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Luogo:

Castello della Magione - Località Castello Della Magione, 1, 53036 Poggibonsi (SI) - Telefono: 0577 936009 - http://www.ordo-militiae-templi.org/


Questo luogo appartiene al gruppo:
Alchimia (acqua - fuoco)
Animali (aquila - Ariete)
Costruzioni anomale
Dipinti misteriosi
Numerologia (2 - 9 - 12)
Personaggi (Marcello Alberto Cristofani)
Rituali
Templari

Simboli:
Costellazioni (sole e luna)
Croce

Regione:
Toscana


"Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo Nome dà gloria; affinché in ogni opera sia benedetto Colui che addestra le nostre mani alla battaglia, le nostre dita alla guerra". 

San Bernardo di Chiaravalle



nella foto Francesco Vannucci


IL TESORO NASCOSTO DEI TEMPLARI

I capitoli di questo articolo sono:
Chi erano i Templari?
Il Castello della Magione
"DOMINA NOSTRA REGINA MILITIAE": il mistero delle dita incrociate
Il culto segreto di San Giovanni Battista
I 9 cavalieri
La Messa Tridentina e la preghiera "Ad Orientem"
Simboli occulti: il "Principio passivo" ed il "Principio attivo"
La Dualità ed il numero 2
La Gerusalemme Celeste ed il numero 12
Hieros Gamos
Il simbolo dell'Ariete
L'enigma irrisolto della monofora: "Come in cielo così in terra"

Chi erano i Templari?

Chi erano i "Poveri compagni d'armi di Cristo e del tempio di Salomone", altrimenti noti come Cavalieri Templari? Che cosa rimane oggi dei "Guerrieri di Dio", i leggendari  monaci soldato del medioevo? 


I templari erano una delle più misteriose confraternite della storia, sulla quale sono stati scritti migliaia di libri e raccontate storie che spesso hanno travalicato la più fervida delle immaginazioni. Uomini di chiesa e guerrieri infallibili, i Cavalieri Templari costituivano una sofisticata macchina bellica, una  élite di guerrieri che rappresentava il fiore all'occhiello dell'esercito crociato. Per entrare nell'ordine e consacrare la propria esistenza a Dio, i cavalieri dovevano fare voto di povertà e di castità. Nel tempo divennero un'istituzione più ricca di qualsiasi re dell'epoca. I Cavalieri del Tempio non erano solo monaci guerrieri che si battevano e morivano nel nome di Dio, ma erano anche un'organizzazione efficientissima,  estesa in tutta Europa ed in Terra Santa, dedita alla difesa dei pellegrini e dei luoghi sacri della cristianità riconquistati all'Islam.


nella foto Francesco Vannucci

I monaci guerrieri avevano interessi economici nel campo dell'agricoltura e del commercio, nei traffici marittimi e delle attività bancarie, che negli anni li fecero diventare una potentissima istituzione finanziaria al pari di una moderna banca d'affari internazionale. Tutta l'economia del tempo beneficiò notevolmente delle nuove rotte commerciali aperte dai Templari e controllate dalle loro innumerevoli "Magioni", disseminate lungo le rotte viarie europee a garanzia del traffico delle merci e delle persone. Numerose furono anche le  innovazioni apportate dai Templari in ambito finanziario, atte a garantire una circolazione più sicura ed efficiente del denaro.


La storia ci insegna però che il tentativo di controllare la moneta è sempre stato occasione di conflitti che hanno generato guerre sanguinose mascherate con motivazioni di carattere religioso. Difatti le immense fortune accumulate dai monaci dell'ordine attirarono le invidie di molti regnanti dell'epoca, tra i quali il potente re di Francia, che si dice fosse uno dei più grandi debitori nei confronti dell'ordine dei Cavalieri del Tempio. Si vociferava che i monaci guerrieri del medioevo custodissero un  tesoro inestimabile, materiale ed immateriale, fonte di un potere senza eguali in tutta Europa ed in Medio Oriente.

E'  possibile scoprire oggi il vero segreto del loro potere e  di quelle conoscenze occulte che cercarono di tramandare attraverso il tempo? 


