SOLAROLO MONASTEROLO (CR) – CHIESA S. PIETRO E PAOLO / All’interno della cappella, proprio sull’urna sepolcrale, compare un simbolo chiaramente riconoscibile come un fiore. Si tratta del “Fiore della Vita”, noto anche come “Sesto giorno della Genesi”, poiché costruito attraverso la rotazione di sei cerchi, ciascuno associato a un giorno della Creazione. Il simbolo rappresenta l’ordine e la struttura del Cosmo, nonché il compimento dell’atto creativo.

LA CONFRATERNITA DEGLI UMILIATI E IL FIORE DELLA VITA


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CATEGORIE

Provincia di Cremona

PERSONAGGI
SIMBOLI: FIORE DELLA VITA

I capitoli di questa scheda sono:
Il cascinale di Solarolo Monasterolo
La confraternita degli Umiliati
L’urna sepolcrale violata
Il fiore della vita

Il cascinale di Solarolo Monasterolo


Sulle rive del Po prende forma una suggestiva rappresentazione del “Sesto giorno della Genesi”, accostata a enigmatiche sepolture che rimandano alla presenza dell’antico ordine degli Umiliati, oggi scomparso da secoli. In questo piccolo centro della provincia di Cremona, Solarolo Monasterolo, frazione di Motta Baluffi, la storia si intreccia al mistero. Accanto alla chiesa dei Santi Pietro e Paolo si erge infatti un grande cascinale dalla struttura insolita, che ricorda da vicino quella di un convento. Un edificio che, in epoche lontane, appartenne proprio agli Umiliati. Il toponimo stesso “Monasterolo” conserva nel nome il ricordo di un insediamento monastico.

La confraternita degli Umiliati


Il movimento degli Umiliati nacque e si sviluppò in Lombardia tra il XII e il XIII secolo, diffondendosi successivamente in gran parte dell’Italia settentrionale. Le sue origini sono avvolte dall’incertezza, poiché esistono due tradizioni differenti: una ne colloca la nascita all’inizio dell’XI secolo, l’altra nella seconda metà del XII, durante il regno di Federico I di Svevia. È tuttavia generalmente accettato che il movimento abbia avuto origine da un gruppo di nobili milanesi e comaschi, esiliati in Germania, che maturarono una profonda conversione spirituale. Tornati in patria, decisero di fondare una comunità religiosa ispirata a ideali di povertà, sobrietà e rigore morale. Come altri ordini del tempo, gli Umiliati predicavano una vita semplice e austera, in contrapposizione agli eccessi e alle ricchezze che si erano diffusi anche negli ambienti ecclesiastici. Il loro nome derivava dall’uso di vesti non tinte e quindi economiche, segno visibile della loro scelta di umiltà.

L’organizzazione interna prevedeva tre differenti gruppi: i chierici, vincolati al celibato e alla vita comunitaria; i laici, uomini e donne che non pronunciavano voti solenni e potevano sposarsi, condividendo comunque momenti di vita comune; infine i laici che osservavano una forma più limitata di povertà volontaria. Tutti avevano l’obbligo di devolvere ai poveri ciò che eccedeva il necessario. Il ramo clericale divenne un vero e proprio ordine religioso, l’Ordo Humiliatorum (O. Hum.), approvato da papa Innocenzo III nel 1201. Tra le figure più rilevanti si ricordano Luca Manzoli di Firenze e il beato Giacomo Pasquali di Siena, entrambi elevati alla dignità cardinalizia.

Gli Umiliati si distinsero soprattutto nella lavorazione della lana, dando vita a importanti manifatture tessili che generarono ingenti profitti, reinvestiti anche in attività bancarie. Promossero inoltre uno stile di vita improntato alla moderazione, favorendo l’introduzione delle cosiddette leggi suntuarie, volte a limitare le spese superflue, soprattutto nell’abbigliamento. Tali norme si diffusero in molte città-stato italiane a partire dal XIV secolo.

Il centro principale dell’ordine fu l’Abbazia di Viboldone, nei pressi di Milano, ma la loro presenza era diffusa in tutto il Nord Italia. Con la Controriforma, movimenti di questo tipo vennero guardati con crescente sospetto. Gli Umiliati furono accusati di simpatie calviniste e entrarono in conflitto con l’arcivescovo di Milano, san Carlo Borromeo. Il tentato attentato alla sua vita da parte di Gerolamo Donato, detto il Farina, segnò la fine dell’ordine, che venne soppresso ufficialmente il 7 febbraio 1571 da papa Pio V. Le comunità femminili, spesso legate alla regola benedettina, sopravvissero più a lungo, venendo soppresse solo tra il XVIII e il XIX secolo.

L’urna sepolcrale violata


A Solarolo Monasterolo l’antico complesso monastico è ancora ben riconoscibile. Tuttavia, l’elemento più impressionante si trova nei pressi dell’argine principale del Po, all’inizio della strada che conduce alla chiesa. In una piccola cappella ormai in stato di degrado è conservata un’urna sepolcrale antica, privata della lastra di copertura. All’interno sono ancora visibili resti ossei umani, mai oggetto di particolare attenzione da parte della popolazione locale.


i resti dell’urna

Secondo quanto riferito da uno storico del luogo, nel periodo immediatamente successivo alla Seconda guerra mondiale l’urna fu più volte profanata da ragazzi del paese, che arrivarono persino a giocare con i teschi un tempo conservati al suo interno. Di questi oggi non resta traccia: solo alcune ossa, probabilmente appartenute ai frati Umiliati. Anche in tempi recenti la cappella è stata nuovamente oggetto di atti vandalici, colpendo una testimonianza storica di grande valore simbolico.

Il fiore della vita


All’interno della cappella, proprio sull’urna sepolcrale, compare un simbolo chiaramente riconoscibile come un fiore. Si tratta del “Fiore della Vita”, noto anche come “Sesto giorno della Genesi”, poiché costruito attraverso la rotazione di sei cerchi, ciascuno associato a un giorno della Creazione. Il simbolo rappresenta l’ordine e la struttura del Cosmo, nonché il compimento dell’atto creativo.

Diffuso in numerose culture antiche, il Fiore della Vita compare tra i cristiani copti, gli Etruschi, i Cinesi, gli Ebrei e i Celti. In quest’ultima tradizione era considerato un simbolo dinamico, legato all’energia solare e alla sua forza rigeneratrice e protettiva. Proprio per questo veniva spesso inciso in luoghi destinati alla protezione, come culle e serrature.

Il legame con il numero sei, simbolo della Creazione, avvicina il Fiore della Vita alla Ruota della Vita e all’Esagramma. La tradizione ebraica lo associa all’Albero della Vita, mentre nella sua forma estesa rivela una struttura matematica perfetta, basata sul numero aureo. Per questo motivo fu utilizzato da architetti e artisti come modello di armonia e proporzione. Le scuole iniziatiche lo considerarono inoltre il punto di partenza per la costruzione dei solidi platonici, permettendo il passaggio dal piano alla tridimensionalità.