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INTERVISTA A GIANPIERO PANTALEONI

A cura di Simone Leoni

In pieno XXI secolo c’è ancora qualcuno che mantiene vivo il ricordo di una liturgia che ha attraversato i secoli fino ai giorni nostri, un rituale che si tramandava di padre in figlio e che si è estinto definitivamente a metà del secolo scorso. Nelle zone rurali e montane, dalla semina del grano fino a Pasqua, nel cuore della notte le famiglie si riunivano nelle case, nelle stalle e nei fienili dove gli anziani raccontavano storie terribili e raccapriccianti, imprigionate in un soprannaturale vortice di magia e mistero. Stiamo parlando delle veglie notturne e delle leggende legate al Piemonte e alla sua città magica per eccellenza, Torino, e su questo affascinante argomento ne discuteremo insieme allo scrittore torinese Gianpiero Pantaleoni. Appassionato di montagna, storia medievale, storia di Torino, misteri ed esoterismo, negli ultimi quarant’anni ha acquisito una vasta conoscenza su tutto ciò che riguarda il Piemonte e il suo capoluogo. Per completezza verso i lettori, e per le tematiche che seguiranno, è mio dovere aggiungere che nel 2018 Gianpiero Pantaleoni ha ricevuto ad Aosta, alla fine di una conferenza sulla montagna, il riconoscimento “Striges et Nocturnae” come relatore de “I racconti del focolare” e che dal 1989, segue il mistero di Rennes le Château (del quale questa redazione ha ampiamente trattato). Oltre a due saggi, per la narrativa e i tipi di Ananke pubblica La Notte di cristallo e Il lago delle ombre, due thriller esoterici, presentati in tutta Italia che riscuotono un notevole successo di pubblico e critica. La sua ultima fatica letteraria è I racconti della notte. Storie di streghe, di fantasmi e di demoni, una collana di racconti horror/fantasy pubblicata la primavera scorsa da Youcaprint.


La notte di cristallo. Auditorium Loria, Carpi.
Foto by Annalisa Grandi

 

Simone Leoni: Gianpiero, sei appassionato di misteri da molti anni, hai scritto cinque libri e in primavera hai pubblicato il tuo ultimo lavoro che si lega molto al soprannaturale. Cosa c’è di vero nei tuoi racconti?


Gianpiero Pantaleoni: Il libro è un tributo alla montagna, un mondo povero dove la speranza, la fede, la paura dell’ignoto, il mistero della morte e dell’aldilà accendono i riflettori su una tradizione orale che si è estinta tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Sto parlando delle veglie notturne dove gli anziani montanari narravano terribili storie di streghe, fantasmi, demoni e santi. Ho iniziato a scoprire il fascino della montagna quando ero poco più di un bambino. Curioso e dalla mente aperta, facevo tesoro di tutto quello che mi veniva narrato dai contadini, dai pastori e dai sacerdoti di borgate sperdute nelle valli piemontesi. Un vero peccato non aver registrato quelle testimonianze che mi sarebbero state molto utili in futuro e oggi non ho potuto far altro che trasformare quei ricordi in favole. Mi chiedi cosa c’è di vero nei miei racconti e ti posso solo dire che, per come la penso io, la montagna custodisce gelosamente i suoi segreti e quel poco che si è lasciata sfuggire è stato sufficiente per far nascere un mito e nutrire la fantasia popolare dei montanari che hanno sempre sostenuto che le leggende e i misteri nascono sempre dalle ceneri della verità. Mi piace pensare a una verità ancora tutta da scoprire che ha origine dall’alba dei tempi ed ha attraversato i secoli fino ai giorni nostri.



Galleria sotterranea. Foto G. Pantaleoni

  

Simone Leoni: Sono rimasto colpito dalla casualità di certe cose che riporti in questo tuo ultimo libro. Ad esempio, nel racconto intitolato “Il castello dell’amore eterno”, citi il castello di Barrois che non si trova in Piemonte ma in Francia. Ce ne puoi parlare?