Grazie alla concessione di Re Baldovino II di Gerusalemme, dopo la prima crociata i "Poveri cavalieri di Cristo" si stabilirono in alcuni locali del palazzo reale di Gerusalemme, presso la moschea di al-Aqsā, situata in prossimità dell'antico Tempio di Re Salomone. Durante gli anni della loro permanenza in Terra Santa, i Cavalieri Templari iniziarono una sorta di contatto con diverse culture orientali, depositarie di tradizioni millenarie, dalle quali probabilmente appresero parte di quella antica sapienza che permise loro di divenire un vero ponte spirituale tra oriente ed occidente.


La tecniche costruttive di cui divennero i custodi permisero loro di guidare la realizzazione di edifici sacri di enorme pregio, commissionati dalle stesse autorità ecclesiastiche. Le loro opere architettoniche si prestavano ad una duplice chiave di lettura, rispettivamente afferente ad una visione "Essoterica", rivolta ai comuni fedeli ed allo stesso clero committente, ed una visione "esoterica", rivolta ai pochi iniziati ai misteri. Si narra che i Templari fossero  depositari di un pericoloso sapere occulto, tramandato attraverso i simboli ed i rituali segreti, che furono proprio uno dei principali capi d'accusa nel drammatico processo che li vide imputati e ne decretò la fine tra il 1312 ed il 1314. Con la tremenda accusa di "eresia", centinaia di cavalieri dell'ordine  furono arrestati e torturati, indotti a confessare immonde pratiche rituali ed infine arsi sul rogo. Il processo fu essenzialmente un processo politico, avente la sola finalità di porre fine alla storia di un ordine religioso oramai troppo potente e pericoloso.

I cavalieri che riuscirono a sfuggire alla congiura messa in atto da Filippo il Bello scomparvero nel niente o confluirono in altri ordini cavallereschi come l'ordine degli Ospitalieri di San Giovanni. A settecento anni di distanza da tali accadimenti, cosa è rimasto oggi dell'eredità dei Templari? Negli anni della loro espansione economica, si poté assistere ad un sorprendente fiorire di edifici sacri lungo tutte le vie dove si snodavano i loro traffici commerciali ed i loro insediamenti a tutela del libero transitare dei pellegrini.


Il Castello della Magione

 

Proprio sulla via Francigena, detta anche via Romea, che conduceva a Roma dall'Europa occidentale, a pochi chilometri da Poggibonsi, Siena, si erge il "Il castello della Magione", un complesso architettonico datato intorno al XI secolo, appartenuto ai Cavalieri Templari, composto da un ricovero per i pellegrini ed  un'antica chiesa in stile romanico, dedicata a "San Giovanni in Jerusalem".
Quando l'ordine templare fu soppresso, il complesso fortificato divenne prima di proprietà dei Cavalieri dell'Ordine dell'Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, meglio noti come Cavalieri Ospitalieri, che lo mantennero fino al 1734, per poi passare di mano in mano, fino a quando, nel 1979, l'intero complesso fu rilevato dal Conte Marcello Alberto Cristofani, discendente in linea diretta degli antichi fondatori della Magione.


Il Conte  donò a sua volta la Magione alla "Milizia del tempio", "Ordine dei poveri cavalieri di Cristo", da lui stesso fondata, come dotazione patrimoniale e sede magistrale. La Milizia del Tempio è un'associazione di laici che si ispira agli insegnamenti ed allo stile di vita descritti da San Bernardo di Chiaravalle, proponendosi di promulgare la spiritualità della cavalleria cristiana e l'assistenza ai pellegrini, la formazione dei giovani e la diffusione della liturgia e dei precetti cattolici.

"DOMINA NOSTRA REGINA MILITIAE": il mistero delle dita incrociate.


Il complesso della Magione è uno scrigno di tesori nascosti, spesso celati proprio davanti agli occhi di tutti coloro che ne osservano la grande e composta bellezza. Molti dei suoi più affascinanti misteri rimarranno a lungo sepolti nel passato, come i possibili giochi di luce che si verificavano in alcuni giorni dell'anno attraverso la monofora a denti di sega della chiesa romanica, o i segreti che potrebbero essere ancora sepolti  nei sotterranei inesplorati dell'edificio, dove ci sarebbe una cripta che potrebbe custodire persino delle sepolture di Cavalieri Templari.

