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A MISANO ADRIATICO, IN TERRA DI EMILIA-ROMAGNA,VIVE E OPERA L’ULTIMO MISTERIOSO ALCHIMISTA DEL NOSTRO BEL PAESE

Questo luogo appartiene al gruppo:

Argomenti:
alchimia
esperimenti

pietre
personaggi (alchimisti)

Regione:
Emilia Romagna


“… Tutti i minerali, secondo la voce ermetica, gli hanno apportato l'omaggio del loro nome. Lo si chiama ancora Drago nero coperto di squame, Serpente velenoso, Figlia di Saturno, la più amata dei suoi bambini. Questa sostanza primitiva ha visto la sua evoluzione interrotta dalla interposizione e dalla penetrazione di uno zolfo infetto e combustibile che ne appesantisce il puro mercurio, lo trattiene e lo coagula. E, sebbene sia interamente volatile, questo mercurio primitivo, corporificato sotto l'azione essiccante dello zolfo arsenicale, assume l'aspetto di una massa solida, nera, densa, fibrosa, fragile e friabile, che la sua poca utilità rende meschina, abietta e disprezzabile agli occhi degli uomini. In questo soggetto, - parente povero della famiglia dei metalli, - l'artista illuminato trova tuttavia tutto quanto di cui necessita per cominciare e finire il suo grandioso lavoro, perché, dicono gli autori, entra all'inizio, a meta' ed alla fine dell'Opera…  È la ragione per la quale hanno rappresentato simbolicamente la loro materia, nella sua forma primitiva, con la figura del mondo che contiene in se i materiali del nostro globo ermetico o microcosmo, raccolti senza ordine, senza forma, senza ritmo né misura.”

È questa la criptica, immaginifica, descrizione che il misterioso alchimista Fulcanelli fa dell’Antimonio, ricavato dalla Stibnite, ovvero un Solfuro di Antimonio, nel libro “Le Dimore Filosofali” (Edizioni Mediterranee, 1973).


l’alchimista Julien Champagne


la tomba di Julien Champagne

Viene da molti identificato nel misterioso Fulcanelli…

Del  “Drago Nero, coperto di squame, serpente velenoso, figlia Saturno  scrive anche Basilio Valentino ne “Il Carro Trionfale dell’Antimonio” ove compare anche la rappresentazione dei “pianeti alchemici” e dei loro simboli, quali Saturno, Marte, Mercurio, Venere e la Luna mentre trascinano il carro condotto dal mitologico Vulcano, carro che trasporta proprio l’Antimonio solitamente rappresentato da un globo sormontato da una croce.

Due immagini tratte dall’opera di Basilio Valentino intitolata “Il carro trionfale dell’Antimonio”, pubblicata nel 1676.

Ma perché parlare dell’Antimonio in questo articolo?
Perché negli ultimi tempi – grazie all’amico Antonio Bortolotti che della Grande Opera e… di molte altre cose “misteriose” sa moltissimo – ho avuto modo di ricevere dell’inedito materiale appartenente ad un interessante personaggio che possiamo considerare – almeno nel nostro strano Bel Paese – l’ultimo degli Alchimisti, una sorta di Fulcanelli del XXI secolo.

In terra di Emilia-Romagna compie le sue tramutazioni alchemiche Ruggero Ongaro,  il “Fulcanelli” italiano

Non desidererebbe far conoscere il suo nome ed è restio a farsi fotografare in modo che qualcuno possa riconoscerlo. Ma ora qualcosa di più sappiamo…
Molti, moltissimi, rigidi inverni hanno raggelato le sue stanche membra ma egli continua a fare i suoi strani esperimenti con ancor più strani elementi chimici, armeggiando tra forni perennemente accesi e alambicchi fumanti.
Non consente facilmente di fotografare il suo laboratorio dove da decenni cerca la strada per il raggiungimento del Magnum Opus, l'itinerario alchemico di lavorazione e trasformazione della materia prima, finalizzato a realizzare la Pietra filosofale. 
O proprio la trasformazione del Piombo in Oro…
Non vorrebbe che la sua immagine, il suo volto, compaia pubblicamente poiché teme che le sue ricerche vengano fraintese, ma sono certo che desideri che quanto ha scoperto non venga del tutto dimenticato ed è molto probabile che sulla sua lunga vita di studioso, sulle sue misteriose scoperte qualcuno – che ben lo conosce e che non abita molto lontano dal suo laboratorio… – scriva un libro che tramandi ai posteri qualche “segreto” in grado di aiutare altri studiosi verso il cammino della Grande Opera. E forse ora siamo sulla strada giusta…
Su queste pagine non mi sarà possibile entrare in dettagli sulla sua attività, ma mi limiterò a mostrare qualche interessante foto di ciò che egli ha ottenuto e “vaghi” esempi sull’utilizzo di particolari risultati dei suoi esperimenti.


