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…Se questo è un dolmen… Escursione sul monte San Casto a sora in Ciociaria.

Luogo: Sora (FR)

Articolo di: Giancarlo Pavat- giancarlo.pavat@gmail.com
Fotografie: Giancarlo Pavat

Questo luogo appartiene al gruppo:
Oggetti/pietre
Preistoria

Regione:
Lazio

I capitoli di questa pagina sono:
Il castello di San Casto
Il "dolmen" di Sora


Il castello di San Casto

Argomento è la “camminata” sul Monte San Casto, assieme a Giuseppe Rinna e guidati da Paolo Accettola. Il monte sorge presso Sora, anzi, più correttamente pr oprio sopra la cittadina ciociara, dove si trova una formazione di grandi blocchi calcarei che secondo alcuni ricercatori locali, potrebbe essere un “Dolmen”.
La parola deriva dai termini celtici “dol” tavola e “men” pietra lavorata. Quindi “tavola di pietra”. Questi antichissimi manufatti umani si ritrovano in diverse parti del pianeta. In  Europa li troviamo concentrati soprattutto nelle regioni atlantiche; penisola iberica, Francia occidentale, isole Britanniche, Scandinavia sud-occidentale. In Italia sono famosissimi quelli pugliesi della Chianca vicino a Bisceglie (BA) o quello di Cisternino, non lontano da Fasano (BR).


Monte S Casto visto dal Lungoliri a Sora-freccia indica dove si trova il dolmen - Santuario Madonna delle Grazie-Monte S Casto-Sora

Tornando a Sora, è noto attraverso le indagini archeologiche, che la terza città della Ciociaria deve le proprie origini al popolo italico dei Volsci. Costoro, attorno al VI secolo a.C., dagli Appennini, attraverso la Val di Roveto scesero nella Valle del Liri (il fiume che attraversa Sora) e poi in quella del Sacco. Da qui attraverso la stretta di Vallefratta raggiunsero la valle dell'Amaseno. Seguirono il corso del fiume ed occuparono l’Agro Pontino e la costa tirrenica, ove fondarono villaggi fortificati.
Sora, rasa al suolo dal terribile terremoto del 13 gennaio del 1915 (quello che avente epicentro nella Piana del Fucino distrusse tutta la Marsica e ampie aree della Ciociaria, causando 30.000 morti di cui oltre trecento solo a Sora), è sovrastata dal monte San Casto, dove sorgeva l'antica Acropoli e, quasi sulla cima a circa 546 m.slm., il castello chiamato pure “Rocca Sorella”.
Ritrovamenti di materiale ceramico e fittile ha attestato la frequentazione del monte sin dal XI secolo a.C..
Distrutto nel 1229, nella prima metà del XVI secolo, il castello venne ricostruito per volere dei Della Rovere nelle forme di una possente fortezza cinquecentesca che controllava l'accesso agli Abruzzi.


Monte S Casto - La Rava rossa

Il castello-fortezza venne in seguito acquistato dai Boncompagni e infatti è noto anche con questo nome. Nel 1873, dopo l'unità d'Italia, è passato al comune di Sora.
Negli ultimi anni il castello di San Casto è stato sottoposto a sciagurati restauri, conclusisi con un inutile sperpero di denaro pubblico. Oggi, sia la struttura che i sentieri sul monte versano in uno stato di indecente degrado.
Una situazione che stringe il cuore anche alla luce della bellezza selvaggia della carsica rupe, delle sue antichissime vestigia e del contesto naturalistico e paesaggistico, che meriterebbe ben altra attenzione e valorizzazione.
Quanto alle mura megalitiche o, come preferiscono chiamarle gli archeologi, in opera poligonale, ne abbiamo individuati diversi tratti. Ad esempio sulla sinistra della gradinata di accesso al sagrato della chiesa della Madonna delle Grazie (a quota 387 m.slm.), raggiunta dopo essersi inerpicati lungo una ripida scalinata che, costellata dalle stazioni della “Via Crucis”, sale da Corso Volsci (corrispondente all'antico decumanus maximus che altri non era che il segmento cittadino della via romana che collegava il mare Adriatico con il Tirreno) direttamente nel centro cittadino.


Croce dei padri passionisti posta negli anni 30 sulla rupe sopra il dolmen - Monte S Casto

La Madonna delle Grazie è stata danneggiata dal terremoto del 16 febbraio 2013 che ha avuto epicentro proprio presso Sora.
La chiesa è attualmente chiusa ma la recinzione stesa dagli operai per mettere in sicurezza l'area, è stata abbattuta in diversi punti e quindi, con un po' di attenzione si può raggiungere la spianata antistante; splendido “belvedere” su Sora e la pianura sottostante.
Dal “belvedere”, volgendo lo sguardo verso settentrione, si notano tratti di mura di cinta di epoca medievale che scendono dai costoni carsici della montagna fino all'agglomerato urbano.
Lasciato il sagrato scuotendo la testa per il deplorevole spettacolo dell'abbandono del cantiere e dei cumuli di rifiuti abbandonati dagli operai, si segue un comodo sentiero che , di fatto, si snoda sulla sommità di un altro imponente tratto di mura in opera poligonale Osservando alcuni blocchi, soprattutto quelli rotolati lungo il pendio, si vedono le tracce dei cunei usati per cavarli dal banco calcareo del monte.


