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SAMBUCA (PT) - LA ROCCA
LA FUGA DI SELVAGGIA VERGIOLESI E IL TESORO DEL DIAVOLO


articolo di Isabella Dalla Vecchia - info@luoghimisteriosi.it
fotografie ed esplorazione di Mirko Urso e Gianluca Cinquilli - mirkovic7@virgilio.it

I capitoli di questa scheda sono:
Un borgo molto antico
La protesta della fontana
Una Rocca inespugnabile
La cisterna della torre e il tesoro appartenuto al Diavolo
La fuga di Selvaggia Vergiolesi


Un borgo molto antico
Il castello della Sambuca si erge a 746 metri sulla roccia viva, così ripida da aver sempre avuto la fama di rocca inespugnabile. Sotto la struttura è presente il borgo medievale distribuito a file di case parallele orientate verso est. Sono case per la maggiore a quattro piani affinché si possa guadagnare spazio in verticale piuttosto che in orizzontale, essendo l’espansione del terreno molto ristretto. Inoltre la forte pendenza facilitava la distribuzione delle entrate alle diverse altezze dei piani.

Il borgo fu fondato dai longobardi tra il VII e l’VIII secolo durante una campagna di espansione con una serie di fortezze sul confine con l’Emilia come difesa dall’Esarcato bizantino. Il passaggio sotto il vescovado di Pistoia è documentato da una bolla imperiale datata 998; in seguito nell’XI secolo venne eretto il castello vero e proprio. Nel XII secolo vi fu un’importante disputa tra gli abitanti e i vescovi che dovette essere particolarmente accesa se a risolvere la questione intervenne la stessa Matilde di Canossa che con il suo carisma e potere mise la situazione al suo posto.

Grazie alla sua posizione strategica e inespugnabile Pistoia ebbe la meglio su Bologna nella lunga guerra del XII secolo a tal punto da annettere nuovi territori ai propri possedimenti. Dal XIII secolo il borgo iniziò ad avere statuti autonomi per poi tornare a Pistoia, fino a che non fu conquistata dalla Repubblica di Firenze passando nelle mani prima dei Granduchi dei Medici e poi dei Duchi di Lorena.

La protesta della fontana

La chiesa del paese è dedicata a San Jacopo ed è in stile settecentesco per via di un restauro di una precedente chiesa del castello. La piazza della chiesa aveva l’entrata a mezzogiorno (il lato più caldo) e l’altare rivolto ad est, ma oggi troviamo tutto stravolto. Porta la seguente scritta “i castellani di Sambuca supplendo del proprio al tenue soccorso dato dal Comune erigevano questa fonte nell’ottobre dell’anno 1885”.

Una Rocca inespugnabile

Il castello si trova immerso nei boschi ricchi di conifere e castagneti, dominando sulla valle del Limentra. Il nome deriva dal Sambuco (Sambucus nigra) un arbusto delle caprifoliacee diffuso nei boschi di questo territorio. Fu costruito nel 1055 dal vescovo di Pistoia Martino per difendere il territorio dalla minaccia di Bologna e dalla Signoria degli Stagnesi. Bologna e Pistoia si affrontarono tra il 1211 e il 1219 nella zona a monte del castello fino ad arrivare alla pace di Viterbo del 1219 che stabilì un confine tra Pistoia e Bologna che esiste ancora oggi. Poi il castello nel 1291 si diede uno statuto, il più antico del contado pistoiese.
Esso controllava la “via Francesca della Collina”, la strada che univa Pistoia e la Valle Padana. In seguito ci furono una serie di “passaggi di mano” che portarono il castello nelle mani dei conti di Panico, dei Vergiolesi, di Milano, di Castruccio Castracani e poi ancora di Pistoia.

Oggi versa in totale stato di rovina e quasi nulla rimane della cinta muraria e dei due accessi chiamati quasi ironicamente Porta bolognese e Porta pistoiese. Anche la possente torre del Cassero a pianta pentagonale, che un tempo era alta più di venti metri, versa in stato di abbandono.

