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A SUTRI, VITERBO, RADICOFANI, SIENA, ROMA E A SANTIAGO DE COMPOSTELA, I “VIANDANTI DI DIO” VERSO LA CITTÀ ETERNA



“ Quia via vis procedere?”

È questa, probabilmente, una domanda che di frequente potevano porsi – l’un l’altro – gli innumerevoli pellegrini diretti a Roma lungo la cosiddetta ‘via Francigena’, nei momenti di incertezza davanti ad un bivio, ad una strada non immediatamente riconoscibile e che, quindi, poteva ingenerare qualche dubbio sul percorso verso l’Urbs aeterna, verso Roma. Ma perché questi ‘affollati’ pellegrinaggi? Perché incamminarsi lungo percorsi non certamente agevoli, densi di pericoli d’ogni sorta, in un viaggio di cui era certa la partenza ma non era altrettanto certo l’arrivo? Tutto nasce a partire dall’Anno del Signore 638, quando Gerusalemme, la Città Santa, viene conquistata dal califfo Omar e diviene del tutto impossibile recarsi in pellegrinaggio per ripercorrere e visitare i luoghi in cui visse, operò e morì il Cristo. Roma – luogo ove c’erano sia la tomba di Pietro, il Principe degli Apostoli, sia quella di Paolo – diviene così un valido ‘sostituto’ di quei luoghi, una vera e propria ‘altera Jerusalem’ da raggiungere per visitare le mille chiese, le mille basiliche sorte nel corso dei secoli, appena dopo l’epoca che aveva visto l’imperatore Costantino riconoscere il cristianesimo come ‘religione di Stato’.


Viandanti di Dio medievali verso la Città Eterna, raffigurati nella Chiesa della Madonna del Parto a Sutri, a pochissimi chilometri da Roma

 

Così, proprio le basiliche di San Pietro, di San Giovanni in Laterano, di San Pietro e le catacombe lungo alcune vie consolari diventano veri e propri punti di riferimento negli  ’itineraria’ destinati a quei lontani, appassionati, umili ‘viandanti di Dio’.
I viaggi devozionali ‘ad limina apostolorum’ – ovvero presso i luoghi che videro la fine di quei primi martiri della fede – diventano man mano sempre più frequenti, sempre più desiderati da quanti vogliano in qualche modo partecipare indirettamente agli ultimi momenti di anime illuminate che avevano voluto contribuire a diffondere il ’Verbo’ e quasi sempre a costo della propria vita.
Ma nel VII secolo le strade non sono certamente ben delineate, la ‘segnaletica’ – benevolmente chiamiamo così qualche sparuta indicazione posta in prossimità di punti in cui più strade si incrociano – è alquanto approssimativa e, forse, suggerimenti più utili possono provenire solo dall’esperienza di chi quelle strade ha già percorso o dalla gentilezza degli abitanti dei paesi, dei villaggi, delle città incontrate durante il pellegrinaggio.
E poi, una volta giunti nella ‘Città Eterna’, come districarsi tra gli infiniti monumenti pagani o cristiani che il pellegrino può incontrare ad ogni piè sospinto?
Per far fronte a queste necessità, verso l’VIII secolo nascono i cosiddetti ‘Itinerari della città di Roma’, tra i quali emerge una sorta di ‘Guida del Touring Club’ dell’epoca, opera conosciuta come ‘Itinerario di Einsiedeln’, in cui vengono suggeriti ben undici percorsi per orientarsi tra i principali monumenti e chiese della città.
Essa viene seguita quattro secoli più tardi dal volume ‘Mirabilia Urbis Romae’ in cui vengono descritte – spesso ricorrendo alla fantasia ove le conoscenze dei luoghi sono indirette e scarne di particolari – le rovine dell’antichità pagana, i monumenti della cristianità, i luoghi ove sono conservate le reliquie dei Santi.



Non c’era il GPS, le carte geografiche scarseggiavano e allora unico aiuto ai numerosissimi “vagabondi del Signore” che si avviavano verso Roma potevano essere delle pietre miliari, come quella moderna in alto, o delle semplici fontanelle dove rifocillarsi, come quella un po’”naïf” – nella campagna di Viterbo – che con la lettera ‘F’ indica il giusto percorso della Via Francigena.

I vagabondi del Signore

Ma fare il pellegrino diretto all‘altera Jerusalem, a Roma, non è come essere un viaggiatore qualsiasi. Il pellegrinaggio è un ‘itinerario sacro’ poiché il pellegrino non si reca solo fisicamente sui luoghi della cristianità ma ripercorre spiritualmente le vie che conducono a Dio, che diventa in realtà la vera, unica meta del viaggio.
Gli innumerevoli rischi e ostacoli che il pellegrino incontra lungo il percorso  non scoraggiano affatto i ‘vagabondi del Signore’ i quali – ben consapevoli di non esser certi di raggiungere la meta – prima di partire fanno spesso testamento.
E prima di partire si sottopongono anche ad un rito che stigmatizzi e consacri gli obiettivi spirituali che il pellegrino stesso si prefigge. Un’apposita cerimonia d’investitura e un rituale liturgico ad hoc accompagnano i primi momenti del suo lungo e pericoloso viaggio…

“ In nomine Domini Nostri Jesu Christi, accipe hanc sportam, habitum peregrinationis tuae…”

… insomma, “ In nome di Nostro Signore Gesù Cristo, ricevi questo paniere, attributo del tuo pellegrinaggio, affinché tu possa meritare di giungere purificato, salvo ed emendato al  luogo del Santo Sepolcro e ritornare in perfetta salute”.


