti che portassero testimonianze sull’esistenza dell’antica città di Rama e sul mito di Fetonte.
Devo dire che il lavoro di ricerca nelle valli piemontesi, supportato dalla partecipazione di molti altri collaboratori sognatori come me, ha dato in effetti risultati inaspettati, portando addirittura alla scoperta di una parte delle mura megalitiche della città di Rama.
Prima di questa importante scoperta, altre tracce della cultura megalitica della Valle di Susa mantenevano il mio entusiasmo e mi stavano preparando al clou finale.

Negli anni settanta mi trovavo a percorrere la Valle di Susa assieme all’archeologo Mario Salomone, un ricercatore professionalmente serio, e abbastanza scettico quando occorreva, preparato sulla natura della presenza megalitica in Piemonte.
Quel giorno avevamo scelto di esplorare una zona vicino alla cittadina di Villarfocchiardo, nota e citata nelle leggende locali come “Pian Focero”, ovvero il “pianoro dei fuochi”. Le leggende in questione riguardavano la presenza di antichi druidi che compivano i loro riti attorno al fuoco che accendevano in occasione dei solstizi e degli equinozi in cima al pianoro.
Non era la prima volta che indirizzavamo le nostre ricerche in luoghi che potevano rispondere alla presenza di elementi storici. Proprio seguendo questa logica avevamo individuato molti “ripari sotto roccia” di cacciatori del paleolitico e rinvenuto asce di selce e vasi decorati a spina di pesce che lasciavo collezionare al mio partner.
Questa volta invece, ispirati solamente dalle antiche leggende valligiane, ci accingevamo ad esplorare un vasto pianoro alla ricerca di tracce del passaggio di antiche popolazioni preistoriche.
Il risultato della nostra ricerca ci aprì alla scoperta di un inaspettato complesso megalitico che comprendeva tutta l’area in esame. Per prima cosa venne rinvenuto una sorta di “mascherone” dalla fattezze tolteche, scolpito in più parti e facente parte di un rettilineo di pietre posate accuratamente come a rappresentare un bastione. Di questo reperto ne parlarono anche i giornali dell’epoca provocando l’immediata reazione degli skeptics di turno che provvidero subito a sentenziare che il “mascherone” era indubbiamente opera di soldati delle truppe napoleoniche acquartierati nei pressi, che lo avevano realizzato per vincere la noia. Ma gli skeptics in questione ignoravano che il mascherone non era il solo ad essere stato rinvenuto sul pianoro e che nell’area ne esistevano ben altri, ornati da pietre, che facevano pensare ad antiche sepolture rituali di qualche antico notabile.

Il “mascherone” dalle fattezze amerinde rinvenuto da Giancarlo Barbadoro e Mario Salomone nel 1972 in Valle di Susa, nei pressi di Villarfocchiardo. La struttura megalitica appartiene ad un complesso molto vasto situato su una collina modellata come una ziggurat

Si ebbe anche occasione di osservare come la collina, su cui si apriva il pianoro si presentava come una sorta di ziggurat mesopotamica con tanto di scale a gradini sui suoi fianchi, che portavano dalla base alla sua sommità. Osservammo anche innumerevoli disegni a forma di sole fiammeggiante incisi su molte rocce dell’intero complesso megalitico intorno ai “mascheroni”.
L’eco mediatico prodotto dai giornali piemontesi ci portò una certa notorietà, soprattutto per quanto riguardava Salomone che si mostrava esperto nel campo dell’archeologia classica e megalitica.
Proprio questa circostanza spinse parecchi contadini della Valle di Susa a cercarlo per confidargli le scoperte che casualmente avevano fatto nei loro campi o nelle boscaglie circostanti. Scoperte di cui avevano evitato di dare notizia agli archeologi ufficiali per via di sfortunati colloqui in cui si erano visti tacciati di incompetenza, privati dei loro reperti senza alcuna spiegazione e soprattutto intimati a non procedere oltre nella scoperta di altri reperti dell’epoca megalitica.
Una di queste confidenze riguardò il ritrovamento di un sarcofago in pietra lungo più di tre metri che conteneva uno scheletro umano di identiche proporzioni. Salomone mi mise a parte del rinvenimento del reperto e andammo a vederlo. In seguito lo segnalò alla Sovrintendenza. Ma secondo il racconto di vari contadini della zona sembra che un parroco della zona lo fece distruggere o occultare. Fatto sta che il sarcofago scomparve.