In alcuni documenti del XIV secolo, oltre ad una piantina dettagliata del 1554, il castello è stato descritto fin nei minimi dettagli. Vengono enumerate le passatoie di legno di castagno sulle mura con le “cadutoie”, fori attraverso i quali si colpiva l’assalitore con pietre o materiali incendiati. Le stanze erano fatte di abete con tutti i personali accessori, letti, cassepanche, armadi ed in alto era presente una loggetta come avvistamento,  chiamata “solarium”.

Poi vi erano innumerevoli armi, elmi, scudi, balestre. Perfino un mulino con macine, carrucole, argani, secchi. Anche il cibo veniva menzionato nell’inventario. Viene descritta anche una casa del Comune con cisterna e mangiatoia per i cavalli, con accanto alloggi per i soldati con giacigli, tavoli e panche.

La cisterna della torre e il tesoro appartenuto al Diavolo

Presso la porta del soccorso, vi era una cisterna d’acqua, un’altra si trovava all’interno della rocca e un’altra ancora era all’interno della torre alta 20 metri (gli assedi dovevano garantire acqua il più a lungo possibile)che ad oggi risulta distrutta soprattutto per via di un curioso episodio. Nel 1770 Don Pellegrino Magnanelli si recò con un gruppo di persone armate di martelli e picconi alla ricerca del “tesoro del Diavolo” perché da esso custodito. Il prete si sentiva baciato da una forza divina e pur di portar via dei beni al demonio, che sarebbero ben serviti alla sua comunità, era pronto, con l’aiuto di Dio, ad affrontarlo.

I suoi fedeli si misero a scavare di gran lena e, sentendo un suono sordo nella torre, aumentarono gli scavi convinti che vi fosse una stanza nascosta contenente le ricchezze. Purtroppo stavano spaccando le pareti di una cisterna e l’acqua quasi li travolse tutti e naturalmente fuggirono via terrorizzati. L’acqua è preziosa come l’oro ed in un certo senso qualcosa di importante lo avevano anche trovato, una buona alternativa al fuoco di Lucifero.

La fuga di Selvaggia Vergiolesi

Al castello si lega l’interessante figura femminile di Selvaggia Vergiolesi. Proveniente da nobile famiglia ghibellina visse nella Rocca di “Poggio di Marco” vicino Piteccio fino a che il castello fu assediato e incendiato dai Guelfi con all’interno centinaia di persone. Lei riuscì a fuggire grazie ad un cunicolo, probabilmente scoperto nei giochi da bambina, dato che nel castello aveva trascorso i momenti più spensierati, raggiungendo il castello di “Batoni” e infine quello di Sambuca, nel quale finalmente poteva sentirsi protetta per la sua nota inespugnabilità. Vi rimase tutta la vita fino a quando morì nel 1313. Nonostante non sia un personaggio di spicco, le sono stati dedicati molti componimenti da Cino da Pistoia, grazie ai quali noi la conosciamo.

La sua figura così coraggiosa sarebbe andata altrimenti persa nella memoria. Ma, dato che non è stata una gran donna della storia, fuggendo di fronte al nemico e per di più fortunosamente, perché tutta questa devozione e così tanti versi? Lo stesso Cino da Pistoia ne era forse segretamente innamorato? I suoi versi sono inoltre “malinconici” fatto questo che presuppone un amore solo desiderato? L’unica certezza è che questa donna è stata resa immortale dall’amore di un poeta che ha saputo rendere partecipi anche noi, uomini del XX secolo avidi di quell’amore puro anche se non corrisposto di cui oggi ve n’è carenza e per questo lo andiamo a ricercare nei versi di antichi canti e rime.