Purtroppo, a causa delle numerose inondazioni causate dal vicino torrente Staggia, i sotterranei potrebbero aver subito notevoli danni, tanto da rendere impossibile ogni opera di scavo. Il tesoro che ci prefiggiamo di scoprire noi non è però un tesoro di natura materiale, bensì un inestimabile tesoro di natura spirituale,  costituito da intriganti enigmi simbolici da svelare, da comprendere e da rispettare. L'occhio del ricercatore dovrebbe essere sempre pronto a cogliere i richiami misteriosi insiti nell'architettura sacra nonché nella stessa iconografia, che a sua volta può essere incredibilmente ricca di riferimenti esoterici. 

A pochi passi dalla Magione vi è un tabernacolo esterno che custodisce una riproduzione di un dipinto raffigurante una Madonna templare con bambino in braccio. Tale dipinto lo si può ritrovare nella versione originale proprio all'interno della chiesa di San Giovanni in Jerusalem.


La Madonna templare con bambino in braccio

Non sono ben note le origini del dipinto che reca la scritta: "Domina Nostra Regina Militiae". Come abbiamo poptuto constatare nel giorno del nostro primo sopralluogo, nella Magione templare di Poggibonsi niente sembra essere lasciato al caso, neppure la varietà dei fiori votivi offerti alla Madonna: i "Gigli". Il giglio è da secoli considerato come l'emblema della regalità nonché dell'innocenza e della verginità, della fierezza d'animo e della fioritura spirituale.  Nella simbologia dei fiori il giglio può essere associato alla Madonna, ma è anche un simbolo templare molto ricorrente nella sua versione stilizzata a tre petali,  noto come: "Il Fiore di Lys".


Nell'opera d'arte in questione la Madonna è dipinta all'interno di una "mandorla sacra" o "vesica piscis" di colore giallo, un simbolo piuttosto usuale nell'iconografia cristiana, associato a Cristo o alla Madonna ed usato per esaltare misticamente le figure sacre in esso circoscritte.


La "vesica piscis" si ottiene graficamente dall'intersezione di 2 cerchi identici che hanno rispettivamente il proprio centro l'uno sulla circonferenza  dell'altro. 2 sono anche le croci latine che affiancano le figure sacre nel dipinto (1), nonché 2 sono le colonne ai piedi della Madonna templare (2). Le due colonne ritraggono le torri  che sorreggevano il campanile a vela della chiesa di San Giovanni in Jerusalem, che adesso non presenta più le 2 campane, ma potrebbero anche fare riferimento alle  2 colonne del Tempio di Re Salomone a Gerusalemme, dove risiedevano i Cavalieri Templari nel loro periodo di permanenza in Terra Santa.

In termini simbolici la figura della Madonna all'interno della mandorla sacra incarnerebbe la natura umana e quella terrena, il principio passivo/femminile, il mondo della materia che attraverso la fecondazione dello Spirito Santo, il principio attivo/maschile, genera il Cristo, vero pontefice tra cielo e terra, tra la natura umana e quella sovrumana. All'interno della chiesa lo stesso dipinto di Maria lo vediamo collocato a sinistra, a considerazione  del fatto che Ella, secondo l'iconografia classica dell'epoca, veniva tendenzialmente collocata alla destra di Cristo, sul lato rivolto a settentrione.

Ma il particolare più misterioso che rende unico tale dipinto è la postura delle dita della Madonna templare, cristallizzate in una posa apparentemente innaturale, intrisa di un fascino simbolico davvero unico nel suo genere. La postura delle mani e delle dita nell'iconografia religiosa non è solo un modo per trasmettere dei messaggi velati rivolti agli iniziati ad una sapienza esoterica, ma è anche l'espressione di una arcaica gestualità rivolta ai fedeli per la diffusione immediata di  messaggi non verbali, affinché vengano appresi ancor prima della parola stessa.  Nell'arte sacra i gesti rituali della mano sono tesi a riprodurre in modo plastico un concetto teologico ben preciso. Nascosto dietro la simbologia dei numeri c'è sempre un enigma composto di matematica e di codici segreti che richiamano alle leggi dell'universo,  messaggi nascosti che legano il nostro più antico passato al nostro più lontano futuro. Se osserviamo i numeri che mettono in evidenza le dita delle mani della Madonna e di Gesù nel dipinto "Domina nostra regina militiae", possiamo tracciare un codice che potrebbe fornire la chiave per comprendere il mistero celato nel dipinto.