“In nome di Nostro Signore Gesù Cristo, ricevi questo paniere, attributo del tuo pellegrinaggio…”

L’abito, si sa, non fa il monaco, ma tutto ciò al ‘viandante di Dio’ non interessa più di tanto e allora si veste… da pellegrino. Indossa infatti un abito di ‘bigello’, ovvero realizzato con un panno molto rozzo, a pelo lungo e fitto che intende simboleggiare ogni sua rinuncia a qualsiasi distinzione sul piano sociale. In pratica il ‘vagabondo del Signore’ si autoinclude in una sorta di quinta categoria sociale, oltre a quella dei mercanti, dei militari, dei contadini, degli ecclesiastici. Per inciso, da tutto ciò sembrano derivare i ‘segni’ delle carte da gioco in cui troviamo, nell’ordine, i ‘denari, le ‘spade’, i ‘bastoni’, le ‘coppe’…

Nasce quindi un altro ‘ordo’, quello del pellegrino, vestito con una mantella chiamata ‘pellerina’ o ‘sanrocchino’ e con il ‘petaso’, ovvero un cappello con le tese molto larghe per ripararlo dal sole cocente e dalla pioggia. Nella ‘bisaccia’ – piccola e sempre aperta a significare che il pellegrino ha illimitata fiducia nella Divina Provvidenza – pone tutto ciò che gli possa servire per superare le momentanee difficoltà del vivere quotidiano e, come altro compagno di viaggio, ha solo il ‘bordone’ – simboleggiante anche lo strumento per allontanare il Demonio – ovvero il bastone che lo aiuta a superare le asperità delle strade.
E anche a tener lontani cani affamati ed esseri umani che affamati, in quei tempi, potevano esserlo ancor di più!


Durante i loro pellegrinaggi i “viandanti di Dio” avevano occasione di incontrare persone nuove, di socializzare, di aggregarsi. Più o meno come oggi accade a chi si incammina verso Santiago de Compostela..,

Gli…’autostelli’ dell’Anno Mille

Il viaggio del pellegrino è molto lungo, faticoso, pericoloso e richiede pertanto strutture ove – in attesa che lo ’spirito’ si elevi alla vista dei luoghi ‘santi’ – il corpo possa rinfrancarsi e passare la notte. È pur vero che nell’Italia medievale viene abbastanza diffusamente rispettato il dettato evangelico che prescrive  l’assistenza ai bisognosi e che ‘suggerisce’ agli abitanti dei vari villaggi di accogliere il viandante come fosse il Cristo in persona a chiedere ospitalità, ma poiché in ogni tempo e paese “necessità fa virtù”, oltre all’ospitalità ‘ecclesiastica’ caratterizzata dai cosiddetti ‘xenodochi’, dai monasteri, dagli ospizi e dagli ‘spedali’,  si organizzano ben presto i gestori di taverne e di locande, strutture derivate direttamente da analoghe istituzioni fondate dalle prime comunità cristiane per dare assistenza gratuita ai fedeli in viaggio, ai malati e alle persone bisognose.
Ma cosa sono gli ‘xenodochi’?
Sono strutture derivate direttamente da analoghe istituzioni fondate dalle prime comunità cristiane per dare assistenza gratuita i fedeli in viaggio,i malati e le persone bisognose. Strutture poi trasformate in ‘ospizio’  a partire dal IX secolo.


Pellegrini curati presso uno xenodochio di Santa Maria della Scala, a Siena.


Sullo sfondo lo Xenodochio di San Romerio, nel Cantone dei Grigioni, in Svizzera, dove intorno all’anno Mille alcuni religiosi offrivano ospitalità e ristoro ai pellegrini che percorrevano il lungo cammino della Via Francigena per giungere all’Urbs aeterna, a Roma.

Il ’vagabondo del Signore’ che torna dalla Terra Santa porta invece con sé la ‘palma’ che dall’XI secolo assume il significato di ‘rigenerazione spirituale’ e fermezza nella fede e per tale motivo viene spesso raffigurata nelle mani dei martiri.