Gianpiero Pantaleoni:
Sono contento che mi fai questa domanda. Noi scrittori, presumo tutti, o quasi, abbiamo una fervida fantasia e non è raro che, inventando un nome o un luogo, rischiamo di “inventare” qualcosa che esiste, o è esistito, realmente. A tal proposito posso citare un esempio. Ne “La notte di cristallo” Jean de Mailly è un templare, protagonista del romanzo, frutto esclusivo della mia immaginazione. Ebbene, leggendo un saggio di storia, mi sono imbattuto in un certo Giacomo de Mailly, un crociato esistito nel XIII secolo. Georges Simenon, tanto per citare un maestro della narrativa, faceva in fretta a trovare i nomi dei suoi personaggi, scegliendo a caso direttamente dalla guida del telefono. Un metodo rapido e sbrigativo.


Simone Leoni: Un altro racconto cruento che mi ha lasciato senza fiato è “La villa consacrata al Male”. Durante la preparazione di questa intervista, mi hai detto che l’hai scritto ispirandoti a un fatto di cronaca nera. Di cosa si tratta?

 

Gianpiero Pantaleoni: In questo racconto, dal XVI secolo fino ai giorni nostri, in una valle montana scompaiono misteriosamente dei bambini che non verranno mai più ritrovati e quelle sparizioni sono legate a Villa Stern, i cui proprietari appartengono al Male. Al termine della loro infernale missione, come in macabro rituale, si suicidano tutti nella stessa stanza. Questa storia, che sconvolge un po’ anche me, mi è venuta in mente una notte dopo aver terminato di leggere “Picnic a Hanging Rock” di Joan Lindsay. Questo romanzo è basato su un fatto realmente accaduto in Australia il giorno di San Valentino del 1900, dove un gruppo di collegiali si reca sull’omonima montagna per un picnic e due di esse, insieme all’insegnante di matematica, scompaiono misteriosamente per non essere mai più ritrovate. Il caso è tutt’ora irrisolto e nel libro non si accenna a rapimenti alieni, a portali che accedono a universi paralleli o a forze malefiche; la soluzione del caso la scrittrice la lascia all’immaginazione del lettore. Per concludere, le collegiali e l’insegnante scomparse mi hanno spalancato la fantasia per una storia da brividi edificata sulla ciclica, e inspiegabile, scomparsa di bambini ad opera di uomini che appartengono al Male. Tengo a precisare che il romanzo di Joan Lindsay e La Villa consacrata al Male non hanno nulla in comune.

 


Gli occhi del Diavolo che vegliano il sottosuolo.
Foto di G. Pantaleoni

 

Simone Leoni: Tu sei nato e cresciuto a Torino e il Piemonte è una regione piena di enigmi. C’è qualche aneddoto particolare che vuoi raccontare?

 

