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Luogo: Galeria (RM)
Come arrivare: Dalla via Cassia, per chi proviene da Roma, prendete la SP 493 Braccianese-Clodia e percorretela fino al chilometro 8,900, dove incontrerete la frazione di Osteria Nuova. All’angolo – pochi metri più avanti, vicinissimo c’è un negozio di antiquariato –girate a sinistra per via S. Maria di Galeria, dopo 800 metri superate via Francesco Perrella, dopo altri 300 metri superate via Monti del Nibbio e... rimandate ad altra occasione – ma ne vale la pena! – la visita al piccolo, incantevole borgo che dà il nome alla via principale che state percorrendo. Proseguite per circa 300 metri: qui, sulla destra, troverete una strada sterrata contrassegnata da due grandi alberi di pino. Se il cancello è aperto, percorretela per circa 200 metri fino ad un piccolo spiazzo (sul lato sinistro c’è un cancello in ferro che delimita una proprietà privata) dove potrete parcheggiare l’auto. Ora avete davanti a voi due sentieri che, dopo qualche decina di metri, portano entrambi ad un'altra piccola radura: qui avviatevi verso uno stretto, seminascosto viottolo che si dirige verso l’altura. È la strada d’accesso a Galeria Vecchia, il cui arco d’ingresso troverete dopo un centinaio di metri circa…

Questo luogo appartiene al gruppo:
città fantasma
Italia abbandonata

Regione:
Lazio

GALERIA VECCHIA, UN’ALTRA AFFASCINANTE “CITTÀ DEL SILENZIO



“Città del silenzio” è una delle immaginifiche definizioni che l’orbo veggente – il poeta Gabriele d’Annunzio – dette, in realtà, ad alcuni suggestive cittadine medievali che ai suoi tempi, evidentemente, silenziose lo erano veramente.

Oggi tale definizione si attaglia maggiormente a delle località, di solito non lontane da rumorosi centri abitati, in cui il silenzio regna sovrano poiché esse furono abbandonate dai loro abitanti secoli e secoli or sono.
Così come si trovavano in quel preciso istante della loro storia: con i muri delle case ancora quasi intatti, con i coppi e le tegole dei tetti ancora, in buona parte, ben salde al loro posto, a volte addirittura con porte e finestre ancora nelle loro sedi, esposte all’inclemenza del tempo. Non solo atmosferico...


Galeria Vecchia, a pochissimi chilometri da Roma. Ciò che rimane del campanile della chiesa di San Nicola…

 

Sono le “città morte” di cui abbondano molte regioni d’Italia. Alcune giacciono abbandonate sotto un quasi inestricabile groviglio di rovi, di rami di alberi cresciuti nel corso dei decenni – dei secoli, in taluni casi – all’interno delle abitazioni, sotto gli archi d’accesso alle città, nelle ormai vuote orbite di finestre dalla quali, in un tempo ben lontano, si affacciarono madri in attesa dei loro figli impegnati in guerre combattute a suon di rudimentali archibugi, se non, addirittura, con alabarde e durlindane!

E sì, poiché alcuni di questi affascinanti paesi furono abbandonati, in fretta e furia o durante una lenta agonia, anche in epoca medievale, in molti casi non più tardi del XVII secolo. Ma perché genti che si erano affaticate a tirar su muri, archi, campanili e tetti decisero di abbandonare tutto e fuggire altrove?

Le ragioni sono molteplici e variano da luogo a luogo. In certe circostanze – ad esempio nel caso di Canale Monterano che, insieme a voi, abbiamo esplorato in un altro articolo – fu l’insalubrità del luogo, unita ad alcune locali diatribe, a decretare l’estinguersi di sogni, di desideri, della voglia, insomma, di vivere, di procreare, di allargare i confini di un paese in cui intere generazioni si erano affaccendate nell’eterna lotta per la sopravvivenza. In altri casi la leopardiana ‘matrigna ’Natura’ si manifestò in sommovimenti del terreno sui cui gli uomini si erano da secoli affaccendati, minando così la stabilità delle abitazioni e costringendo intere famiglie ad edificare altrove case, stalle, chiese.

È questo il caso – tanto per fare un altro esempio – di Civita di Bagnoregio, definita in tempi non lontani, da alcuni cartelli segnaletici, la  “città che muore”, proprio a causa dell’inarrestabile instabilità della piattaforma tufacea adagiata su un altrettanto poco rassicurante strato di friabili argille cineree, depositatesi durante i millenni e del tutto... incuranti del fatto che una moltitudine di esseri umani, del tutto ignari delle sottostanti, complesse dinamiche fisico-chimiche che fanno della Geologia una delle scienze più affascinanti, di lì a qualche millennio avrebbe deciso di edificarvi un’intera città. Ma iniziamo un nostro – e vostro… – breve viaggio tra le “città del silenzio” recandoci a Galeria Vecchia, a pochissimi chilometri da Roma, sulla via Braccianese.

