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Come arrivare a Canale Monterano
Da Roma, percorrete la via SS 493 Braccianese-Clodia fino al chilometro 33. Qui sarete all’altezza del paese di Manziana e troverete l’indicazione per Canale Monterano. Dalla via principale che attraversa tutto il paese di Canale Monterano, sulla destra, accanto ad una chiesa c’è una lunga strada in discesa – via Monterano – che porta alle rovine della nostra “città del silenzio”. Sarete costretti a lasciare la macchina in un piccolo parcheggio e proseguirete a piedi tra tombe etrusche e un paesaggio quasi incredibile, costituito da un antico acquedotto, campanili diroccati e strade che un tempo ospitarono una felice ma sfortunata popolazione…

Questo luogo appartiene al gruppo:
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Curiosità
Diavoli (ponti)
leggende
Personaggi (mitologici / artisti)

Simboli:
mascherone

Luoghi:
Italia abbandonata

Regione:
Lazio

CANALE MONTERANO, UNA DELLE TANTE "CITTA' DEL SILENZIO"



In una zona un po’ a nord di Roma, nei pressi di Manziana, c’è ciò che rimane dell’antica città abbandonata di Canale Monterano.
Vuole la Storia che al popolo etrusco sia da ascrivere l’origine della cittadina, pur se la colonizzazione dei luoghi ove scorre il torrente Mignone può vantare citazioni letterarie  d’altissimo livello: ne fece cenno addirittura il « mago » Virgilio.

Trecento soldati gli dànno
(un cuore han tutti a seguirlo) quelli che vivono a Cere e del Minione nei campi, e Pirgi Vecchie e l’insalubre Gravisca.
(Virgilio, Eneide, Libro X, vv. 182-184)

Vorrebbe infatti la leggenda che Enea, scampato alla distruzione di Troia, dopo un periglioso viaggio per mare sia sbarcato sulle coste laziali, dove decise di stabilirsi insieme ai suoi compagni.
Enea non trovò immediatamente il consenso delle locali genti e dovette ricorrere all’alleanza con alcuni popoli che non gli si erano mostrati ostili. Tra questi popoli, proprio nel Canto X dell’Eneide, Virgilio accenna ad un contingente di trecento soldati provenienti dai “campi del Mignone”, ovvero dai luoghi attraversati da tale torrente, nelle valli della Tolfa e di Canale Monterano.
Ma tutto ciò potrebbe appartenere al suggestivo mondo delle leggende…

Invece ciò che appare certa è l’opera degli Etruschi nei pianori tufacei che circondano l’abitato di Monterano. Essi tagliarono a gradoni le pareti rocciose, ricavando anche strette strade d’accesso, facilmente controllabili e che rendevano quasi del tutto inespugnabile l’abitato.
Poiché per le abitazioni e i templi essi usavano legno e mattoni crudi ricavati dall’argilla, nulla è rimasto dei loro edifici, mentre muta testimonianza del passaggio di quei lontani nostri progenitori è costituito dalla necropoli rupestre le cui tombe, qua e là sono visibili prima di giungere ai luoghi che potrebbero essere affascinante meta di una interessante esplorazione ‘fuori porta’.
Dalla lingua etrusca deriva il nome del paese, poiché esso era quasi certamente chiamato Màntura, dal nome della divinità ctonia, sotterranea, Manturna, alla quale era dedicato il territorio ricco di fenomeni di vulcanesimo residuo.
Da Manturna prende il nome anche l’attuale ridente cittadina di Manziana, a pochissimi chilometri da Monterano, adiacente a un rigogliosissimo bosco di querce – la Silva Mantiana – che all’epoca circondava totalmente l’abitato estendendosi fino dai monti Ceriti al lago, dai monti della Tolfa all’altopiano dell’attuale Oriolo, nonché una pietra vulcanica – la trachite, familiarmente chiamata appunto “pietra manziana” – usata dagli Etruschi come materiale refrattario in forni e are sacrificali.
I Romani latinizzarono il nome in Manturanum e, da lì, a Monterano il passo fu breve.
All’epoca dei Tyrsenoi Monterano era ben collegata a città di maggiore importanza come Caere – l’attuale Cerveteri – tramite una via che scendeva in una profonda gola scavata nella roccia tufacea, il cosiddetto Cavone, fino alla valle del Bicione.
Poi, superato il torrente, risaliva il colle della Madonnella nella strettoia oggi denominata Canalicchio e, attraversati per alcuni chilometri i territori degli attuali paesi di Manziana e Castel Giuliano, raggiungeva finalmente il capoluogo della regione.
Ma se fosse stato necessario raggiungere Tarquinia, il ricco mercante che avesse voluto concludere affari in quest’altra importante città etrusca sarebbe sceso giù per il colle, avrebbe attraversato il torrente Mignone su un traballante ponte di legno – del tutto simile a quello usato fino a pochi anni addietro – e avrebbe proseguito sulla riva destra fino alla città.