Gianpiero Pantaleoni: Negli ultimi quarant’anni di vita posso sostenere di essere stato testimone di eventi strani, inspiegabili, ma ce n’è uno che, ancora oggi, quando ci penso, non riesco a trovare una spiegazione logica a quanto accaduto. Per dovere di cronaca, quella particolare esperienza l’ho inserita, in chiave romanzata, ne “Il lago delle ombre” quando il protagonista Valerio Sanders incontra la masca Lucilla. Era domenica 31 agosto 1997, il funesto giorno in cui perdeva la vita Lady Diana Spencer. In quell’epoca i miei futuri suoceri possedevano una casa in Val Pellice, distante una cinquantina di chilometri da Torino, dove andavamo a trascorrere i fine settimana. Questa minuscola borgata di montagna si snoda lungo la strada principale, il traffico è pressoché inesistente, ed è costituita da poche case, un emporio che vende di tutto, dalle scarpe ai generi alimentari, dal tempio Valdese e un ristorante. Quella domenica mattina io e la mia futura moglie passeggiavamo tranquillamente abbracciati come tutti i fidanzati di questo mondo sull’unica via principale, chiacchierando su nulla in particolare. Erano quasi le dieci del mattino, in strada c’eravamo solo noi immersi in un irreale silenzio assordante, dove non si muoveva neppure l’aria. Improvvisamente incrociamo una bella ragazza dai capelli rossi, di età indefinibile, finemente truccata e sulle labbra un velo di rossetto. Indossava un cappotto nero con una doppia fila di grossi bottoni dello stesso colore e a tracolla una borsa altrettanto nera. Ai piedi calzava un paio di stivali marroni. Ci sorride e, senza fermarsi, ci dice: “A una coppia felice auguro tanta felicità!”. Meravigliati, ci giriamo per ringraziarla del pensiero gentile ma della ragazza nessuna traccia! Svanita come per incanto! Eppure non poteva andare da nessun’altra parte: niente porte, niente strade, niente negozi, niente di niente. Da quando ci ha parlato a quando ci siamo voltati sarà passato un secondo, forse due, non di più. Dove poteva andare? Non la dimenticheremo mai. Ogni tanto con mia moglie parliamo di quella faccenda e custodiamo gelosamente nella memoria il ricordo di quella bella ragazza senza nome. Questa storia l’ho raccontata a pochissime persone e ora la racconto a te. Qualcuno mi ha suggerito che se voglio rivedere quella bella ragazza dai capelli rossi, probabilmente la trovo nel camposanto del paese. Non mi stupirebbe vederla su una lapide con indosso gli stessi abiti di quella domenica di fine agosto.

 

Simone Leoni: Visto che siamo in tema, hai mai provato ad ascoltare i suggerimenti che hai avuto e constatare di persona se la bella signora si trovi lì, sepolta nel camposanto?


Gianpiero Pantaleoni:
Il Piemonte è una regione che offre molte escursioni in montagna; c’è solo l’imbarazzo della scelta e, purtroppo, il caso ha voluto che in Val Pellice non abbiamo più avuto occasione di andarci. Come accennavo prima, con mia moglie parliamo spesso di quella ragazza e un giro da quelle parti lo abbiamo in agenda e, quando sarà, la prima tappa la faremo al camposanto.

 


La notte di cristallo. Roma. Foto R. Perrone

 

Simone Leoni: Oltre che a parlare di folclore, ci terrei a parlare con te anche di ciò che mi hai sempre raccontato. Da ragazzo ti sei calato “nell’oscurità” della Torino sotterranea. Cosa ti ha spinto ad accedervi?


