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Luogo: Val Camonica, Lago Maggiore, Verona

Questo luogo appartiene al gruppo:
anomalie satellitari
incisioni
numerologia
preistoria
rituali
sculture misteriose

Simboli:
figure geometriche (cerchio)
sole luna astri (Pleiadi)

Regione:
Lombardia


VAL CAMONICA, LAGO MAGGIORE, VERONA, UN PO’ OVUNQUE: IL “MISTERO” DELLE COPPELLE


Sono presenti un po’ ovunque. In Italia sono oltre quattro milioni.

Sono diffusissime in aree ove vissero, operarono, morirono genti cosiddette ‘preistoriche’. In questi siti, infatti, è raro che non si rinvenga almeno un masso sulla cui superficie non siano stati scavati piccoli incavi, di solito emisferici: sono le ‘misteriose’ coppelle.

Ma a Vione, nell’Alta Val Camonica sono state rinvenute su una lastra tombale di epoca longobarda e non mancano neppure sulla facciata della chiesa di S. Zeno, a Verona. Sono dunque presenti anche in strutture architettoniche che nulla hanno di preistorico.

A volte sembrano un’approssimativa riproduzione su pietra di alcune costellazioni, ma spesso appaiono anche come una sorta di ‘segnali’ indicanti il confine tra alcuni territori. Diversamente, in altri casi, assomigliano ad enigmatici simboli aventi valenza apotropaica o, addirittura, sembrano scolpite per tenere lontani... i fulmini!

Ma, allora, cosa rappresentano, a cosa servono, come sono state realizzate le innumerevoli ‘misteriose’ coppelle che costellano letteralmente moltissime rocce e monumenti della nostra Penisola e di alcune aree geografiche d’Europa?

L’archeologo Ausilio Priuli, il biologo Fabio Copiatti, insieme ad Alberto De Giuli, altro appassionato studioso delle testimonianze lasciate dalle antiche genti che abitarono l’Alto Novarese e le valli intorno al Lago Maggiore, sono alcuni tra i validissimi studiosi italiani che hanno intrapreso lo studio sistematico delle incisioni rupestri e delle coppelle unitamente ad un’interessante analisi del megalitismo e delle ‘rocce della fertilità’. Da un loro studio intitolato  “Incisioni rupestri e megalitismo nel Verbano Cusio Ossola” (Ed. Grossi, Domodossola 2003) ho tratto lo spunto per ‘girovagare’ un pò – durante qualche breve permanenza in quei luoghi, prima di partire per le più note Stonehenge, Cerne Abbas e Silbury Hill o per un tour tra le cattedrali gotiche francesi…  – alla ricerca di queste ‘misteriose’ coppelle che, apparentemente, nulla hanno di ‘misterioso’ ma che, invece, richiamano alla mente tempi ormai lontanissimi, in cui l'uomo e la Natura vivevano certamente molto più in simbiosi di quanto non accada nei nostri convulsi tempi moderni.

Lontanissimi tempi in cui si incideva la pietra, manifestazione della Grande Madre, per mettersi ‘in contatto’ con essa, per manifestare i propri desideri, la propria devozione, le proprie paure.
Avventuriamoci ora tra incisioni e coppelle, tra questi ‘misteriosi’ segni sulle rocce caratteristici di alcune aree del Nord di Italia ma anche di gran parte dell’Europa, in alcuni casi testimonianza tangibile del sottile, etereo ma più diretto legame tra l’Uomo, le ‘energie telluriche’ e,  forse,  il Cosmo stesso.


Coppelle sul Monte Zuoli, dove c’è anche un altare protostorico e una sorta di scivolo rituale.

Ma moltissime sono le località del Nord di Italia, nell’area definita ‘Verbano-Cusio-Ossola’, ricchissime di incisioni rupestri, di coppelle a volte associate ad aree che videro in un lontano passato lo svolgersi di cerimonie assimilabili, verosimilmente, a ‘riti di fertilità’. Ma proseguiamo la ‘virtuale’ esplorazione…

Nei dintorni della necropoli di Vignonino, in un’area prospiciente il Lago Maggiore e la Piana di Intra, sulla sommità di una piccola collina e nei pressi di un antico edificio a pianta circolare utilizzato in passato per la torchiatura dell’uva, c’è un sito ricco di coppelle e un area altrettanto interessante la troviamo dietro i ruderi di un’antica cappella situata a valle della zona denominata ‘Casa dei Muli’.


In Italia non è affatto raro rinvenire rocce come questa, con la superficie letteralmente ricoperta da coppelle.