Da un punto di vista simbolico, se il numero 1 può rappresentare il creatore, il 2 è il primo numero femminile, il numero della "separazione", derivante dalla divisione dell'uno stesso e non dal suo raddoppiamento. Il ritorno all'essenza divina si ottiene con il numero 3, considerato anche il primo numero maschile,  con il quale si ripristina  l'armonia e la perfezione della divinità. Il numero 5 è il numero dell'armonia e dell'equilibrio, un numero "nuziale" che potrebbe richiamare ad una sorta di matrimonio mistico, di mediazione tra due opposti, essendo la somma del primo numero femminile e del primo numero maschile. I nostri studi ci hanno allora condotto alla ricerca di una corrispondenza astrologica tra le dita della mano ed i pianeti maggiori.


Che messaggio poteva celare il dito mignolo incrociato con l'anulare?

Perché incrociare proprio queste due dita, in una posa così anomala ed inusuale? Perché si è cercato di mettere in evidenza proprio il dito mignolo?

L'enigma appare subito alquanto inestricabile, ma nessun enigma viene esposto per rimanere irrisolto. Tutti i grandi misteri del passato legati all'architettura o all'arte sacra in genere sono nati come manifestazione di un idea che al momento della loro realizzazione appariva senza dubbio chiara a tutti coloro ai quali era rivolta. Nel tempo le civiltà, la cultura ed i codici usati per la realizzazione di tali opere sono mutati e si è persa la preziosa chiave di lettura per svelare ciò che allora era la semplice trasmissione di un messaggio ed adesso invece può apparire come un vero mistero. Un autentico segreto utile alla decriptazione dei misteri è quello di riuscire ad individuare un vero e proprio "Modus operandi" che contraddistingua un artista o un costruttore.

Per ciò che concerne l'architettura sacra di tipo romanico o la simbologia templare in particolare, un vero leitmotiv era la tendenza a riprodurre una correlazione di tipo astronomico tra gli elementi decorativi, gli astri ed i fenomeni celesti in genere. Per questo motivo, per cercare un filo logico che possa permettere la lettura del dipinto  "Domina nostra regina militiae", abbiamo scandagliato il mondo dei simboli che mettono in relazione il microcosmo umano con il macrocosmo celeste.


Se il "pollice" può essere riconducibile all'influsso energetico di Venere, l'"indice" a Giove ed il "medio" a Saturno, l'"anulare" è sotto l'influenza del Sole, e  con sommo stupore abbiamo ricondotto storicamente il dito "mignolo" in relazione col pianeta Mercurio. Il pianeta Mercurio è il pianeta collegato al dio Hermes, Mercurio per i romani (figura 1), figlio di Zeus ed uno dei  12 dei dell'Olimpo. Il dio Hermes/Mercurio, fratello minore di Apollo, era considerato nella mitologia classica come l'accompagnatore dello spirito dei morti, il "messaggero degli dei", in quanto era l'unico al quale fosse concesso di varcare i confini del regno degli inferi per aiutare gli spiriti a trovare la via per l'aldilà.


Figura 1


Figura 2

Pertanto il dio Hermes/Mercurio rappresentava il collegamento tra il mondo ultraterreno, il cosiddetto mondo "sottile", ed il mondo terreno, tra la divinità e l'uomo, costituendo simbolicamente la mediazione tra gli archetipi universali del Sole (principio attivo/maschile) e della Luna (principio passivo/femminile). Nella psicologia analitica di C.G.Jung, Mercurio si manifesta come energia unificatrice degli opposti, espressione dell'unione sacra tra luce e tenebre, archetipo solare  ed archetipo lunare, coscienza ed inconscio, uniti in un equilibrio trascendente che si realizza solo nella "Coincidentia oppositorum".

Secondo il pensiero di Nicola Cusano, la coincidenza degli opposti riconduce alla divinità, in quanto Dio nella sua infinità racchiude ed armonizza ogni contraddizione. Oltre che al pianeta Mercurio, Il dio Mercurio è  associato fin dall'antichità al metallo che porta il suo nome, l'unico metallo pesante che rimane liquido anche a temperatura ambiente. Il simbolo alchemico del Mercurio è l'unico simbolo a contenere in sé elementi ideografici quali "il cerchio", che potrebbe simboleggiare il Sole, lo Spirito; "la croce", ovvero la manifestazione della Materia; ed "il mezzo cerchio", che richiama l'Anima e la componente lunare (figura 2). Mercurio rappresenta il collegamento tra il Sole e la Luna, come simboleggia il "Caduceo", il suo caratteristico bastone, costituito da due serpenti attorcigliati attorno al bastone stesso, associati rispettivamente alle energie solari e lunari, unite in una perfetta armonia cosmica (figura 3-4-5). 