Un evento che ricorda quello che è avvenuto per il tumulus di Briaglia in Piemonte e che merita di essere raccontato.
Nel 1970, l'archeologo Janigro d'Aquino iniziava una serie di scavi presso il paesino di Briaglia dove, secondo le sue teorie, dovevano trovarsi tracce di insediamenti risalenti ai Celti che avevano abitato in quelle zone in epoche molto precedenti ai Romani.
La fatica dell'archeologo fu coronata da successo: nelle colline di Briaglia scoprì un vasto insediamento megalitico di oltre 4.000 anni fa, con numerosi menhir e stele a forma umana stilizzata simili a quelle ritrovate nella Lunigiana. Oltre ai numerosissimi menhir, sono stati recuperati alcuni cromlech, altari dedicati alla  Dea Madre, e moltissimi dolmen.

Giancarlo Barbadoro presso un sito megalitico svizzero. Il ricercatore negli anni ’70 del secolo scorso ha riportato alla luce l’antica tradizione della millenaria città di Rama, dimenticata da secoli

Il ritrovamento più sensazionale è stato il dolmen a tumulus formato da una galleria lunga oltre 30 metri che termina con una camera. All'interno si trovava un pozzo a forma di mezzaluna profondo una ventina di metri. Al sorgere del Sole al Solstizio d’Inverno i raggi solari attraversano tutto il corridoio verso il suo centro fino a sovrapporsi perfettamente al suo corso con una fascio di luce arancione che nel culmine del fenomeno risale la parete di fondo fino  a lambire la coppella. Il sensazionale ritrovamento può essere paragonato al grande tumulus di Newgrange, in Irlanda. Il professor D'Aquino ha eseguito una accurata ricerca con mezzi propri per tre anni, poi ha sottoposto il suo lavoro alla supervisione della Soprintendenza Archeologica per il Piemonte di Torino. Ma la risposta fu: “Nel corso del sopralluogo si appurò trattarsi di materiali che non rivestono interesse archeologico”.
Oggi questo tumulus è stato portato alla luce grazie a un gruppo di ricercatori indipendenti coordinato dallo speleologo Fabrizio Milla.
Una preziosa testimonianza archeologica delle radici megalitiche del Piemonte che tuttavia venne ignorata della Sovrintendenza del luogo e il sito venne lasciato scivolare con manifesta incuria nel degrado che lo rese inagibile per molto tempo ad ogni possibile ulteriore visita di studio. I cittadini del luogo dicono che parte delle sue pietre sono state in seguito usate per fare muretti e che addirittura il parroco del luogo abbia nascosto i vari reperti rituali contenuti nel tumulus.