Nell’abitato di Vignone è invece possibile rintracciare una strana pietra – utilizzata come architrave di una porta ormai murata – recante delle incisioni che, a seconda degli osservatori, vengono diversamente interpretate.

Vi si possono  vedere tre esseri antropomorfi molto stilizzati in posizione orante ai lati di un simbolo solare. Ma le incisioni si potrebbero interpretare anche come due simboli alberiformi ai lati di una croce che termina alla base con una coppella.

Sul Sacro Monte della SS. Trinità di Ghiffa, prospiciente il Lago Maggiore, seguendo il sentiero denominato ‘Segni sulla pietra’ si può incontrare un masso su un pianoro vicino alla Cappella di Monte. Appare costellato da sessantuno coppelle aventi diametro variabile, diversa profondità e, apparentemente, non riproducenti alcuno schema geometrico o correlabile a costellazioni. Poco più avanti ce n’è un altro con trenta coppelle e nove incisioni a forma di croce. Cosa volevano rappresentare?

Su una collina denominata Motto di Unchio, nei pressi del paese omonimo situato alle spalle di Verbania, c’è un luogo che vide lo svolgersi di culti precristiani, come testimonierebbe una roccia non distante da un ottocentesco oratorio situato accanto ad un antica cappella del ‘600 dedicata alla Beata Vergine.
Sulla pietra sono incise almeno sessanta coppelle disposte su due distinti ripiani.
In uno di essi, quello inferiore le coppelle sono state ben rifinite, appaiono emisferiche, con un diametro variabile tra 3 e 6 centimetri, disposte linearmente e in alcuni casi unite da canaletti. A quale scopo?


Come è possibile vedere anche in un’altra immagine riportata in queste pagine, spesso la disposizione delle coppelle ricalca quella di alcune costellazioni. Qui sembra di identificare la costellazione delle Pleiadi.

Nei pressi dell’Oratorio di Monscenù, del XVII secolo, lungo la mulattiera che collega gli abitati di Cambiasca e Miazzina, ai margini di un sentiero che conduce agli abitati di Cossogno e Ungiasca, è inoltre visibile un piccolo masso con una  coppella di grande diametro attorno a cui sono disposte circa venti coppelle più piccole, con una configurazione quasi a ‘rosetta’. Con quale significato?
Chissà? Forse qualche indizio potrebbe derivare dal fatto che nei secoli passati l’oratorio del Monscenù era meta di donne affette da sterilità…

Presso l’alpe Prà di Cicogna, non lontano dal lago Maggiore, vicino alla cosiddetta ‘Casa dell’Alpino’ c’è una lastra di pietra che mostra circa trenta coppelle, alcune delle quali collegate da canaletti. Vi si sono ravvisate alcune costellazioni celesti tra cui l’Orsa Maggiore, ma in questi casi anche la ‘fantasia’ degli osservatori ha spesso il suo peso…
Infine, ricorderei che tra l’abitato di Albagnano e il monte San Salvatore è rintracciabile una pietra con nove coppelle di diametro variabile, unite, a coppie, da stretti canaletti. Qualcuno vi ha voluto ravvisare la costellazione delle Pleiadi dotata – dato il numero delle coppelle – di qualche… stella in più.


Altra roccia con la superficie costellata da coppelle.


L’ENIGMATICO ‘MODULO OTTO’, LE PLEIADI …

E quale potrebbe essere il recondito significato delle coppelle disposte a ‘modulo otto’, come le definì uno studioso, il Fusco, negli Anni ’70?
In una ben definita area della Val Camonica, infatti, le coppelle si trovano, in modo costante, disposte secondo una sorta di schema simmetrico in cui il numero delle coppelle stesse rispetta sempre la sequenza 1, 2 ,2,1, 2.

L’enigmatico ‘modulo otto’ presenta alcune curiose varianti in cui alcune coppelle laterali sono unite, due a due, da un brevissimo  e stretto canale scavato nella roccia mentre la prima e l’ultima rimangono sempre isolate.

Perché?

In altri casi il ‘modulo otto’ viene racchiuso da una scanalatura di forma circolare o rettangolare e in altri ancora le prime tre coppelle sono separate dalle altre cinque tramite due distinte scanalature.

Perché?