Gianpiero Pantaleoni: Fino al 1989 il centro storico di Torino è stato il territorio dove sono nato e cresciuto e vivevo con la mamma in un palazzo del Settecento in via Verdi, praticamente sotto la Mole Antonelliana. Per diversi anni ho frequentato il gruppo scout con sede presso la chiesa di San Filippo Neri che, nella sua maestosità, occupa l’intero isolato tra le vie Maria Vittoria, Accademia delle Scienze, Principe Amedeo e Carlo Alberto. Per intenderci meglio è la chiesa ubicata di fianco al Museo Egizio. La mia passione per i sotterranei nasce proprio qui quando visitai per la prima volta le cripte di San Filippo e, letteralmente galvanizzato da quell’esperienza, iniziai a documentarmi in biblioteca e ad acquistare libri usati sulle bancarelle per approfondire l’argomento e per cercare eventuali accessi ai sotterranei. Per questo devo anche ringraziare la mia mamma che ha contribuito indirettamente a farmi accedere a cantine e sotterranei. Mi spiego. Mia mamma era molto conosciuta a Torino poiché per quasi cinquant’anni ha svolto l’attività di callista e per la sua grande professionalità era molto richiesta, gettonata come si direbbe oggi. Ebbene, la maggior parte dei suoi clienti abitava in pieno centro a Torino e, molto spesso, si recava al domicilio degli stessi poiché anziani o impossibilitati a muoversi. Decisi di accompagnarla e, in poco tempo, conquistai con la mia “simpatia” i clienti della mamma e le portinaie degli stabili che mi permisero di andare a sbirciare nelle cantine e quando trovavo portinaie “ostili” entravo di soppiatto nel sottosuolo. Ho visitato case antiche e le loro cantine, scoprendo passaggi che scendevano anche di due o tre livelli. Quando conobbi la bella Rebecca (la stessa de La notte di cristallo) avevo quasi diciotto anni, una discreta esperienza sulle spalle e con lei percorsi molti chilometri sotto Torino. Simone, ti lascio immaginare cosa si presentava ai nostri occhi là sotto. Appassionati di montagna eravamo ben equipaggiati ma rimpiango di non aver mai avuto con me una macchina fotografica. Le mie ricerche sullo sterminato sottosuolo della città mi portarono a scoprire il fascino e i misteri della Corte dei Miracoli, quel labirinto di strade, vicoli e viuzze racchiuso dalle vie XX Settembre, Garibaldi, Milano e Della Basilica, un’area ricca di storia a partire dall’epoca pre romana con le chiese, i palazzi e i monumenti che raccontano secoli di vita quotidiana. Questo affascinante quadrilatero conserva ermeticamente una miscellanea di eventi positivi e nefasti che spesso hanno cambiato il corso della storia, cronaca nera, cronaca rosa, magia, esoterismo, spiritismo che si intrecciano tra loro, senza tralasciare, ovviamente, i tanti misteri rimasti tutt’ora irrisolti. I sotterranei, misteriosi e affascinanti, hanno sempre stimolato la fantasia e la tradizione popolare e non è un segreto che sotto Torino esista un’altra metropoli, il cui centro focale è Palazzo Reale. La tradizione narra che da esso si dirami tutta una serie di cunicoli che portano in ogni parte della città, arrivando addirittura al castello di Rivoli, alla Reggia di Venaria, alla palazzina di Stupinigi e al castello di Racconigi. La metropoli sotterranea, nell’arco dei secoli, non è stata costruita solo dai Reali ma anche dalla nobiltà e dalla Chiesa che vanta il suo bel reticolo di gallerie ecclesiastiche e su questo è doveroso per me spendere qualche parola in merito. In origine, sotto la Torino antica, le chiese erano tutte collegate tra di loro permettendo ai preti di spostarsi da una chiesa all’altra senza uscire all’aperto e, soprattutto, senza essere visti. Perché? Basta questa semplice domanda per scatenare ogni tipo di fantasia. Dal Santuario della Consolata si diramano una serie di gallerie che conducono alla chiesa del Carmine e alla chiesa di Sant’Agostino, la più antica della città, risalente dall’anno mille. Da quest’ultima si poteva raggiungere la chiesa di San Dalmazzo e quella di San Domenico e al Tribunale dell’Inquisizione per arrivare fino sotto la chiesa di San Rocco e San Filippo. Durante le mie ricerche sul territorio, in biblioteca e all’Archivio di Stato, è stata una vera sorpresa per me scoprire che tutte queste gallerie non si sono mai incrociate tra di loro. Correvano i primi anni Ottanta e trascorrevo interi pomeriggi ad esplorare la Corte, divertendomi a visitare non solo il sottosuolo ma anche le bellissime e suggestive chiese; entrare in un portone, percorrere un dedalo di cortili bui e polverosi, per poi sbucare in un altro isolato. Oppure, quando mi intrufolavo facilmente nelle cantine per perlustrare quegli interminabili corridoi, umidi e orripilanti, che collegavano anche quattro o cinque palazzi tra di loro. Dei veri e interminabili labirinti. L’adrenalina e l’immaginazione erano alle stelle e, ancora oggi, mi sono sempre domandato se personaggi illustri legati alla città come Nostradamus, Paracelso, Cagliostro e Fulcanelli fossero transitati in quegli stessi sotterranei secoli prima di me. Rivivere quelle avventure oggi sarebbe impossibile. Purtroppo per ragioni di sicurezza tutti quegli accessi sono stati murati o sono inaccessibili o addirittura crollati. Torino non è l’unica città a custodire i suoi segreti nel sottosuolo e Napoli e Roma ne sono una prova ampiamente documentata ma, ancora oggi, mi piacerebbe scoprire cosa celano nel loro ventre città come Parigi e Londra. Per quale motivo queste due grandi città si sono affrettate a costruire le metropolitane, quando il problema del traffico automobilistico non esisteva ancora e si girava in carrozza? I sotterranei … se avessero il dono della parola chissà quali e quante storie fantastiche mi avrebbero raccontato.