Il mistero delle lamine di metallo

Le ricerche sulla città di Rama proseguirono portando frutti e tesori inaspettati. I contadini della Valle di Susa, maggiormente fiduciosi dell’integrità di Salomone, si fecero avanti ancora con reperti sempre più interessanti.
Fu così che un giorno dei primi di ottobre del 1974 due contadini della Valle di Susa gli portarono a vedere un cofanetto di pietra dicendo di averlo trovato in una delle stanze sotterranee del complesso megalitico della città di Rama che di tanto in tanto esploravano alla ricerca di possibili tesori.
Conoscendo poi meglio le due persone non credetti molto a questa loro versione, e neppure che fossero veramente dei semplici contadini, ma pensai piuttosto ad una provocazione o ad un aiuto giunto da parte delle Famiglie Celtiche della zona valligiana per supportarci con qualcosa di concreto su cui lavorare nella nostra ricerca sulla città di Rama e sul mito di Fetonte.
In questa occasione, conoscendo il mio interesse per la città di Rama, Salomone mi convocò ancora una volta nel suo studio per esaminare i reperti.
Il cofanetto in questione, se così lo si poteva definire, era a forma di parallelepipedo, abbastanza pesante, che si apriva su uno dei lati più lunghi e che conteneva una serie di lamine di metallo rettangolari che i contadini definirono come un libro dalle pagine d’oro.
Le lamine, che sembravano essere effettivamente d’oro però inscurito e dai riflessi vagamente verdastri, erano tutte incise su ambo i lati con caratteri scolpiti a pressione.
Erano tantissime. Mi ricordo di averne contate almeno una sessantina. Tutte accatastate in ordine, impilate dentro al cofanetto in pietra. Se ricordo bene lo spessore di ciascuna lamina, righello alla mano, era di circa quattro millimetri mentre il formato risultava di circa 18 per 24 centimetri. Tutte recavano quattro fori sul lato più lungo dentro ai quali passavano dei cordoni di tessuto arrotolato beige. Le lamine risultavano lisce al tatto con fini arrotondamenti sui loro bordi.
Alla richiesta di Salomone di trattenere il tutto per qualche giorno i due contadini rifiutarono perentoriamente con fermezza e cortesia. Gli permisero tuttavia di ricavare dei calchi usando della carta strofinata con una matita a punta.
Il lavoro di “copiatura” prese praticamente tutto un pomeriggio, ma alla fine avevamo una copia fedele e numerata di tutte le pagine di metallo del misterioso libro.
In seguito quando esaminammo le iscrizioni rilevate dai fogli di carta non riuscimmo subito a capire di quale lingua potesse trattarsi. Fu inevitabile pensare che ci trovavamo di fronte alla scrittura di qualche antica civiltà perduta che aveva edificato la città di Rama.
Poi Salomone poco alla volta freddò ogni entusiasmo dicendo che i caratteri gli ricordavano il greco antico. Si prese quindi cura, nella settimana successiva, di portare una copia fotografica dei fogli ad un esperto di linguistica per fargli tradurre qualcosa che ci illuminasse sul contenuto delle lamine. Ma questi si dichiarò incapace di fare una vera traduzione essendo il testo scritto in un greco piuttosto arcaico.
Dopo qualche mese Salomone reperì finalmente in Francia un esperto linguista che fu in grado di tradurre compiutamente il contenuto delle lamine. Si trattava di una raccolta di varie leggende e di cronache di eventi storici riguardanti la città di Rama e il mito di Fetonte, che risultavano di poco dissimili da quelle raccontati ancora nel nostro tempo dalle Famiglie Celtiche e dalle comunità druidiche del Piemonte.

Un articolo della Stampa del 1972 sulle ricerche di Barbadoro e sul Gruppo Spazio 4 di Torino che negli anni ’70 del secolo scorso ha dato una svolta alla cultura della città e ha ispirato innumerevoli filoni culturali

Il ritrovamento delle mura di Rama in Valle di Susa

Ma le sorprese non finivano qui. Il lavoro della nostra ricerca sull’esistenza della città di Rama veniva premiata con una scoperta senza precedenti. Purtroppo questo accadeva molto tempo dopo che Mario Salomone era scomparso, lasciando suggestioni di ricerche vissute assieme.
Accadde che, nonostante il clima di indifferenza esistente intorno al mito di Rama e di Fetonte da parte della ricerca ufficiale, nell’estate del 2007 sia avvenuto il ritrovamento, in piena Valle di Susa, di una parte dei bastioni di mura in pietra che, per via del luogo del ritrovamento e della loro architettura megalitica, possono essere considerate come parte delle grandi mura della città di Rama.

Il ritrovamento delle Mura di Rama, rinvenute nel 2007 dai ricercatori della Ecospirituality Foundation, ha confermato le ricerche decennali di Giancarlo Barbadoro ed ha collocato il mito nella Storia