Agli etruschi seguirono i Romani, le cui tracce della loro abilità in campo edilizio  sono, ad esempio, osservabili nel cosiddetto Ponte del Diavolo, risalente al I secolo a.C., alla fine del periodo repubblicano, oppure in ciò che resta di Forum Clodii, un importante centro abitato sorto lungo la via Clodia, verso la collina di San Liberato, sul lago di Bracciano. Centro abitato sopravvissuto almeno fino al V secolo d.C. e poi abbandonato.

Oggi quest’altra antica città del silenzio è sepolta sotto una boscaglia in un terreno di proprietà privata. Meriterebbe veramente un’esplorazione sistematica e approfondita.


Il Ponte del Diavolo di Manziana

La caduta dell’Impero Romano d’Occidente – nel 476 d.C. – e la paura delle continue invasioni dei popoli germanici spinse infatti  i pochi abitanti rimasti a Forum Clodii a trasferirsi nella vicina Monterano che venne ricostruita, ampliata e fortificata. Sorsero rapidamente edifici di culto, le residenze del vescovo e dei vari ecclesiastici e le più povere abitazioni degli agricoltori e dei braccianti.
Ne seguì un periodo fiorente, caratterizzato anche da alterne vicende e influenzato, almeno dopo il XIV secolo, dal sorgere della florida e potente cittadina di Bracciano.
Non possiamo certamente, in queste pagine, seguire in dettaglio l’evolversi delle fasi storiche che portarono poi all’abbandono definitivo della città, ma saltando a piè pari secoli e secoli di vicende monteranesi, arriviamo al XVII secolo quando i vari Papi – con il consolidarsi dello Stato Pontificio – abbandonarono la diffusissima pratica del nepotismo prima maniera, caratterizzato dal voler a tutti i costi costruire uno stato per i propri nipoti nell’ambito dei territori della Chiesa, ovviamente a scapito di Stati vicini, e optarono per il cosiddetto piccolo nepotismo, che consisteva nel conferire ai propri parenti alti incarichi pubblici facendo così arricchire anche la propria casata.

A tale modus vivendi non fece eccezione Emilio Bonaventura Altieri, salito al soglio pontificio con il nome di Clemente X. E di  lui vorrei fare brevemente cenno perché è a lui che Monterano deve una bella chiesa, con annesso convento, fatta realizzare da quel grande artista che fu Gianlorenzo Bernini.


Papa Clemente X, al secolo Emilio Bonaventura Altieri
(1590 –1676)

Chiamato a Monterano, il Bernini progettò appunto la chiesa di San Bonaventura, fece realizzare una bella fontana ottagonale e riordinò mirabilmente la facciata del palazzo feudale. La chiesa è stata ristrutturata di recente proprio per non far cadere del tutto nell’oblio dettato dall’inesorabile trascorrere degli anni questa interessante opera del grande architetto.


Gian Lorenzo Bernini (1598 –1680),
sommo scultore, urbanista, architetto, pittore.

Ora entriamo nel territorio di Canale Monterano…

Entriamo nella città…

La prima cosa che ci colpisce è ciò che resta di un maestoso acquedotto del Seicento, attorniato da resti di abitazioni, da un suggestivo fontanile e da qualche tomba etrusca a camera. Qualche metro a sinistra del fontanile che troverete nei pressi dell’acquedotto, potrete notare anche una curiosa incisione nella pietra  posta all’inizio di un sentiero che si inerpica per aree che vi suggeriamo di esplorare.


Uno scorcio di ciò che resta dell’imponente acquedotto realizzato agli inizi del XVII secolo


Roberto Volterri

A pochi metri dall’acquedotto, esplorando i ruderi di Canale Monterano è possibile osservare tracce di qualche attività ‘artistica’ svolta nel passato dagli abitanti della sfortunata cittadina.

Come questo volto scolpito nella roccia, ritracciato dal dottor Roberto Volterri alcuni anni fa. Innocenti ‘graffiti’ d’altri tempi oppure ‘simboli’ di oscuro significato?

 

In alto i resti di un’antica e imponente fortezza su cui intervenne anche il Bernini. Come del Bernini è il leone raffigurato nella foto in basso, il cui originale è ora conservato nel Palazzo Comunale della bella cittadina di Canale Monterano.

Dando le spalle al fontanile che avete trovato appena entrati nell’area archeologica, avviatevi lungo il sentiero che si inerpica a sinistra verso la sommità della collina. Vi apparirà quasi subito ciò che rimane della chiesa di San Bonaventura, con l’annesso convento. Essi furono, come accennato, progettati dal Bernini e realizzati tra il 1677 e il 1679, sotto la direzione di Mattia de Rossi. Fu scelta un’area fuori dall’abitato, a circa duecento metri dalla porta ovest.