Figura 3

Le nozze alchemiche tra Sole e Luna


Figura 4


Figura 5 - Particolare del "Sole e Luna",  chiesa di San Giovanni in Jerusalem, Magione templare di Poggibonsi (Siena)

Ritornando al mistero delle dita incrociate, ricordiamo che nella correlazione tra pianeti e dita della mano, Il dito associato al Sole è proprio l’anulare che nell'opera è posto in posizione sottostante al mignolo. Se per gli alchimisti il Mercurio è solitamente di natura femminile, associato alle caratteristiche della Luna, lo Zolfo è considerato come la materia prima del Sole, espressione della componente maschile, associato al fuoco ed alla luce dell'astro che irradia la vita in tutto l'universo e che feconda la componente femminile rappresentata dal Mercurio. Secondo una certa visione alchemica, lo Zolfo stava al microcosmo come il Sole stava al macrocosmo e come esso  era  “il cuore di tutte le cose” .

Secondo la tradizione alchemica, il Mercurio liquido doveva essere mutato in Mercurio igneo, attraverso la combinazione con lo Zolfo, per la realizzazione dell'unione maschile/femminile, le "nozze alchemiche" tra Luna e Sole (figura 3-4-5),   tra Re e Regina, ovvero il simbolo chiave dell'alchimia: la leggendaria "Pietra Filosofale". Il raggiungimento della pietra dei filosofi, o "Lapis Philosophorum", come  risultato dell'unione tra mercurio/lunare e zolfo/solare, era il simbolo dell'evoluzione dell'uomo in senso spirituale, ed era capace di conferire l'immortalità, l'elisir di lunga vita, l'onniscienza ed infine la possibilità della trasmutazione in oro dei metalli vili.

Particolare del dipinto "Domina Nostra Regina Militiae",
chiesa di San Giovanni in Jerusalem,
Magione templare di Poggibonsi (Siena)

"Quest’arte è in parte naturale in parte divina o soprannaturale. Alla fine della sublimazione germina infatti, per mediazione dello spirito, una splendente anima candida, e assieme allo spirito stesso s’invola nel cielo. E questa è chiaramente e manifestante la pietra […]" 
(C. G. JUNG, Psicologia e Alchimia)

Il culto segreto di San Giovanni Battista

Dedicata a San Giovanni Battista, la piccola chiesa di San Giovanni in Jerusalem è un vero gioiello incastonato nel complesso architettonico del Castello della Magione di Poggibonsi. In un primo periodo, lo "spedale" appartenne ai Cavalieri Templari, mentre nel XIV secolo passò all' ordine militare e religioso di San Giovanni di Gerusalemme, divenuto in seguito dei Cavalieri di Rodi e quindi dei Cavalieri di Malta. La chiesa è un esempio di stile romanico, con facciata a capanna conclusa da un campanile a vela di cui oggi rimangono solo le basi delle due colonne.

I Templari erano depositari di un' antica tradizione di costruzione e le varie conoscenze acquisite nell'ambito della geometria sacra, dell'astrologia e della simbologia, consentirono loro di realizzare innumerevoli capolavori dell'architettura sacra medievale, come la stessa chiesa della Magione di Poggibonsi. Attraverso la conoscenza dell'astrologia e dell'astronomia, gli antichi costruttori eressero santuari che esaltavano simbolicamente le corrispondenze esistenti tra uomo ed universo, tra microcosmo e macrocosmo.


I Templari consideravano San Giovanni Evangelista e San Giovanni Battista come loro patroni ed è per questo che in tutto il mondo cristiano gli edifici sacri ad essi dedicati sono così numerosi. Per comprendere a pieno il profondo significato del culto di San Giovanni Battista è importante addentrarsi  nel simbolismo che sottintende ai due solstizi, ovvero quelle manifestazioni astronomiche che nella tradizione classica erano denominate "porte":  la "porta degli uomini", ovvero  il solstizio d'estate, e la "porta degli dei", ovvero il solstizio d'inverno. In astronomia, il solstizio è il momento in cui si ha la declinazione massima o minima del moto del sole lungo l'eclittica e si è al cospetto del giorno più lungo o del giorno più corto di tutto l'anno. Nella tradizione folkloristica San Giovanni Battista è anche conosciuto come "Giovanni che piange", ed è il santo collegato alla festività del solstizio d'estate ricorrente il 24 giugno.