Il ritrovamento rappresenta una importante testimonianza sulla possibilità della reale esistenza di Rama, trasportando l’evento al di fuori della narrazione del mito e delle leggende popolari.
Le mura che sono state rinvenute sembrano emergere dalla montagna. Il che lascia dedurre che il restante della struttura sia ancora sepolto dalle valanghe naturali avvenute nei millenni.
Le pietre che costituiscono le mura risultano squadrate e quindi chiaramente prodotte da opera umana. E sono anche di grandi dimensioni, tanto che si può parlare di veri e propri macigni.
I massi sono posati gli uni sugli altri, con blocchi di pietra che mostrano misure mediamente di almeno 1 metro e 80 di altezza per 1 metro e 60 di larghezza, e altrettanto di profondità. Si può stimare che ogni pietra delle mura pesi dalle 4 alle 5 tonnellate.
Le gigantesche pietre appaiono sistemate a secco tra di loro con sagomature che rivelano come gli antichi architetti abbiano voluto dare la massima coesione tra le stesse e quindi compattezza alle mura. In alcuni casi si può notare come le pietre siano accostate tra di loro senza che ci sia la possibilità di far penetrare nelle fessure la lama sottile di un coltellino.
L’aspetto di queste mura, per loro forma e lavorazione, può ricordare quello delle fortezze andine o le pietre a più angoli di Cuzco. Ricordano senza dubbio le mura delle fortezze megalitiche del centro Italia, come quelle dell’area del Circeo laziale, vicino a Roma, realizzate si presume dai Pelasgi e poi riutilizzate in epoche successive dai romani. Possono essere accostate per la loro struttura anche ad alcune opere megalitiche della Sardegna.
C’è da aggiungere che sul versante francese delle Alpi si stanno svolgendo scavi in un sito archeologico attribuito all'antica Rama. Nel sito archeologico di Champcella, nei pressi del comune che guarda caso si chiama “La Roche de Rame”, tra Embrun e Briançon, sono in corso da alcuni anni scavi archeologici che hanno portato alla luce strutture in stile megalitico del tutto simili a quelle delle mura di Rama rinvenute in Valle di Susa.

Le mura pelasgiche di Alatri, nel Lazio, presentano straordinarie analogie con le Mura di Rama

La lezione che si può ricavare da Platone

Il ritrovamento delle mura di Rama porta fuori dal mito l’esistenza dell’antica città megalitica e rivela che Rama non è da considerarsi più come una leggenda, bensì un fatto storico ben concreto. Già Schliemann ispirato dai racconti dell’Odissea aveva dimostrato come il mito nasconda molte volte verità storiche che possono essere state volutamente occultate.
Ma se la città megalitica di Rama non è più confinata nel mito, allora dobbiamo ritenere che anche il mito di Fetonte, che rappresenta l’origine della stessa città, non sia relegabile alla favola e che, come dice Platone, possa rappresentare un evento ben preciso e presente nella storia dell’umanità, concepito per tramandare un antico evento celeste che rivoluzionò in ere arcaiche tutta la storia del pianeta. Così come per il mito del Graal a cui Fetonte viene accostato per similitudini e tradizione.
E considerando la persistenza culturale di questo mito nella tradizione druidica ci si può domandare che cosa ha rappresentato per gli antichi Celti.
Ma soprattutto, che cosa può ancora rivelare nel nostro tempo?
Come minimo può rivelare la sostanza e le vicende delle antiche radici storiche del Piemonte e probabilmente di tutto il continente europeo.

Il «Progetto Rama Vive»

Il documentario “Rama vive” di Luca Colarelli sulle ricerche di Giancarlo Barbadoro, presentato in prima visione al Cinema Empire di Torino nell’ottobre 2007 e realizzato con il patrocinio della FilmCommission Regione Piemonte. Il documentario contiene una vasta documentazione dei megaliti del Piemonte e interviste ai Sindaci dei Comuni della Valle di Susa e delle Valli di Lanzo.
Dopo la prima è stato presentato in vari convegni tra cui il Convegno “Quelques Mystéres Anciens” che si è svolto a Parigi nel 2009 a cui hanno partecipato ricercatori di tutta Europa

Dai dati raccolti e dalla scoperta delle mura megalitiche di Rama che coinvolgono con la sua realtà il mito di Fetonte e del Graal, è indubbio che nell’area del Piemonte deve essere accaduto qualche cosa di notevole nei tempi antichi, dimenticato dal mondo maggioritario. Un evento che ha alimentato leggende e imprese umane nei millenni e che si è manifestato in tutta l’Europa e negli altri continenti.
Oggi, a suo ricordo e testimonianza, oltre alle mura di Rama esiste un patrimonio culturale costituito da reperti megalitici, antichi miti, leggende e usanze ancora tutto da riscoprire. Un bagaglio di conoscenze che non deve morire affinché le future generazioni non debbano dimenticare le loro vere radici.
Riportare alla luce le radici da cui si proviene è importante per dissipare le nebbie dell’oblio storico, per capire meglio il presente e per accedere con maggior chiarezza e conoscenza al futuro che ci attende.Risulta quindi importante e necessario raccogliere quanto esiste del vasto bagaglio delle tradizioni orali e degli usi e costumi che vengono ancora oggi tramandati.
Da questa idea è nata tra le attività della Ecospirituality Foundation, un ente che opera in stato consultativo con le Nazioni Unite, l’idea di attivare insieme a Rosalba Nattero il “Progetto Rama Vive”.