Le tre principali fasi del Magnum Opus illustrate nel manoscritto Pretiosissimum Donum Dei  del 1415, attribuito a Georges Aurach .


Se fosse vissuto in altri tempi (e non escludo che ciò possa essere avvenuto…) avremmo visto così il nostro misterioso Alchimista.


Uno dei più grandi e misteriosi Alchimisti vissuti a cavallo tra XIX e XX secolo fu Jean Julien Champagne, qui raffigurato nel suo laboratorio. Forse era il mitico Alchimista noto come Fulcanelli…

Il nostro Alchimista che si chiama Ruggero Ongaro vive nel centro della nostra penisola,  in Emilia-Romagna, a  Misano Adriatico, ha molti anni ma ne dimostra molti – direi troppi! – di meno.
Frutto, mi si riferisce, anche della sua intensa attività di raccoglitore particolari “erbe officinali” dalle quali ricava pozioni che, evidentemente, rasentano proprio l’Elisir di lunga vita tanto caro anche a chi si è da sempre dedicato allo studio dei segreti della Natura da un punto di vista “non di stretta osservanza”.


L’alchimista Ruggero Ongaro con radici di Zenzero, alla ricerca della sua “Quintessenza Spagyrica di Paracelso Canonica”. La foto è di poco tempo fa, ma – mi si dice – l’Operatore è qui quasi ottantenne…

Le immagini che riporto in queste brevi note si riferiscono alla sua attività di ricerca alchemica seguendo la cosiddetta “Via secca” ovvero una serie di procedimenti alchemici eseguiti soltanto con un forno e con crogioli refrattari, operando a temperature prossime ai 1000° Celsius.
Pare che senza l’aiuto di un vero “Maestro” – date le infinite difficoltà insite nelle varie operazioni – sia ben difficile raggiungere risultati certi poiché i tempi sono lunghi e le singole operazioni non sono affatto esenti da seri rischi.
Essa è la via più seguita da molti Alchimisti e si contrappone alla “Via umida” che prevede temperature molto più basse, contenitori in vetro resistente al fuoco, l’uso del Mercurio e dell’Oro insieme a tempi infinitamente lunghi e ininterrotti.
Solo l’uso di contenitori trasparenti consente all’Alchimista che segue tale “Via” di tenere sotto controllo le variazioni subite dalle materie utilizzate, soprattutto dal punto di vista cromatico, passando esse attraverso diverse fasi denominate “Albedo”, “Rubedo”, “Nigredo”…

Il Drago nero coperto di squame…

L’elemento  che dà origine al titolo di questo paragrafo è l’Antimonio, che ha numero atomico 51 e simbolo  chimico Sb a causa del suo nome latino, Stibium, che significherebbe “bastoncino”.
In realtà, l’origine dei due diversi nomi non è del tutto chiara: il minerale viene infatti chiamato anche Antimonio, nome che ha scatenato l’irrefrenabile fantasia degli etimologisti alcuni dei quali invocano le parole greche anti e monos, con il significato di “opposto alla solitudine” perché si affermava che in natura, da solo non esistesse allo stato nativo.
Una leggenda della misteriosa Transilvania – misteriosa per “colpa” di Bram Stoker e del suo “immortale” Conte Dracula, s’intende! – vorrebbe invece che il nome significhi “Anti-monaco” poiché alcuni poco avveduti monaci transilvani avrebbero usate stoviglie a base di Antimonio, dato ne era ricca la loro regione, e, a lungo andare, ne sarebbero rimasti avvelenati.
Siamo però certi che quest’ultima interpretazione appartenga alle “leggende metropolitane” perchè la parola “Antimonium” era già diffusa prima del IX secolo d.C. quando il forse mai esistito Basilio Valentino non era ancora nato poiché egli potrebbe essere identificato in tale Johann Thölde, furbo editore de “Il Carro Trionfale dell’Antimonio”, prodigatosi nel  “lanciare” – direbbe oggi così un Direttore Marketing! –  il libro inventandone l’occultamento in una colonna dell’Abbazia di Erfurt verso il 1450 e il successivo ritrovamento intorno al 1600.
Umberto Eco non avrebbe saputo dar vita a qualcosa di più suggestivo!
L’Antimonio viene considerato un “semimetallo”, più scientificamente un “metalloide”, ha colore banco-azzurrognolo ma esistono forme instabili di colore nero o giallo e nel libro “De la Pirotechnia”, pubblicato postumo nel 1540, opera di Vannoccio Biringuccio, troviamo le primissime descrizioni del minerale da cui esso viene ricavato, la Stibnite.
L’amico Tony Bortolotti ci ricorda che esso, quando viene denominato “Drago Nero” o anche “Lupo Grigio” corrisponderebbe alla penultima tappa degli alchimisti nella loro sperimentazione per ottenere l’Oro filosofale.
Sarebbe arduo – troppo arduo! – in questa sede, in poche pagine, descrivere dettagli della “Via secca”, dei risultati conseguibili, delle molteplici difficoltà che si frappongono al raggiungimento della penultima tappa, prima di veder comparire il quasi irraggiungibile “Oro alchemico”.
Mi limiterei pertanto a riportare una sequenza di immagini avute tramite l’amico Bortolotti, immagini che illustrano brevemente solo alcune delle operazioni compiute in tempi recenti dal misterioso, nostrano “Fulcanelli” che risponde al nome di Ruggero Ongaro.