Tale giorno è  il giorno più lungo dell'anno, quello  che precede il progressivo calare della luce che si concluderà nel giorno del solstizio d'inverno, nel quale ricorre la festività dedicata all'altro San Giovanni, San Giovanni Evangelista, detto anche il "Giovanni che ride", giorno nel quale siamo di fronte al giorno più corto dell'anno, quello che vede progressivamente la rinascita della luce e l'allungarsi delle giornate. I due San Giovanni divennero un punto di riferimento molto importante anche per i  Templari: l'uno per simboleggiare l'Inizio, l'altro per simboleggiare la Fine. Nelle antiche civiltà Il solstizio d'inverno rappresentava occasione di festività di varia natura e dal Sol Invictus ed i Saturnalia dei culti pagani, arriviamo fino alla festività del Natale e della nascita di Cristo per il Cristianesimo. Prima dell'anno mille, con il progressivo sincretismo tra la religione pagana e la religione cristiana,  il culto dei due San Giovanni  sostituì  liturgicamente le festività solstiziali votate al culto del dio Giano Bifronte, signore dell'eternità e delle porte, comprese quelle solstiziali, raffigurato con uno scettro nella mano destra (emblema del potere regale) ed una chiave nella mano sinistra (emblema del potere sacerdotale). Il collegamento tra Giovanni Battista, santo al quale è dedicata anche la chiesa della Magione, ed il solstizio d'estate, può essere rintracciato  in un passo del Vangelo di Giovanni:
«25Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un giudeo a proposito della purificazione rituale. 26 Andarono perciò dal Battista e gli dissero: "Rabbi, colui che era con te dall'altra parte del Giordano e al quale hai reso testimonianza (il Cristo), ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui". 27 Giovanni rispose: "Nessuno può prendere qualcosa se non gli è stato dato dal cielo. 28 Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: -Non sono io il Cristo, ma: -io sono stato mandato innanzi a lui. 29 (...) Ora questa mia gioia è compiuta.  30 Egli deve crescere; io, invece, diminuire».
Che i Templari venerassero San Giovanni Battista non è più un mistero, tanto che si pensa che la testa del santo fosse quella leggendaria reliquia adorata dai Cavalieri, la cosiddetta "testa d'argento", la "testa mozzata" presente nei racconti estorti ai templari durante il processo indetto contro di loro dal re Filippo IV di Francia. Alcuni scrittori e storici hanno persino formulato l'ipotesi dell'esistenza di culti segreti di radice giovannita, che avrebbero ispirato una chiesa nascosta basata sugli insegnamenti che il Cristo avrebbe rivelato a San Giovanni Battista.
Agli albori del Cristianesimo vi erano sette iniziatiche che professavano una religione gnostica ritenuta altamente destabilizzante e pericolosa dalla chiesa romana di allora, in quanto portatrice di una spiritualità svincolata dai dogmi e dal potere costituito. Per tale motivo le persecuzioni perpetrate ai danni degli iniziati ai misteri dei culti gnostici furono particolarmente repressive e sanguinarie, senza però riuscire a reprimere quell'esoterismo sapienziale che molti storici ritengono essere stato abbracciato dai Cavalieri Templari. L'intreccio indecifrabile che attraversa segretamente la storia, legando il culto di San Giovanni Battista agli ordini cavallereschi gerosolimitani, sembra quasi svelarsi in alcuni accadimenti misteriosi, in coincidenze incredibili che sembrano tutte ruotare intorno al nome stesso del santo.
Le tracce di antichi misteri le si possono trovare anche nella storia di un celeberrimo dipinto di Caravaggio, la "Decollazione di San Giovanni Battista", conservato a La Valletta nell'Oratorio di San Giovanni Battista dei Cavalieri nella Concattedrale di San Giovanni.

"Decollazione di San Giovanni Battista", Caravaggio, olio su tela (1608).