Galeria Vecchia

Il luogo ha indubbiamente origini molto antiche come potrebbe dedursi sia dal suo nome etrusco – Careia, dai Romani latinizzato in Careiae– sia dalla lettura di alcuni incunaboli ove essa viene definita ampla et magna, grande e famosa. Escludendo – come vorrebbe qualcuno – che sia stata fondata da un non meglio identificato popolo dei Galerii, quel che sappiamo di certo che l’attuale città del silenzio ebbe il ruolo di modesto avamposto etrusco, situato ai confini meridionali del territorio controllato dai Tirsenoy, tra le più note ed importanti città di Cerveteri e di Veio.

Nell’VIII papa Adriano I vi fondò una domusculta poi trasformata in curtis, a metà del IX secolo, da papa Gregorio IV. Ebbe successivamente fortune alterne fino al IX secolo, quando fu quasi del tutto distrutta dai Saraceni. I Conti di Galeria la ricostruirono e ne ampliarono apprezzabilmente i confini, fino alla cessione di tutta la città agli Orsini. Correva l’anno del Signore 1276...
Poco più di due secoli più tardi agli Orsini subentrarono i Colonna, poi i Caetani, i Savelli e infine i Sanseverino.

In epoca rinascimentale ebbe l’onore di ospitare brevemente l’imperatore Carlo V: fu una sorta di canto del cigno, poiché lenta ma inesorabile giunse l’agonia del luogo, fino al totale spopolamento avvenuto nel 1809.

Perché fu abbandonato un luogo ameno come Galeria, situato a pochissimi chilometri da Roma, ben rifornito di acqua attinta nel sottostante torrente Arrone, emissario del vicino lago di Bracciano?


Uno scorcio del torrente Arrone, piccolo emissario del non lontano lago di Bracciano. Alla fine del XVIII secolo piccole zone paludose in cui prosperava la zanzara anofele causarono un’epidemia di malaria che causò il totale spopolamento della città nel 1809…

La causa più probabile fu un’improvvisa epidemia di malaria, diffusasi a causa del proliferare in alcune piccole aree paludose causate da acque stagnanti provenienti dal locale torrente Arrone, della temibile zanzara anofele.
Quel che è certo è che la fuga dalla città fu precipitosa, caratterizzata anche da inspiegabili abbandoni di attrezzi da lavoro, di suppellettili, di oggetti d’uso quotidiano che sarebbero stai utili nel ricostruire – come in effetti avvenne – un altro nucleo abitativo a poca distanza, l’attuale Santa Maria di Galeria Nuova.

Entriamo nella città...

In un apposito box posto al termine di questo articolo, viene indicato come arrivare facilmente alla “città morta” di Galeria. Ora, però, entriamo tra i ruderi, le case, gli alberi di questa suggestiva “città del silenzio”...

Percorso il ripido sentiero ricoperto di basoli e incorniciato da rigogliose felci, si arriva subito nei pressi dell’ormai semidistrutta chiesa di San Nicola e del suo campanile eretto nel XVIII secolo.

All’interno del borgo sorgevano anche le chiese di Sant’Andrea, di Santa Maria della Valle e di San Sebastiano, demolita nel 1600.
Oggi ne rimane solo il ricordo. O almeno così pare...


Il dottor Roberto Volterri durante una delle sue esplorazioni della “città del silenzio”, Galeria Vecchia

È quindi consigliabile vagare qua e là tra ciò che rimane delle mura delle antiche case, tra gli archi ancora rimasti in piedi, anche se a volte quasi inglobati da alcuni rigogliosi alberi cresciuti indisturbati per secoli.

La inarrestabile damnatio memoriae perpetrata da tombaroli e affini nel corso degli anni ha lasciato impalpabili tracce sui muri dell’antica città: infatti non è infrequente trovare l’ombra – definiamola così – di qualche antico stemma o degli orologi che scandivano, dall’alto delle torri, il lento fluire del tempo. Non è, inoltre, affatto difficile incontrare ruderi in cui qualcuno ha cercato ‘qualcosa’, ‘qualcosa’ ha trovato oppure ha continuato a scavare altrove…

Abbandonata, Galeria, lo è sicuramente – e non solo in passato, visto lo stato di degrado in cui anche attualmente versa – e non è affatto detto che non esistano altre strutture, altre presenze antropiche ormai sepolte dal tempo, dalla Natura, dall’oblio degli uomini.