Mura megalitiche del IV sec AC su Monte S Casto - ruderi del castello Boncompagni su monte S Casto

Le mura furono erette senza ausilio di fondazioni, ponendo i blocchi megalitici direttamente sulla viva roccia, dopo averli fatti rotolare o meglio, scivolare dall’alto. I macigni calcarei furono poi connessi gli con gli altri senza alcun uso di malte.  
Con buona pace di chi si è lambiccato il cervello per capire come vennero estratti e posti in opera. Almeno per quanto riguarda le mura megalitiche di Monte San Casto, non vi è alcun mistero in tal senso.


Torrione di castel Boncompagni - Mura di cinta del castello Boncompagni

Le mura sono state datate dagli archeologi al IV secolo a.C.. Leggendo quanto racconta Tito Livio si evince, comunque, che le mura esistevano già al momento della conquista della Sora volsco-sannita da parte dei Romani, avvenuta, appunto, nel 314 a.C..

Il "dolmen" di Sora

Mentre si sale verso il sito dove si trova la formazione rocciosa identificata come un “Dolmen” si osservano altri tratti di mura megalitiche, in alcuni punti raggiungono anche i 4,50 metri di altezza.


Dolmen di monte S Casto

Finalmente, dopo aver percorso un sentiero che zigzagando tra blocchi calcerei e la tipica vegetazione di quei monti; salvia selvatica, asparagine, “stramma” (“Ampelodesmos tenax”), pini, cipressi, corbezzoli ecc., raggiungiamo una ampia spianata, proprio sotto un costone roccioso sormontato da altri blocchi e una croce di ferro. Sulla destra, in direzione est, quasi a picco (come scopriremo poco dopo  girandovi attorno) sul tetto della cattedrale sorana di Santa Maria Assunta, addossato alla parete rocciosa, ecco il “Dolmen”.
L'impressione ed emozione è forte, inutile negarlo. Ammetto che se quel fenomeno epigeo (al momento preferisco chiamarlo in questo modo) si trovasse in Bretagna, Inghilterra, Irlanda o Scandinavia, non avrei un attimo di esitazione nel ritenerlo opera dell'uomo. Ma qui… nel Basso Lazio...


Pavat e Paolo Accettola davanti al dolmen

Giova rammentare che, allo stato attuale delle ricerche, gli unici “dolmen” laziali riconosciuti dall'archeologia sono quelli di Pian Sultano vicino a Tolfa in provincia di Roma, attribuiti alla Civiltà Etrusca.
Quelli situati presso Collepardo, sui Monti Ernici, sempre in Ciociaria, e studiati dal compianto don Giuseppe Capone, e di cui tanto si parlò negli anni '80 e '90 del XX secolo, sono ritenuti fenomeni naturali dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici del Lazio.


in cammino verso la cima di Monte S Casto - Dolmen su Monte S Casto

Tornando al “dolmen” di Monte San Casto, le perplessità sono notevoli. L'enorme blocco orizzontale, la “tavola” per intenderci, sembra davvero lavorato  e posto in opera da mano umana. Al contrario dei megaliti verticali che paiono oggettivamente essere naturali. L'interno, per nulla angusto, è però occupato da conci calcarei più piccoli che sembrano trattarsi di materiale franato successivamente, e da un lastrone notevole che, con un po' di immaginazione, può essere considerato trattarsi del quarto megalite, quello che in alcuni dolmen costituiva la parete verticale di fondo della struttura.


Il presunto dolmen - Giuseppe Rinna si affaccia al dolmen

Siamo entrati nell'ipogeo e abbiamo eseguito alcuni rilievi con la bussola. Non ci sono anomalie magnetiche e la struttura sembra orientata (forse è un semplice caso) secondo l'asse est-ovest. Poi, ci siamo arrampicati sui blocchi alla ricerca di segni di intervento umano: graffiti, coppelle, banali colpi di scalpello. Niente di niente. Nemmeno frammenti vascolari in ceramica o terracotta, che invece, abbiamo potuto constatare abbondano presso alte zone della montagna, sia lungo le mura megalitiche che presso il castello.
Ovviamente la nostra è stata una semplice ricerca di superficie e nemmeno prolungata nel tempo. Quindi sotto le rocce, soprattutto quelle franata all'interno del “dolmen”, potrebbero benissimo esserci notevoli indizi.


Edicole votive romane

E' indubbio come il “fenomeno epigeo” sia meritevole di ulteriori e più approfonditi studi. Tra l'altro, non ci risulta che sia mai stato fatto oggetto nemmeno di una ricognizione da parte della Soprintendenza.


edicole votive romane

Al momento non mi sento di esprimere alcun parere sull'effettiva o meno mano umana nella realizzazione della struttura.
Forse si tratta di un agglomerato naturale, in qualche modo adattato a riparo, magari di sentinelle, vista la bellissima vista panoramica che si gode da quel punto. Come abbiamo constatato personalmente.


Pavat e Giuseppe Rinna su Monte S Casto

Siamo discesi dal Monte San Casto, in una sfolgorante giornata autunnale, con un caldo sole a picco, e il cielo azzurro intenso delle alte quote, con mille pensieri nella mente. Torneremo sicuramente lassù. Chissà...se questo è un “dolmen”.....
Ma sulla strada di ritorno, diversa da quella dell'andata, lungo una mulattiera acciottolata che conduce alla cattedrale sorana, si incontra la vertiginosa parete detta “La Rava rossa” per il colore rossastro della roccia dovuto a presenze ferrose.
La parete appare ottima per fare palestra di roccia. Quasi alla base sono state scolpite direttamente nella roccia calcarea alcune edicole votive che un tempo ospitavano le statuette di varie divinità romane tra cui Silvano, come attestato dalle scritte in latino ancora leggibili e risalenti al II secolo d.C..

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