PELLEGRINO PARMENSE (PR) FRAZ. CARENO SANTUARIO DELLA BEATA VERGINE ASSUNTA / Gli scavi hanno riportato alla luce undici sepolture, rivelando diverse tipologie di inumazione: in nuda terra, in cassa di legno, in cassa lapidea e a camera. Nelle tombe in nuda terra il defunto veniva deposto direttamente nel terreno, spesso semplicemente avvolto in un sudario.
IL FIORE DELLA VITA E LE 11 SEPOLTURE

(c) articolo e fotografie
Paolo Panni – pannipaolo@gmail.com
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CATEGORIE
ALDILA’
MIRACOLISTICA
PAGANESIMO/CRISTIANESIMO
Simboli: FIORE DELLA VITA
INFO UTILI
• Indirizzo: Loc. Careno – 43047 Pellegrino Parmense
• Parrocchia di Varano Marchesi, tel. 0525.59344
• Ufficio turistico di Fornovo, tel. 0525.2599
• Apertura tutti i giorni da maggio a settembre; da settembre a maggio solo festivi
Orari di apertura Orari previsti: 9,00-12,00; 15,00-18,00

I capitoli di questa scheda sono:
• La devozione dell’Assunta
• Il fiore della vita
• Una chiesa scomparsa
• Gli 11 corpi sepolti sotto la chiesa
• Le numerose Madonne con Bambino
• La Madonna dei Matti e la Madonna della Cintura
La devozione dell’Assunta

Il santuario della Beata Vergine Assunta di Careno, piccola frazione di Pellegrino Parmense, porta con sé un passato che attraversa almeno un millennio. Secondo l’iscrizione collocata sull’architrave d’ingresso, la fondazione risalirebbe al 1044. La prima attestazione documentaria compare però nel 1230, quando la chiesa viene citata come cappella dipendente dalla pieve di Serravalle, insieme ad altri edifici sacri del territorio, tra cui quello di Mariano.
La chiesa romanica originaria, forse riedificata nel XIII secolo come suggeriscono alcune testimonianze, doveva avere dimensioni simili a quelle dell’edificio attuale, con un’unica aula conclusa da un’abside semicircolare. Di quella fase rimangono oggi la base della piccola abside e una porzione della facciata. Nel corso dei secoli, tuttavia, l’edificio è stato interessato da importanti trasformazioni, in almeno due momenti distinti.
Intorno alla seconda metà del XV secolo l’aula venne suddivisa in tre navate tramite l’inserimento degli attuali pilastri ottagonali. Le coperture furono rinnovate con volte a crociera costolonate, la navata centrale fu rialzata e, di conseguenza, vennero ripensate anche coperture e facciata. Agli inizi del XVIII secolo, furono aggiunti i due portici laterali, concepiti per accogliere i pellegrini nelle principali ricorrenze liturgiche e soprattutto durante la festa dell’Assunta (15 agosto).
Gran parte delle decorazioni interne delle navate appartiene al XVIII secolo, mentre lungo i muri perimetrali affiorano ampie porzioni di affreschi databili alla seconda metà del Quattrocento. Nel 1836, per valorizzare la statua mariana venerata nel santuario, l’altare maggiore venne rinnovato e la scultura fu collocata nell’ancona di marmo rosso di Verona che domina la navata centrale. Nei secoli, l’afflusso di devoti — particolarmente intenso durante i Giubilei — è rimasto costante, e i numerosi interventi edilizi eseguiti nel tempo ne sono una testimonianza indiretta.
Il fiore della vita

Se l’iscrizione sull’architrave rappresenta il primo indizio per leggere la fondazione del santuario, un secondo elemento cattura lo sguardo a pochissima distanza: un simbolo antichissimo e ricorrente, il “Fiore della Vita”. Nella sua configurazione più semplice è noto anche come “Sesto giorno della Genesi”, perché ottenuto dalla ‘rotazione’ di sei cerchi o sfere, ognuna associata a un giorno della Creazione. Il segno allude così alla struttura intima del Creato e al suo compimento.
Come già evidenziato, si tratta di un simbolo diffuso in moltissime culture e in epoche diverse. Lo conoscevano i cristiani copti, che lo incisero nel tempio di Ibis a El Kharga e nelle mura dell’Osireion di Abydo; gli Etruschi, che lo collocarono sullo scudo di un guerriero in un bassorilievo di Vetulonia; i Cinesi, che lo incisero sotto le zampe di un leone solare nell’ex dimora imperiale; gli Ebrei, che lo rappresentarono nel Tempio di Gerusalemme. Per gli antichi Celti, invece, era un segno in movimento e quindi legato alla forza vivificante del Sole, al quale venivano attribuite qualità protettive e guaritrici.
Si credeva potesse propiziare una nascita e un’esistenza fortunate: ecco perché non stupisce che compaia spesso in luoghi in cui si avvertiva il bisogno di difesa e tutela, come serrature e culle di neonati. Il riferimento al numero 6, cifra della Creazione, lo avvicina alla ‘Ruota della Vita’ a sei raggi — simbolo dell’alternarsi delle stagioni e delle vicende umane — e all’Esagramma, che come il Fiore della Vita può essere inscritto in una perfetta struttura esagonale. La tradizione ebraica lo ha inoltre collegato all’Albero Sephirotico o Albero della Vita, la cui trama sarebbe ricavabile proprio da questo segno.
Nella forma estesa, il Fiore della Vita assume un rilievo ancora maggiore: nella sua struttura si riconosce una matematica armonica, con la presenza del “numero aureo”, ritenuto sacro in chiave esoterica e rintracciabile in molte forme della natura. Architetti antichi lo impiegarono come modello costruttivo; pittori rinascimentali lo considerarono paradigma di perfezione nelle proporzioni. Le scuole iniziatiche e misteriche, infine, lo indicarono come base simbolica per la costruzione dei solidi platonici, secondo un processo capace di traghettare dalla bidimensionalità alla tridimensionalità.
Una chiesa scomparsa