Troppi ‘perché’, lo so! Troppi ‘perché’ a cui – almeno in queste pagine – non è possibile dare qualche esaustiva risposta, considerando soprattutto che gli ‘schemi’ creati dagli oltre quattro milioni di coppelle fino ad oggi identificate in Italia – ma ogni tanto se ne scoprono delle altre… – condurrebbero ad una serie infinita di possibili ‘interpretazioni’.
Come interpretare, ad esempio, le coppelle disposte a ‘rosetta’, con una coppella centrale circondata da altre disposte lungo una circonferenza, abbastanza diffuse lungo l’arco alpino e in Sardegna? I… soliti ‘simboli solari’?
Sono visibili nelle sarde tombe ipogee di Anghelu Ruju (Alghero) e in alcuni villaggi nuragici, spesso vicine ad aree cultuali. Ma sono presenti anche su pietre disposte in cerchio, a Palmavera, presso Porto Torres e a Serra Orrios, nei presi di Dorgali.



Studiosi di archeoastronomia hanno identificato la costellazione delle Pleiadi (sopra) nella disposizione delle coppelle di alcune particolari rocce (sotto).


LE COPPELLE… NON PREISTORICHE

Eh sì, perché troviamo coppelle non solo in siti di età preistorica ma anche sulle pietre di un gran numero di chiese sparse qua e là per la nostra Penisola.
Ad esempio, le troviamo sui bassorilievi in marmo che ornano la facciata della chiesa di S. Zeno, a Verona, ma anche molto più a sud, sulle pietre dell’abside della chiesa paleocristiana dedicata a San Pietro, a Monte Sant’Angelo, nel Gargano.
E non mancano certamente nell’Urbs Aeterna, a Roma, nel Carcere Mamertino dove sarebbe stato rinchiuso S. Pietro. Anche se il sempre ’irriverente’ popolino romano le attribuisce ad una… testata che il ‘Principe degli Apostoli’ avrebbe data a causa delle percosse subite dai suoi carcerieri!
A Milano, inoltre, è stata rinvenuta una mensa di un’ara dedicatoria, nei pressi della basilica di S. Ambrogio, tutta costellata di coppelle e altre coppelle sono state messe in luce su un’ara etrusca rinvenuta ad Arezzo

Allora, ovviamente in questi casi, tutte le congetture che avremmo potuto fare – e che spesso sono state fatte …– sulle coppelle ‘preistoriche’ riguardo possibili interpretazioni di carattere ‘archeastronomico’… sembrano cadere! Quale utilizzo ‘archeoastronomico’ possono infatti avere coppelle scolpite su davanzali di finestre di case, su soglie e stipiti di porte di ingresso, su colonne di chiostri e addirittura su… acquasantiere? A meno che tali elementi ‘architettonici’ non siano stati realizzati con pietre ove le coppelle preesistevano…

Nei comuni di Sonico, presso il Dosso Fobia (Alta Val Camonica) e alla Barme di Valtournenche, in Val d’Aosta, le coppelle unite dai canaletti sono scolpite su pareti verticali.

Forse si salvano solo, molto più spesso, le interpretazioni che attribuiscono alle coppelle una possibile valenza cultuale a volte legata anche a ‘riti di fertilità’, oppure quelle che le vedono come manifestazione di una sorta di riti apotropaici.

folgore parve
quando l'aere fende…
(Dante, Purgatorio, XIV, v. 131)

In Val Vigezzo, ad esempio, le coppelle sembra siano state realizzate per evitare che i fulmini cadessero sul bestiame al pascolo e sui mandriani! E pare che la ‘produzione’ perduri…
Un’altra manifestazione di possibili riti volti a scongiurare i pericoli derivanti dalle tremende energie che si liberano nella caduta delle folgori è rintracciabile anche a Magognino, una frazione di Stresa, sul Lago Maggiore. Lungo la cosiddetta ‘strada dei ronchi’ che unisce Magognino a Calogna, si incontrano tre Cappelle dedicate alla Vergine. Una di queste, edificata nel 1830, dedicata anche a S. Albino e a S. Grato  ha davanti a sé una vasta roccia costellata da ben 274 coppelle e al suo interno mostra S.Grato mentre ‘dirotta’ in un pozzo le saette che scaturiscono da una minacciosa nube temporalesca alle sue spalle. A sostegno di tale ipotesi potrebbe essere significativo anche il fatto che alcune coppelle mostrano una sorta di ‘appendice simile alla folgore…

