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Luogo: Zerba (PC)

Questo luogo appartiene al gruppo:
Personaggi (Annibale)

Simboli:
Emilia Romagna

QUI PASSÒ ANNIBALE

Zerba è un nome strano per un paese. Se poi si aggiunge che curiosamente ricorda il modo di pronunciare la parola “Djerba”, che corrisponde ad un’isola della Tunisia, ecco che la faccenda inizia ad intrigare. Ed infatti…
Sì, perché siamo nelle zone dove, secondo la tradizione, è transitato Annibale con i suoi elefanti, nella sua lunga discesa verso Roma. E, a richiamare il fatto, non esiste solo il paese di Zerba, ma anche di Tartago (che un anziano signore del luogo assicura pronunciarsi con l’accento sulla prima “a”), con chiara derivazione da Carthago, cioè Cartagine. Ma esiste anche Bogli (da Bougie, Algeria) e Suzzi (pare che provenga da Souza, di cui però non ho trovato riscontri topografici). E c’è pure Pizzonero, a richiamo di uomini con la faccia scura (cioè, africani).
Tanti piccoli borghi, dunque, fondati secondo la tradizione attorno al 218 a.C. da un gruppo di disertori dell’esercito cartaginese.
Ma esiste anche una mulattiera chiamata “strada di Annibale” ed una “strada dei cavalli” a ricordo del passaggio del suo esercito. E si dice pure che Annibale, per orientarsi nel territorio, abbia dovuto arrampicarsi sul Monte Lesima (1724 metri). Nome che deriverebbe dal latino “lesa manus”, perché il condottiero, risalendo le pendici durante la stagione invernale, si sarebbe ferito ad una mano.
Insomma, leggenda, tradizione e tanti “si dice” raccontano una certa storia. Una storia che a volte non concorda con la Storia, quella con la “S” maiuscola. Perché, ad esempio, il nome Zerba deriverebbe banalmente da “gerbo”, termine che identifica un terreno coperto di sterpaglie. E Tartago dal celtico "Tartos" (secco).
Non rimane, dunque, che andare in loco per saperne di più. E così, io e mia moglie Thea, eccoci a Zerba, davvero “quattro case” (ma “fa comune”) e con ben quindici abitanti nel periodo invernale (così assicura uno di loro), che si raggiunge dopo una tortuosa salita asfaltata, ad oltre novecento metri di quota.
Ma trovare qualcuno con cui parlare è davvero un problema. Infatti, a parte i due signori sopra citati, riusciamo a “catturarne” solo un terzo. Gli chiediamo di Annibale. “Io sono neutro su questa cosa”, e si mette sulla difensiva. Per noi, invece, si mette male, visto che non ha nessuna intenzione di sbilanciarsi ed in giro non c’è altra anima viva.
Pure la chiesa dedicata a San Michele Arcangelo del IX secolo è così chiusa che più chiusa non si può.

A questo punto, non rimane che cercare di raggiungere l’altro mitico luogo, e cioè Tartago. In fondo, la distanza chilometrica mostrata da un cartello stradale incrociato appena fuori Zerba parla di pochi chilometri. Così, in auto attraversiamo un fitto bosco che percorre una strada, sì asfaltata, ma davvero molto stretta. Ma non così stretta come quel ponte in ferro che occorre attraversare per risalire a Tartago. Almeno, dando retta a quello sgangherato cartello che riporta il nome del paese, che, se non risale ai tempi di Annibale, poco ci manca.


E, si sa, la prudenza non è mai troppa. Così, scendiamo dall’auto per controllare la stabilità del ponte. Oltre ad essere piuttosto stretto (ma forse un’auto, con un po’ di attenzione, riesce ad attraversarlo), a pelle non dà molta sicurezza. Poi, curiosamente, una segnaletica per escursionisti parla di un percorso di quarantacinque minuti, quando un cartello stradale, incontrato più o meno un paio di chilometri prima, ne cita solo tre. Insomma, dal punto in cui siamo ne mancherebbe solo uno. Già… ma come mai per percorrere una distanza così breve ci si impiega quasi un’ora?
Qualcosa non torna e, nel dubbio, desistiamo.  Successivamente, scopriamo che alcuni anni prima il quotidiano “Libertà” aveva definito il “nostro” un “ponte a rischio crollo”…


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