Michelangelo Merisi, meglio noto come il Caravaggio, si rifugiò a Malta nel 1607 per sfuggire ad una condanna a morte per omicidio comminatagli in Italia, e qui si mise al servizio di Alof de Wignacourt, Gran Maestro dell'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, per il quale dipinse persino un famoso ritratto.


"Ritratto di Alof de Wignacourt",
Caravaggio, olio su tela (1607-1608).

Durante la sua permanenza a Malta, Caravaggio fu nominato Cavaliere di Grazia ed ottenne l'onore della Croce di Malta. Successivamente il "pittore maledetto" venne arrestato per una disputa con un altro Cavaliere dello stesso ordine. Dopo essere stato arrestato ai fini dell'estradizione, per l'espiazione della condanna vigente in Italia, il pittore riuscì ad evadere  dal carcere di La Valletta e riparare verso la Sicilia. La bolla con la quale fu  radiato dall'ordine dei Cavalieri dell'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme fu decretata  proprio davanti al suo celeberrimo quadro, la "Decollazione di San Giovanni Battista".  Un particolare a dir poco singolare della magnifica opera del genio lombardo è la firma apposta sulla tela: Caravaggio firmò il capolavoro col sangue che fuoriesce dalla testa del Santo, in un grumo rossastro.


Particolare tratto da "Decollazione di San Giovanni Battista", Caravaggio, olio su tela (1608).

I 9 cavalieri

 

Nel pavimento del cortile interno del complesso della Magione di Poggibonsi è possibile ammirare una raffigurazione del sole e dei suoi raggi, ottenuta posizionando una serie di mattoncini in modo da creare un preciso ordine geometrico.

I raggi che si irradiano dal sole sono 9. Insieme al 2 ed al 12, Il numero 9 è forse il numero che ritroviamo con più frequenza nella tradizione numerologica templare, perché oltre ad essere il numero sacro risultante dalla moltiplicazione del numero della santissima Trinità per se stesso, il 9 è anche il numero dell'iniziazione, della morte e della rinascita.  Il 9 è il numero che compare di più in tutta la storia dell'ordine del tempio: 9, come i raggi del sole presenti nel cortile della magione,  si dice che fossero i cavalieri che composero il primo nucleo dei Templari, come 9 gli anni che precedettero il riconoscimento dell'ordine. Compreso il Gran Maestro, 9 era anche il numero che componeva il vertice dell'ordine dei Poveri Cavalieri del Tempio di Re Salomone a Gerusalemme. In astrologia il pianeta corrispondente al numero 9 è il pianeta Marte, che nella mitologia classica è rappresentato come il dio della guerra.


I 9 raggi che si irradiano da un sole diviso a metà, posto all'ingresso del complesso templare della Magione potrebbero rappresentare un portale per  l'accesso alla vita cavalleresca, alla via dello spirito. Con i suoi 9 raggi , il sole del selciato sembra voler guidare nella luce i cavalieri ed i pellegrini, per indicare loro la via della virtù e della preghiera, del sacrificio e della gloria di Dio. Il percorso tracciato dai 9 raggi del sole potrebbe indicare una via iniziatica da percorrere all'interno dell'ordine religioso, dopo essersi lasciati alle spalle i propri beni e la propria vita profana.

La Messa Tridentina e la preghiera "Ad Orientem"


Nella chiesa di San Giovanni in Jerusalem viene officiata in lingua latina l'antica liturgia della "Messa Tridentina", denominata  anche "rito antico" o "messa di San Pio V". La  Messa Tridentina è quella forma antica e particolarmente suggestiva di celebrazione eucaristica del rito romano, introdotta da Papa Pio V nel 1570  e mantenuta fino alla pubblicazione  del Messale romano promulgato nel 1969 da Papa Paolo VI. 

Durante la funzione si viene avvolti da un trasporto spirituale che prescinde dalla personale vocazione religiosa, che trasmette un senso di appartenenza alla storia antica e ci rimanda ad un tempo lontano, agli albori della cristianità, facendoci sentire come cristallizzati in un rituale fermo nel tempo, come se i Cavalieri Templari stessi rivivessero nelle figure dei cavalieri contemporanei della Milizia del Tempio.