Un altro articolo pubblicato da La Stampa negli anni ’70 in cui si parla delle ricerche di Giancarlo Barbadoro

Nel lavoro di raccolta di questo progetto si è ritenuto utile distinguere in maniera stratificata, come se si trattasse di compiere uno scavo virtuale tra i sedimenti della storia dimenticata, quattro campi di ricerca, partendo da lontano per giungere a quanto è rimasto ai giorni nostri e dare il giusto posto storico e significato culturale a tutte le cose studiate.
Per primo il campo dei miti dell'origine, ovvero lo studio dei miti riferiti alla nascita dell'universo e dell'umanità.
Poi il campo degli elementi storici, ovvero l’analisi dei reperti, dei documenti storici, dei riferimenti a siti megalitici e quant’altro di storicamente documentato o documentabile. Occorre intraprendere una ricerca che si avvalga dei reperti megalitici per tracciare una mappa degli insediamenti che dia l’idea dell’estensione delle aree storiche interessate.
Continuando verso la superficie dello “scavo virtuale”, occorre indagare il campo delle tradizioni della cosiddetta “antica religione”, ovvero la ricerca e lo studio del vastissimo bagaglio di conoscenze, costumi, rimedi terapeutici come “quelli della nonna”, pratiche agricole, riti, trasmessi in maniera diretta dai continuatori dell’antico celtismo. In questo caso da condurre soprattutto presso le Famiglie Celtiche e le comunità druidiche europee.
Infine, arrivando in superficie, vi è il campo del folklore, ovvero la ricerca sul bagaglio di conoscenze culturali e storiche reinterpretate a seconda della cultura e della religione che le manifesta. Spesso questo ultimo elemento è inquinato da interpretazioni che travisano il significato originale del mito, della leggenda o dell’usanza. Ne abbiamo un esempio nell’interpretazioni della figura della “masca”, anticamente considerata la figura della sciamana ma poi diventata la “strega”, oppure nell’interpretazione di leggende legate ai luoghi megalitici a cui si associa spesso il demonio, vedasi il caso dell’attribuzione fatta alle coppelle scavate sui massi.
Il lavoro di questo Progetto può consentire di rivelare i valori di un mondo antico tutto da scoprire che sembra avere un suo messaggio ancestrale da far conoscere al mondo attuale per riportare l’individuo al contatto e al rispetto della Natura e di tutte le forme di vita che l’abitano, al fine di ritrovare un’armonia interiore e sociale andata perduta.

www.giancarlobarbadoro.net

Giancarlo Barbadoro, recentemente scomparso, è lo scopritore della millenaria città celtica di Rama ed ha lasciato molte testimonianze della sua scoperta. Oggi sono in molti ad appropriarsi di questo mito, che proprio perché è un mito è giusto che appartenga a tutti in modo da non venire dimenticato. Ma Barbadoro ha avuto il merito, già negli anni ’70, di aver divulgato questa leggenda e di averla storicizzata mediante il ritrovamento delle sue mura ciclopiche, rinvenute secondo le indicazioni delle “Famiglie celtiche” con cui era in contatto. In questo articolo ci mette al corrente di un’altra straordinaria scoperta: il Libro d’Oro da cui ha tratto preziosissime conoscenze sulla cultura dei Druidi di Rama. Le persone che hanno avuto la fortuna di lavorare al fianco di questo straordinario ricercatore, condividendo molte delle sue scoperte, hanno preso l’impegno di conservare la sua eredità in modo che non vada perduta e soprattutto preservandone la sua integrità affinchè la Tradizione di Rama non venga banalizzata o, peggio, distorta.


Il libro “Rama antica città celtica” di Giancarlo Barbadoro e Rosalba Nattero, pubblicato dalle Edizioni Età dell’Acquario. Il testo è stato pubblicato anche da Keltia Editrice e Edizioni Triskel

 

 



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