Esplorando Galeria Vecchia, all’improvviso, può apparirvi anche un curioso “ponte” realizzato da Madre Natura fondendo le radici di un secolare albero con ciò che rimane di un antico muro…

Strutture o parti di esse che potrebbero tornare alla luce se solo gli Enti preposti alla tutela del nostro patrimonio culturale – e le “città del silenzio” lo sono di diritto! – investissero fondi per il recupero di queste mute testimonianze di un tempo che fu, come ad onor del vero è accaduto per Canale Monterano.

Come ho accennato, Galeria è molto antica, frutto delle velleità espansionistiche degli Etruschi in un primo momento e del successivo intervento dei Romani che tali velleità misero per sempre a tacere con la conquista di Veio nel 396 a.C.

Tutto ciò, il susseguirsi di popolazioni di diversa origine e cultura si può ancora notare osservando con maggiore attenzione alcuni tratti dell’architettura locale. O, meglio, di quel poco che rimane, poiché la cittadina fu vittima del sistematico spoglio subito nel corso dei secoli ad opera... di chiunque.

Un altro suggestivo scorcio di Galeria Vecchia, abbandonata nei primissimi anni dell’Ottocento a causa della malaria.

Così è quasi del tutto scomparso un castello che sorgeva all’interno delle mura fortificate, così sono praticamente scomparse – anche a causa di incendi e di un fulmine poco rispettoso delle bellezze artistiche locali – le chiese che abbiamo prima ricordate, così sono state sepolte nel corso dei secoli anche testimonianze molto antiche, evidenziate oggi solo dalla presenza di qualche cunicolo, di qualche grotta, di qualche ipogeo in cui venivano conservate le cose più preziose di quelle popolazioni, dai beni di prima necessità – una sorta di cantina, dunque – a oggetti preziosi da tenere lontani da occhi e mani indiscrete…

Come arrivare

Dalla via Cassia, per chi proviene da Roma, prendete la SP 493 Braccianese-Clodia e percorretela fino al chilometro 8,900, dove incontrerete la frazione di Osteria Nuova. All’angolo – pochi metri più avanti, vicinissimo c’è un negozio di antiquariato –girate a sinistra per via S. Maria di Galeria, dopo 800 metri superate via Francesco Perrella, dopo altri 300 metri superate via Monti del Nibbio e... rimandate ad altra occasione – ma ne vale la pena! – la visita al piccolo, incantevole borgo che dà il nome alla via principale che state percorrendo. Proseguite per circa 300 metri: qui, sulla destra, troverete una strada sterrata contrassegnata da due grandi alberi di pino. Se il cancello è aperto, percorretela per circa 200 metri fino ad un piccolo spiazzo (sul lato sinistro c’è un cancello in ferro che delimita una proprietà privata) dove potrete parcheggiare l’auto. Ora avete davanti a voi due sentieri che, dopo qualche decina di metri, portano entrambi ad un'altra piccola radura: qui avviatevi verso uno stretto, seminascosto viottolo che si dirige verso l’altura. È la strada d’accesso a Galeria Vecchia, il cui arco d’ingresso troverete dopo un centinaio di metri circa…


Per continuare i viaggi tra i misteri della Storia…

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Cari lettori e frequentatori di “Luoghi Misteriosi”, sapete bene che sarebbe ben arduo sperare di rintracciare in qualche Museo alcuni dei reperti descritti in questo libro scritto da Roberto Volterri e pubblicato da Eremon Edizioni. Perché? Ma è semplice: perché… essi non esistono o non sono mai esistiti. Almeno ‘ufficialmente’… Questo lavoro vorrebbe, quindi, colmare tale lacuna e dovrebbe essere inteso come un vero e proprio “Manuale di Archeologia eretica”, indispensabile a tutti quei ricercatori dell’ignoto che vogliono affrontare uno studio sperimentale sulle “possibili tecnologie antiche”, con l’indispensabile apertura mentale necessaria ad intraprendere una strada irta di ostacoli, ma soprattutto nel pieno rispetto dell’ortodossia scientifica.
L’Autore, pur occupandosi in ambito universitario degli aspetti più concreti della ricerca archeologica, ha tentato di ricostruire impossibili oggetti, basandosi in alcuni casi su testi biblici, in altri su testimonianze storiche e in qualche caso facendo “atto di fede” nei confronti di qualche studioso del passato che ha sostenuto di averli visti o di averli realizzati egli stesso. Pila di Baghdad? Arca dell’Alleanza? Lumi eterni? Bussola Caduceo? Specchi ustori? Urim e Tummin? Lente di Layard? Sono degli oggetti “impossibili”… ma non per tutti e, seguendo le indicazioni fornite in questo libro, anche voi riuscirete a realizzarli facilmente!

 



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