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Luogo: Lanzo Torinese (TO)

Questo luogo appartiene al gruppo:
diavoli (ponti)
impronte
leggende

Regione:
Piemonte

I capitoli di questa pagina sono:
La leggenda
Perchè così tanta presenza di "ponti del diavolo"?


IL DIABOLICO PONT DU ROCH


Si dice spesso che il diavolo faccia le pentole, ma non i coperchi: stando però alle innumerevoli opere, create sia dalla natura che dall’uomo, che già dal loro nome vantano una origine “diabolica”, si direbbe che il principe delle tenebre non si sia limitato solo a quello, ma anzi si sia dato un gran da fare nel corso dei secoli a svolgere un’attività ingegneristica di notevole perizia.

Volendo rimanere nella sola Italia, si possono trovare infatti numerosi valichi, edifici, massi e addirittura chiese da lui costruiti, tanto che elencarli tutti sarebbe molto difficile. Sono però soprattutto i ponti a costituire una vera e propria specialità della casa (in modo davvero curioso, visto che l’appellativo di pontefice spetterebbe solo al papa..), molti dei quali si trovano concentrati in Piemonte.

Tra questi, il più celebre si trova a Lanzo Torinese, un comune dell’omonima vallata a pochi chilometri da Torino. Questo ponte, detto appunto del diavolo o “pont du Roch”,  ad una sola arcata a schiena d’asino, fu costruito nel 1378 sopra il fiume Stura, per collegare il Monte Basso con il monte Buriasco e rendere quindi più celere il percorso verso il capoluogo piemontese, evitando altresì di dover attraversare i paesi limitrofi, con le quali correvano spesso accese ostilità.

Per la sua costruzione fu deliberata dalla Credenza di Lanzo una spesa di 1400 fiorini, che venne coperta con una tassa sul vino per i successivi dieci anni (un po’ come le odierne accise sulla benzina: verrebbe allora da chiedersi se dopo la costruzione fosse stata tolta…).
L’opera ultimata aveva una altezza di 15 m,  una larghezza di 2,25 e una lunghezza complessiva di 65.


Il ponte di Lanzo

Nel 1503, nei suoi pressi fu edificata una cappella  dedicata a San Rocco, il santo protettore contro la peste, dove ancora oggi si celebra una messa il 16 di agosto.

Sempre per difendersi dalla peste che stava sconvolgendo il nord Italia nel 1564, venne edificata  una porta- di cui oggi rimane solo l’arco-  per impedire l’accesso da persone provenienti da fuori Lanzo, facendola sorvegliare da guardie armate. La Credenza in quell’occasione sancì che potessero entrare in paese solamente coloro che fossero muniti di una specifica bolletta del paese di provenienza.

Un tempo qui c'era una porta per impedire l'accesso ai malati di peste che potevano diffondere il contagio

La presenza della cappella dedicata a questo santo giustificherebbe, secondo una certa interpretazione, l’appellativo di “pont du Roch”, mentre secondo un’altra essa significherebbe “ponte di roccia”, che in piemontese si dice appunto “roch”. Ma il nome più comune rimane senz’altro quello di “ponte del diavolo”, e anche su questo sono state fornite diverse letture.


Cappella di San Rocco

La prima la farebbe risalire al fatto che i lanzesi non avessero molto gradito la tassa sul vino, per cui lo avevano chiamato così in modo spregiativo; un’altra invece lo farebbe risalire al capomastro, un uomo dalla perizia davvero diabolica, che in poco tempo era stato in grado di realizzare un’opera tanto ardita dove altri avevano fallito.


La leggenda

La più comune però, e  che si ripete anche altrove, è quella secondo cui fu il demonio in persona a erigerlo, in seguito ad un ingegnoso inganno. Pare infatti che i tentativi di costruirlo da parte degli uomini continuassero ad andare a vuoto, a causa delle difficoltà esecutive; i lanzesi esasperati decisero allora di chiedere consiglio ad un vecchio eremita, il quale propose un patto al Maligno: se questi si fosse impegnato a realizzarlo, avrebbe avuto in cambio l’anima di colui che lo avesse attraversato per primo.


Marmitte dei diavoli ponte e cappella

Il principe delle tenebre, sempre a caccia di anime da portare con sé all’inferno, accettò di buon grado, e nel giro di una sola notte il ponte fu bello che pronto. Al mattino, fiero della sua opera, si appostò nei suoi pressi, in attesa di ricevere quanto promesso, ma l’anziano eremita, più furbo, fece passare sopra un vitello (o secondo altre versioni un cane, un maialino, o addirittura una toma, un formaggio piemontese il cui interno viene chiamato appunto “anima”): il diavolo, scoprendo l’inganno, scomparve furente in una nube di zolfo, non prima di aver battuto lo zoccolo in una roccia lì vicino per il disappunto. E l’impronta del suo zoccolo si può ancora vedere, così come i “ramin del Diau” le pentole nelle quali i demoni avevano cucinato le loro pietanze durante la famosa notte della costruzione (le quali sarebbero in realtà le peculiari formazioni rocciose createsi in seguito all’azione di erosione dello Stura nel corso dei millenni).