Ciò che resta della chiesa realizzata su progetto di Gianlorenzo Bernini. In realtà ora essa è stata restaurata abbastanza ma resta sempre il fascino di quei lontani tempi in cui Monterano visse momenti di splendore ma anche di cupa tristezza a causa della dilagante malaria.

La chiesa, è a pianta centrale e presenta quattro cappelle laterali. Nelle pareti dell’abside si aprono due porte di collegamento con le sacrestie e l’annesso convento.
Ora non ne rimane traccia, ma ai lati della facciata si innalzavano due campanili, mentre la copertura, sormontata da una lanterna, era completamente a cupola.

Per inciso tale chiesa fu utilizzata come location per alcune curiose scene del film “Il Marchese del Grillo” interpretato dall’indimenticabile Alberto Sordi…

Ai tempi del Bernini il complesso piacque moltissimo, ma non… a chi lo doveva abitare. Inizialmente venne realizzato per i frati delle Scuole Pie che, nonostante gli impegni presi, non vi fissarono mai la loro dimora. Fu quindi la volta degli Agostiniani Scalzi, allontanati dal luogo per loro inadempienze contrattuali – diciamo così – in quanto non celebravano messe di suffragio nel numero stabilito. Dopo un breve periodo in cui il convento fu affidato ai secolari, nel 1719 esso fu abitato dagli eremiti del Senario.

L’aria insalubre del luogo – la malaria iniziava a rendere il luogo inabitabile – non piacque neppure a quest’ultimi che si trasferirono in un’altra residenza nel vicino paese di Canale, pur ottemperando a tutti gli impegni che si erano presi nei riguardi del convento berniniano. Questa situazione durò per circa ottanta anni, fino al completo abbandono avvenuto nel 1809.

l’interno della chiesa fatta realizzare dal Bernini, oggi restaurata almeno in parte.


gli scavi hanno messo in luce una struttura sotterranea…

La malaria e l’abbandono

Passato a miglior vita il papa Altieri che aveva voluto e sponsorizzato caldamente il fiorire di Monterano, subentrarono infatti gravi difficoltà legate al disordine amministrativo, a un diffuso malgoverno e anche ad una crisi economica dello Stato Pontificio. Decadde l’agricoltura e a ciò si aggiunse una gravissima epidemia di malaria.

Infatti, soprattutto d’estate, le sottostanti valli del Bicione e del Mignone si riempivano di stagni in cui la terribile zanzara anofele soggiornava piacevolmente, La scarsità di correnti d’aria e la carenza di acqua potabile accelerarono irrimediabilmente il decadere del paese e il rapidissimo spopolamento da parte dei più fortunati sopravvissuti. 

Venne poi – alla fine del Settecento – il diffondersi di idee libertarie anche nel nostro Paese. Nel 1798 il potere temporale del papa decadde e si formò la Repubblica Romana che comprendeva Marche, Umbria e Lazio, protetta dalla Francia. L’anno successivo le stesse truppe francesi provvidero alla quasi totale distruzione di Monterano, anche a seguito di incomprensioni e diverbi con la locale popolazione.

Oggi, dopo quasi due secoli, l’area è stata in gran parte recuperata e, magari in una bella giornata primaverile, può sicuramente la suggestiva meta di una vostra avventura alla ricerca di alcune di quelle antiche vestigia che rendono sempre più affascinante il nostro Bel Paese.


Ordina il libro

Questo strano libro vorrebbe essere il naturale seguito sia di Archeologia dell’Impossibile (Eremon Edizioni) sia di Archeologia dell’Introvabile (SugarCo 2006) dedicati – more solito… – ad un approccio eretico allo studio delle opere d’arte, dei reperti archeologici. Nel libro si cerca quindi di abbinare, in una strana simbiosi, le atipiche ricerche di Archeologia Psichica con le ancor più atipiche ricerche sulle cosiddette Catene Lineari del Corpo e dello Spirito, studiate a lungo e con strabilianti, quasi incredibili risultati – fin dai primi anni del secolo scorso – dal neuropatologo professor Giuseppe Calligaris. Alcuni  Capitoli del libro sono inoltre dedicati ad altri inconsueti metodi di prospezione archeologica, quali la Radiestesia e la Rabdomanzia, argomenti questi che meriterebbero, di essere ulteriormente studiati con mente aperta, senza alcun pregiudizio e soprattutto alla luce di quanto ai giorni nostri si conosce del complesso funzionamento del cervello e del sistema nervoso umano. Un breve Capitolo è poi dedicato ad esperienze ai limiti dell’incredibile: dall’epigrafe che viene letta solo da un accreditatissimo archeologo alle immagini del passato (?) immortalate da una comune macchina fotografica. Nel libro non mancano però alcune Appendici dedicate ai metodi di indagine più ortodossi e tecnologici, quali il sistema basato sulla resistività elettrica del suolo, sulle sua capacità di condurre segnali a frequenza ultrasonica, nonché metodi basati sull’elettromagnetismo, quali il comune metal-detector e il ben più sofisticato Georadar.

 



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