Versi dedicati a Selvaggia Vergiolesi da Cino da Pistoia
(fonte http://www.teatrocondiviso.net/2010/verseggiando-ai-piedi-della-rocca.html)

CXX del Canzoniere ciniano

Signor, e’ non passò mai peregrino,
o ver d’altra manera viandante,
cogli occhi sì dolenti per cammino,
né così greve di pene cotante,
com’i’ passa’ per lo mont’Appennino,
ove pianger mi fece il bel sembiante,
le trecce biond’e ’l dolce sguardo fino
ch’Amor con l’una man mi pone avante;
e coll’altra nella [mia] mente pinge,
a simil di piacer sì bella foggia,
che l’anima guardando se n’estinge.
Questa dagli occhi mie’ men’ una pioggia,
che ’l valor tutto di mia vita stringe,
s’i’ non ritorno da la nostra loggia.

CXII del Canzoniere ciniano

Oimè, lasso, quelle trezze bionde
da le quai riluciéno
d’aureo color li poggi d’ogni intorno;
oimè, la bella ciera e le dolci onde,
che nel cor mi fediéno,
di quei begli occhi, al ben segnato giorno;
oimè, ’l fresco ed adorno
e rilucente viso,
oimè, lo dolce riso
per lo qual si vedea la bianca neve
fra le rose vermiglie d’ogni tempo;
oimè, senza meve,
Morte, perché togliesti sì per tempo?
Oimè, caro diporto e bel contegno,
oimè, dolce accoglienza
ed accorto intelletto e cor pensato;
oimè, bell’umìle e bel disdegno,
che mi crescea la intenza
d’odiar lo vile ed amar l’alto stato;
oimè lo disio nato
de sì bell’abondanza,
oimè la speranza
ch’ogn’altra mi facea vedere a dietro
e lieve mi rendea d’amor lo peso,
spezzat’hai come vetro,
Morte, che vivo m’hai morto ed impeso.
Oimè, donna d’ogni vertù donna,
dea per cui d’ogni dea,
sì come volse Amor, feci rifiuto;
oimè, di che pietra qual colonna
in tutto il mondo avea
che fosse degna in aire farti aiuto?
E tu, vasel compiuto
di ben sopra natura,
per volta di ventura
condutta fosti suso gli aspri monti,
dove t’ha chiusa, oimè, fra duri sassi
la Morte, che due fonti
fatt’ha di lagrimar gli occhi miei lassi.
Oimè, Morte, fin che non ti scolpa
di me, almen per li tristi occhi miei,
se tua man non mi colpa,
finir non deggio di chiamar omei.

CXXIII del Canzoniere ciniano

Io fu’ ’n su l’alto e ’n sul beato monte,
ch’i’ adorai baciando ’l santo sasso;
e caddi ’n su quella petra, di lasso,
ove l’onesta pose la sua fronte,
e ch’ella chiuse d’ogni vertù il fonte
quel giorno che di morte acerbo passo
fece la donna de lo mio cor, lasso,
già piena tutta d’adornezze cònte.
Quivi chiamai a questa guisa Amore:
“Dolce mio iddio, fa che qui mi traggia
la morte a sé, ché qui giace ’l mio core”.
Ma poi che non m’intese ’l mio signore,
mi diparti’ pur chiamando Selvaggia;
l’alpe passai con voce di dolore.

XX delle Rime dubbie

Infra gli altri difetti del libello
che mostra Dante signor d’ogni rima,
son duo sì grandi, ch’a dritto si stima
che n’aggia l’alma sua luogo non bello.
L’un è che ragionando con Sordello
e con molt’altri della dotta lima,
non fe’ motto ad Onesto, di ben cima,
che’era presso ad Arnaldo Daniello
L’altr’è, secondo che ‘l suo canto dice
che passò poi nel bel coro divino,
là dove vide la sua Beatrice,
che quando ad Abraam guardò nel sino,
non riconobbe l’unica fenice
che con Sion congiunse l’Appennino

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INFO UTILI
Comune di Sambuca (PT) - Sito Ufficiale | P. Sandro Pertini, 1 - 51020 Sambuca Pistoiese (PT) - tel. 0573.893716

articolo Isabella Dalla Vecchia - info@luoghimisteriosi.it
fotografie ed esplorazione di Mirko Urso e Gianluca Cinquilli - mirkovic7@virgilio.it

Bibliografia/fonti
Comune di Sambuca Pistoiese
Castellitoscani.com
Pistoia Turismo


 



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