Un campione di Antimonio grezzo, proveniente dal Monte Amiata, nel mortaio dell’Alchimista di Misano Adriatico, appena prima di essere frantumato per le successive operazioni.


La seconda operazione da compiere è la cosiddetta “sgangatura”, ovvero la riduzione in polvere del materiale nativo.

 


Per le succesive operazioni è necessario avere a disposizione appositi arnesi come i vasi di pietra ollare (in alto)  e gli utensili illustrati nella foto in basso, tutti originali del XII secolo, appartenenti alla “Collezione” di Antonio Bortolotti.


Come per ogni Alchimista che si rispetti è necessario avere a disposizione un forno “artigianale” da usare all’aperto per non rischiare di dover inalare vapori altamente tossici.
È necessario che il forno possa raggiungere le temperature  necessarie alla fusione del minerale e che tale temperatura rimanga stabile per il tempo necessario.


A sinistra, rovesciato, il cono di acciaio dove è avvenuta la fusione del minerale di Antimonio. A destra il cono di Antimonio appena fuso, ancora ricoperto dalle scorie.


Cono di Antimonio ottenuta dalla fusione del minerale triturato, ma prima della “purificazione”.


Tre coni di Antimonio ottenuti con i procedimenti prima illustrati e dopo essere stati opportunamente “purificati” eliminando le scorie dovute alla fase di fusione.


Alla base dei coni perfettamente riusciti  -- i cosiddetti “regoli” – sono sempre presenti delle strane figure a forma di stella – la “Stella Alchemica” –,  figure che per gli Alchimisti di stretta osservanza hanno una valenza particolare.

Si comprende senza fatica che la stella – manifestazione esteriore del sole interno –si presenta ogni volta che una nuova porzione di Mercurio viene a bagnare lo Zolfo non dissolto, e che subito questi cessa di essere visibile, per ricomparire alla decantazione, cioè all’allontanamento della materia astrale. Ritorna, dice il fisso, e io ritornerò. A sette riprese successive, le nubi nascondono allo sguardo ora la stella, ora il fiore, secondo le fasi dell’operazione, di modo che l’artista non può mai, nel corso del lavoro, scorgere simultaneamente i due elementi del composto”.
Così scrive Fulcanelli, in maniera estremamente criptica, nel suo libro “Le dimore filosofali” riferendosi, immaginiamo, proprio alla “Stella Alchemica”.
In buona sostanza, le fusioni ottenibili con le tecniche succintamente esposte danno spesso, alla base del “regolo”, una struttura a “stella” visibile dopo aver asportato tutte le scorie. In pratica, dalla Stibnite (Sb2S3) riscaldata ad adatta temperatura e con l’aggiunta di Salnitro si ottiene il “cono” di Antimonio che costituisce una tappa essenziale – sostengono gli Alchimisti  veramente DOC! – per completare la Grande Opera e ottenere l’Oro filosofale.


In alto, la Stibnite (Sb2S3) prima di venire lavorata secondo la prassi alchimistica e in basso le formazioni a “stella”che – invocando il sempre necessario “Rasoio di Occam” – farebbero però pensare a naturali processi di solidificazione ben noti in ambito prettamente metallurgico.
Ma perché non privarci della suggestiva idea invocante l’intervento di forze e/o energie non ancora ben conosciute?

Nei primi mesi del 2019 uscirà questo libro di cui siamo in grado di riportare solo la copertina provvisoria

 



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