Chiesa di San Filippo Neri

 

Simone Leoni: Mi raccontasti anche qualcosa di particolare che si trova sotto la chiesa di San Filippo Neri. Cosa trovasti all’epoca durante la tua visita?


Gianpiero Pantaleoni:
Come ti ho accennato prima, sono molto legato alla chiesa di San Filippo Neri giacché proprio lì nasce la mia passione per i misteri del sottosuolo di Torino e per aver trascorso buona parte della mia adolescenza in un gruppo scout. Ancora oggi, dopo più di quarant’anni, vanto una solida amicizia con i Padri Filippini che tante cose mi hanno insegnato e che ho appreso con entusiasmo. Un giorno, Padre G. ci portò a fare un giro nelle cripte e appena sceso mi sono ritrovato in una città sotto la città, almeno così ho giudicato cosa si presentava davanti ai miei occhi. Padre G. ci ha spiegato che in quelle tombe riposano personaggi illustri come Anna Vittoria di Savoia Soissons, duchessa di Sassonia, piccoli borghesi, ministri, diplomatici, medici, pittori, soldati e ufficiali caduti durante i grandi assedi di Torino, in particolare quello del 1706. Molti loculi erano aperti e contenevano ossa scomposte e polverose di anonimi defunti. Dopo il Regio Decreto del 1780, che vietava le sepolture nelle chiese, nelle cripte di San Filippo furono inumati solo i Padri Filippini. Il primo novembre di ogni anno si celebra la messa in una delle cripte e un tour operator si occupa delle visite sia alle cripte sia ai sotterranei.



Chiesa di San Filippo Neri - interno

 

Simone Leoni: La Torino sotterranea che tu hai visitato mi fa immaginare, cunicoli segreti, anfratti dove si celebravano rituali esoterici e quant’altro. C’è qualcosa di vero in questa domanda? Oppure questi sotterranei celano una storia del tutto diversa da quella da me immaginata?


Gianpiero Pantaleoni:
Interi oceani di inchiostro sono stati versati sui misteri dei sotterranei torinesi e sui riti di magia nera, magia bianca e magia rossa, la magia d’amore. Prove certe di cosa accadeva là sotto negli ultimi secoli non ce ne sono ma quello che è certo è che i sotterranei venivano usati come vie di fuga, incontri clandestini, ritrovo di banditi e durante le epidemie di peste venivano usati per scappare dagli appestati e allontanarsi dalla città. Diciamo che sotto Torino nei secoli scorsi c’è stato un discreto traffico ma, personalmente, escluderei i riti esoterici, quelli, caso mai, avvenivano in superficie. Torino è una splendida città dove l’esoterismo, il diavolo, le reliquie, i fantasmi, la Massoneria, i miracoli, gli Egizi e persino i Templari sono di casa. A Torino abbiamo anche un SATOR. Alla mia bellissima città non manca davvero nulla.

 


Galleria di contromina della Cittadella.
Foto di G. Pantaleoni

 

Simone Leoni: Quali sono i tuoi progetti futuri?


Gianpiero Pantaleoni:
Diciamo che in cantiere ne ho due. Attualmente sto ultimando un romanzo molto simile al “Lago delle ombre” che spero di pubblicare entro la fine dell’anno. La mia passione per le epidemie batteriologiche e i morti viventi inducono il fanciullino pascoliano che alberga in me di scrivere un romanzo a tema ambientato a Torino, la mia città natale. Fino ad oggi ho scritto otto capitoli di una storia che definire allucinante è assai riduttivo. Quello che devo ancora decidere è se traghettare in questa nuova avventura i protagonisti dei miei romanzi, Valerio Sanders e il suo gruppo. Sarai il primo ad essere aggiornato.

 

 

 

 



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