Nella già citata chiesa di S. Zeno è invece verosimile che esse venissero realizzate per invocare il Santo affinchè… non facesse cadere nel baratro dell’Inferno i pii fedeli esecutori di tali ancor ‘misteriose’ incisioni sulla pietra.
Almeno a Verona una possibile spiegazione di tale tradizione – sembra perpetuatasi fino ai ‘tecnologici’ giorni nostri – potrebbe derivare dalla convinzione che creare delle cavità, o in generale colpire la pietra dei bassorilievi illustranti le gesta del re Teodorico, possa produrre un leggero… ‘odor di zolfo’, evocante l’odore delle infernali fiamme – il vulcano Stromboli – che secondo la leggenda avrebbero inghiottito il monarca, evitando così all’ignoto ‘scultore’ di fare la stessa fine.
Ma una spiegazione riguardante le coppelle ricavate sui marmi delle chiese potrebbe derivare dal fatto che l’operazione produceva anche della fine polvere a cui si attribuivano poteri ‘magici’, terapeutici…

Più accertata, infine, è la stretta correlazione tra coppelle e ‘culto dei morti’, come avviene in Sardegna, dove quasi sempre esse sono situate su rocce situate all’interno di ipogei destinati alle sepolture.
C’è anche chi sostiene che in molti casi le coppelle sono state prodotte da agenti atmosferici, soprattutto ove risulta molto difficile riscontrare un qualsiasi schema ‘logico’ nella loro disposizione oppure dove non sia possibile collegarle in alcun modo a ‘riti di fertilità’ o ad altre simili manifestazioni di una religiosità ancora in nuce.In tali casi, solo una buona conoscenza dei tipi di rocce e delle tecniche di realizzazione delle coppelle può aiutare gli studiosi a dirimere la questione.


LE TECNICHE DI REALIZZAZIONE

Lo studio delle tecniche di incisione prevede ovviamente sia esperienza dal punto di vista prettamente geologico e archeologico, sia una buona dose di ‘sensibilità’ per cercare di interpretare anche  quello che può essere stato – secoli o millenni prima – il comportamento gestuale di quegli ignoti ‘scultori’ durante l’esecuzione delle loro ‘opere’, forse molto semplici da realizzare ma particolarmente complicate da interpretare.

Un insieme di complesse circostanze portarono infatti quegli sconosciuti interpreti dei desideri, dei timori, delle credenze religiose della comunità in cui vivevano, a scegliere la roccia su cui incidere le coppelle – verosimilmente in relazione alla collocazione, al tipo e, forse, anche alle caratteristiche cromatiche della roccia stessa – e a creare una serie di utensili necessari ad incidere e rifinire ulteriormente gli incavi prodotti con intenti cultuali, rituali o anche solo ‘pratici’, come una sorta di planimetria del luogo ove abitavano.
In pratica le tecniche che verosimilmente sono state usate da quei nostri lontanissimi progenitori possono suddividersi in due categorie principali.

Una ipotizza una graduale asportazione di frammenti di roccia tramite un azione di ‘picchiettaggio’ e ‘scalpellatura’. Certamente non eseguita con la ‘martellina’, strumento tipico dei più recenti ‘piccapietra’ e  ‘marmorino’, costituito da una sorta di martello munito di particolari punte.
L’altra sostiene l’asportazione di materiale dalla roccia tramite una lenta, progressiva abrasione.
Tutte e due le tecniche dovrebbero essere state attuate mediante strumenti litici o, in alcuni casi, metallici. Le conclusioni a cui sono giunti i tre studiosi citati all’inizio dell’articolo – anche in relazione a studi comparativi di archeologia sperimentale eseguiti in collaborazione con il ‘Laboratoire de Prèhistoire’ dell’Università di Nantes – hanno messo in luce, tra l’altro, come l’utilizzo di stesse tecniche eseguite su diversi tipi di rocce possono produrre risultati ben diversi e che la posizione assunta dall’operatore rispetto alla superficie rocciosa può condizionare il risultato finale.

Tali esperimenti hanno altresì evidenziato l’impiego contemporaneo, in antico, di diverse tecniche, di diversi strumenti, di diversi possibili comportamenti gestuali di quegli antichi ‘scultori’ che – con le coppelle e con altre incisioni sulla roccia – cercavano di immortalare sia aspetti del loro mondo ‘immanente’ – forse la collocazione di tumuli sepolcrali o di luoghi di culto – sia le loro embrionali concezioni di un primitivo universo ‘trascendente’, sia la loro visione di una piccola parte del cielo stellato verso cui si sentivano particolarmente attratti.


Strane “coppelle”… a sesto acuto? No, è l’affascinante altare rupestre di Santo Stefano- Oschiri, in Sardegna.


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