Più antica del santuario di Careno doveva essere, con ogni probabilità, la Basilica di Santa Cristina — da cui prende nome il monte — posta tra le Valli Ceno, Cenedola e dello Stirone. Alcuni documenti la indicano come già esistente nel 1095, affiancata da una torre campanaria e da un romitaggio, attivo fino al 1783. Dopo la morte dell’ultimo eremita, la Basilica e la Cella di Santa Cristina caddero definitivamente in rovina. Tuttavia, recenti affioramenti di un tratto di strada romana pavimentata lungo la direttrice Careno – Monte Santa Cristina hanno portato a ipotizzare che, in tempi ancora più remoti, qui sorgesse un tempio romano dedicato a divinità silvane.
Qui la devozione mariana è rimasta sempre intensa e continua ancora oggi, come dimostra la grande partecipazione di fedeli, soprattutto nella ricorrenza dell’Assunta (15 agosto).
Sebbene alcune ricostruzioni storiografiche collochino l’origine della fabbrica poco prima o poco dopo l’anno Mille, nessun documento è riuscito finora a fornire una conferma definitiva sulla datazione dell’edificio primitivo.
La prima data certa in cui la Pieve di Careno viene citata è il 1230, anno in cui una “Capelle de Carono”, soggetta al Pievato di Vellio, compare nel “Capitulum seu Rotulus Decimarum”, tra i più antichi documenti della storia ecclesiastica parmense, redatto per ordine del Vescovo di Parma. Se si tenta di spingersi più indietro, le caratteristiche costruttive osservabili non offrono oggi elementi così chiari da consentire una datazione altomedievale sicura.
Gli 11 corpi sepolti sotto la chiesa

Gli scavi archeologici avviati nell’ottobre 2004, come prima fase del restauro e del consolidamento del santuario, hanno riportato alla luce un capitolo inatteso e suggestivo della sua storia. Le indagini, richieste dalla Soprintendenza competente, hanno individuato almeno 11 sepolture: alcune a camera, altre individuali, e una particolarmente antica. È un dato che, in realtà, compariva già nei verbali della Visita Pastorale Marazzini dell’agosto 1715, quando probabilmente la chiesa non era ancora pavimentata.
All’epoca si faceva riferimento a 11 sepolture, con ogni probabilità le principali, oltre a una sepoltura destinata ai sacerdoti e a tombe comuni. Nei documenti della visita pastorale si legge inoltre che non vi erano case addossate alla chiesa e che alcune sepolture — tra cui quella di un sacerdote — erano collocate nel coro vicino all’altare e sotto la scalinata del presbiterio, mentre i bambini venivano sepolti accanto al sagrato.
Le undici sepolture emerse durante gli scavi hanno mostrato modalità differenti: tombe in nuda terra, in cassa di legno, in cassa lapidea e a camera. Nelle inumazioni in nuda terra il defunto veniva deposto direttamente nel terreno, di norma avvolto in un sudario. A Careno è stata individuata una sola tomba di questo tipo: è la più antica tra quelle rinvenute e può essere plausibilmente riferita al XIII secolo. Era delimitata da lastre di pietra infisse verticalmente e risulta tagliata sul lato Est da una sepoltura successiva.
Cinque, invece, sono le tombe in cassa di legno, tutte collocate nella navata centrale, poco davanti al presbiterio. Le sepolture in cassa lapidea erano coperte da grandi lastroni oppure presentavano una copertura a volta realizzata con pietre squadrate disposte di taglio e legate con malta: è la tipologia più frequente all’interno del santuario. In genere queste tombe ospitavano più deposizioni e per questo venivano aperte e richiuse ripetutamente. In alcuni casi la volta in blocchi di pietra veniva rotta e poi “riparata” con due grossi lastroni, utilizzati per richiudere la sepoltura.
Considerazioni simili valgono anche per le due grandi tombe che occupano l’intera navata centrale. La tomba a camera, invece, era una sepoltura collettiva (probabilmente familiare) concepita come un piccolo ambiente: pareti in muratura, volta di copertura e accesso tramite una struttura a gradini. In un secondo momento vi venivano deposti più corpi, con ogni probabilità utilizzando una scala per scendere all’interno.
Conclusi scavi e studi, le tombe sono state riempite con sabbia inerte, protette con uno strato di geotessile e infine ricoperte con una soletta di sottofondo.
Da segnalare che durante gli scavi è emerso anche il profilo dell’antico presbiterio curvilineo: esso è stato ripristinato nella forma originaria, consentendo di recuperare e conservare alcune porzioni della pavimentazione storica.
Le numerose Madonne con Bambino

Tra gli elementi più notevoli del santuario spicca il ciclo di affreschi che ne arricchisce le pareti. Pur senza fonti definitive, l’intervento pittorico principale viene generalmente attribuito al XV secolo: una datazione che coincide con il grande cantiere di trasformazione dell’edificio e con la presenza, a Pellegrino, di San Bernardino da Siena, legata anche all’avvio della costruzione del convento di San Francesco. Proprio lì, durante i restauri del 1999, vennero ritrovati altri frammenti affrescati di particolare interesse.

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