Spesso in Italia i ponti sono legati dalla stessa leggenda, quella di essere stati prima costruiti dal diavolo in cambio di un'anima e poi ingannati alla riscossione del pagamento

Questa leggenda non è però appannaggio esclusivo del ponte di Lanzo, trattandosi di un vero e proprio “topos” presente in altre strutture simili, sia in Piemonte che nel resto d’Italia.
Solo per rimanere in questa regione si possono infatti ricordare il ponte della Gula in Val Mastellone (VC), quelli di Dronero e di Neive (CN), quello di Biella (detto anche ponte di Annibale), quello del diavolo e del diavolino a Trasquera (VB) e quello di Sant’Anna (VB).
A questi si può anche aggiungere il cosiddetto “Muro del Diavolo” a Crodo (VB) una imponente e misteriosa struttura megalitica che sarà oggetto di una separata dissertazione, e che si riteneva fosse la spalletta di un ponte di Satana rimasto incompiuto.


Ponte del diavolo a Dronero


Perchè così tanta presenza di "ponti del diavolo"?

Viene allora da chiedersi quali sono le ragioni di questo fenomeno, e come mai si è ripetuto, senza troppe varianti in quasi tutta la penisola.
Per prima cosa va riconosciuto che il ponte è un’opera dalla forte valenza metaforica, in quanto costituisce un passaggio ideale da un luogo ad un altro, se non addirittura da una realtà ad un’altra. Una congiunzione tra ciò che è e ciò che sarà, oppure tra il mondo terreno e quello divino, e che ricorre in molte culture, come ad esempio il ponte di Asgard per la mitologia nordica o il ponte “più sottile di un capello e più tagliente di una spada” che devono attraversare le anime nel mondo arabo per raggiungere il paradiso.

Il ponte simboleggia il passaggio da una realtà a un'altra, una congiunzione tra ciò che è e ciò che sarà

A ciò si aggiunge il fatto che molti di questi sono ad una sola arcata, o comunque presentano un’arditezza costruttiva tale che per l’uomo comune non poteva essere solo il frutto dell’ingegno, ma richiedeva un intervento sovrannaturale.


Ponte della Gula

Ed è in questa costante dialettica tra l’umano e il sovrumano che si inserisce il tema del sacrificio, il quale ricorre in tutte le leggende sui ponti: che si tratti di un cane, un asino, un vitello, o addirittura la toma di cui sopra, ogni volta che gli uomini lo costruiscono con l’intervento del Maligno devono sacrificare qualcosa. Anche questo elemento ricorre in molte epoche ed in molte culture: fin dall’antichità infatti, le popolazioni hanno fatto offerte agli dei per ingraziarseli nella edificazione di templi o palazzi, oppure per placare l’ira del “genius loci” quando si voleva costruire in aree ritenute sacre.
I sacrifici erano generalmente di animali, ma potevano essere anche umani, come testimonierebbe ad esempio l’uccisione di Remo da parte di Romolo quando aveva attraversato il recinto sacro, oppure certi rituali delle civiltà precolombiane. Con il cristianesimo tutte queste cerimonie pagane vennero infine abolite, ma rimasero in forma metaforica, ad esempio con l’usanza di nascondere monete od oggetti preziosi nelle fondamenta degli edifici, oppure con il fiorire delle leggende di cui sopra.


Ponte del diavolo a Dronero

Per ciò che riguarda la figura del diavolo, universalmente riconosciuto come maestro di astuzia e di raffinati inganni, è singolare notare come il rapporto in questo caso si inverta, passando come uno sciocco a cui non riesce nessuna delle sue macchinazioni e che rimane sempre vittima di burle calandrinesche.
Il Medio Evo è tristemente ricordato per la caccia alle streghe, l’inquisizione e i roghi: era un’epoca pervasa da un forte clima di superstizione e di terrore, e una delle paure più grandi era appunto quella nel demonio, una presenza quasi costante nella vita dell’uomo comune. Ed è proprio in questo clima che nasce il bisogno di esorcizzarlo, ridicolizzandolo e trasformandolo in un ingenuo contro cui non era necessario compiere particolari atti di eroismo- più appannaggio di nobili e cavalieri- ma del puro e semplice buonsenso, che poteva dimostrare anche un umile contadino.
E il temuto principe delle tenebre finiva col trasformarsi, per un ironico contrappasso, in un povero diavolo… 

 

 



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