Il pellegrino di ritorno dalla Terra Santa portava con se foglie di palma in ricordo dell’entrata in Gerusalemme di Gesù. Ancor oggi la Domenica che precede il giorno di Pasqua viene chiamata proprio “Domenica delle Palme”…


San Giacomo, “viandante di Dio”  per eccellenza, con i simboli del  “pecten jacobaeus”, per ogni “pellegrino bicchiere e piatto per mangiare


le due coautrici di questo articolo, le dottoresse Gianna Venditti e sua figlia Paola durante una pausa del non facilissimo loro pellegrinaggio verso Santiago de Compostela.

Il ‘viandante di Dio’ che percorre le vie che conducono a Roma viene invece caratterizzato da uno ‘scapolare’, ovvero striscia di panno con un’apertura per far passare il capo e munita di ‘pendenti ‘ sul petto e sulla schiena, mentre è ben contento di ostentare le ‘quadrangulae’, cioè targhette votive, cucite sugli abiti, raffiguranti i volti di San Pietro, di San Paolo o della Veronica.


Quadrangula medievale con le immagini di San Pietro e San Paolo

Ma la Via Francigena non si fermava di certo a Roma. C’era e c’è ancora il percorso che univa la Città Eterna a Brindisi, da dove i pellegrini si imbarcavano per la Terra Santa o, al contrario, lì sbarcavano per avviarsi verso Roma in pellegrinaggio verso la città dove sarebbe stato martirizzato San Pietro. All’inizio furono utilizzate alcune vie consolari realizzate dai Romani, quale ad esempio la Via Appia oppure, dal IX secolo, anche la Via Latina, oggi Via Casilina.


Un tratto della Via Francigena che collegava Roma con Brindisi dal cui porto i pellegrini si imbarcavano – o sbarcavano – per recarsi in Terra Santa.


Raffigurazione su pietra del pecten jacobaeus che si può trovare percorrendo il Cammino di Santiago.


Moderna raffigurazione del pecten fotografata dalle due coautrici di queste pagine.

Il pellegrinaggio verso Santiago de Compostela

Ma le mete da raggiungere, oltre all’Urbs aeterna, potevano essere anche altre, tra cui la tanto agognata Santiago de Compostela.
Chi tornava da quel luogo sacro, quasi sulle sponde dell’Oceano Atlantico, raccoglieva una particolare conchiglia, il pecten jacobaeus, che – oltre a servirgli da ‘bicchiere’ e da ‘piatto’ per mangiare – diviene il suo simbolo. Simbolo che caratterizza poi ogni via che conduce alla tomba di San Giacomo, apparendo nelle chiese, sulle statue, e cucita sulle vesti del pellegrino.
Il cosiddetto Cammino di Santiago è un lungo, molto lungo, tratto di strada che fin dall’epoca medievale i pellegrini percorrevano, attraverso Francia e Spagna, per giungere al santuario di Santiago de Compostela dove ci sarebbe la tomba dell’Apostolo Giacomo il Maggiore, o meglio Giacomo di Zebedeo, uno dei dodici Apostoli di Gesù, così denominato per non confonderlo con Giacomo di Alfeo, probabilmente fratello o cugino del Salvatore.


Una parte del lungo cammino verso il santuario di Santiago de Compostela.

Racconta la Legenda Aurea – raccolta medievale di biografie agiografiche – opera di da Jacopo da Varazze , frate domenicano e vescovo di Genova…

“… San Giacomo il Maggiore dopo l'ascesa di Gesù al cielo iniziò la sua opera di evangelizzazione della Spagna spingendosi fino in Galizia, remota regione di cultura celtica all'estremo ovest della penisola iberica. Terminata la sua opera Giacomo tornò in Palestina dove fu decapitato per ordine di Erode Agrippa nell'anno 44..”.

Passarono gli anni, passarono i secoli e…

“… Nell'anno 813 l'eremita Pelagio (o Pelayo), preavvertito da un angelo, vide delle strane luci simili a stelle sul monte Liberon, dove esistevano antiche fortificazioni probabilmente di un antico villaggio celtico. Il vescovo Teodomiro, interessato dallo strano fenomeno, scoprì in quel luogo una tomba, probabilmente di epoca romana, che conteneva tre corpi, uno dei tre aveva la testa mozzata ed una scritta: "Qui giace Jacobus, figlio di Zebedeo e Salomé”.
E da allora infiniti furono i pellegrinaggi verso la tomba dell’Apostolo giacomo e il luogo venne poi denominato Campus Stellae o Campus Tellum – forse ‘luogo di sepoltura’ – da cui Compostela


una suggestiva raffigurazione di Giacomo il Maggiore, opera di Hieronymus Bosch


le due coautrici dell’articolo, Gianna e Paola, durante una meritata sosta accanto ad una delle tante statue che costellano il camino verso Santiago de Compostela.


Gianna Cairo Venditti accanto a delle suggestive strutture in ferro che raffigurano i pellegrini medievali mentre si avviavano verso il luogo ove sarebbe sepolto l’Apostolo Giacomo il Maggiore.


Per continuare i viaggi tra i misteri della Storia…

Di imminente pubblicazione presso Enigma Edizioni

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