Ai cavalieri è riservata un'area del presbiterio, divisa dall'unica navata della chiesa da un parapetto in muratura aperto al centro che, separando la parte presbiteriale dal resto dello spazio interno, sembra voler segnare simbolicamente la divisione tra il sacro ed il profano

La liturgia espressa nei suoi canoni antichi travalica il tempo, come se modificasse le coordinate spazio-temporali ed il tempo vitale si trasformasse in un tempo rituale, il tempo senza tempo dei luoghi sacri.

Ed è allora che i simboli dell'architettura sacra si manifestano in tutta la loro sinfonica espressione, esaltando ancor più la solennità della liturgia cristiana. Una particolare attenzione degli architetti templari andava all'orientamento astronomico degli edifici di culto ed alla regolazione della luce all'interno degli spazi sacri. Quando l'architettura paleocristiana subentra alla preesistente architettura romana, la luce comincia ad assumere una valenza ancor più simbolica, determinando la scelta di una disposizione precisa delle chiese e degli officianti delle funzioni religiose.

La luce del sole simboleggiava il Cristo risorto, la luce divina segno della presenza di Dio all’interno della chiesa. Per tale motivo si costruirono edifici con un'orientazione astronomica precisa,  affinché il celebrante non guardasse verso il popolo ma rivolgesse la preghiera  Ad  orientem, versus Deum, sempre rivolti alla luce nascente. 

L’usanza di pregare rivolti verso il sorgere del sole è un'usanza antichissima riscontrabile in numerose culture del passato. La preghiera rivolta ad Dominum, ovvero verso il Signore, da parte del sacerdote  e dei fedeli, era uno dei canoni fondamentali della liturgia, tanto da determinare la nascita di innumerevoli chiese "orientate" che, come dice l'etimologia stessa della parola, erano rivolte "Versus Solem Orientem".

Simboli occulti: il "Principio passivo" ed il "Principio attivo"


Sul lato esterno prospiciente la strada sono presenti nel sottotetto alcune decorazioni davvero "sui generis", consistenti in  forme  geometriche ad incastro, delle quali non è mai stata data un'interpretazione particolarmente esaustiva.  Per trasmettere dei messaggi esoterici o religiosi in genere, gli architetti templari ed i maestri costruttori a loro vicini utilizzarono il linguaggio dei simboli, scolpendo nelle pietre delle loro costruzioni sacre delle figure che rimandassero a dei significati più profondi della loro stessa apparenza.  Le due figure complementari richiamano al sempre ricorrente concetto della dualità, l'emblema stesso dei monaci guerrieri.  Anche il sigillo  dei Templari consiste in due cavalieri in groppa a un solo destriero, una duplice natura come quella degli “Oratores” (coloro che pregano), e dei “Bellatores” (coloro che combattono).  Secondo lo stoicismo, l'universo e l'essere si manifestano nella presenza di due principi contrapposti ma complementari: il principio passivo, identificabile con la materia, il corpo, ciò che ha la possibilità di essere; ed il principio attivo, il logos, lo spirito, l'azione di Dio  che dà forma alla realtà.


Durante la loro permanenza in oriente, c'è chi sostiene che  i Templari avessero appreso una conoscenza esoterica dei fenomeni che regolano l'universo, primo tra tutti il concetto dell'unione sacra, la manifestazione di due principi contrapposti, il principio debole ed il forte, il passivo e l'attivo, il femminile ed il maschile, il male ed il bene che nella loro eterna passione, nella coincidenza degli opposti,  generano all'infinito il processo della vita.


I due elementi simbolici presenti nel sottotetto della piccola chiesa di San Giovanni a Poggibonsi non trovano corrispondenze  particolari in altre costruzioni templari. Il tema sotteso della dualità lo si può comunque rinvenire in formule architettoniche sparse un po' in molte opere riconducibili ai Templari. In una delle più antiche ed enigmatiche chiese di Londra, Temple Church, edificata nel XII secolo dai Cavalieri Templari sul modello della basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme, si trovano delle piccole colonne sormontate da capitelli, collegate con una serie di archi a sesto acuto sopra i quali si notano otto blocchetti in rilievo e otto incassati, che ricordano anch'essi il tema della doppia natura contrapposta ma complementare.

Ogni anno molti  turisti arrivano a Londra per visitare questi luoghi, descritti anche da Dan Brown ne "Il Codice da Vinci". Nella chiesa londinese, ambientazione suggestiva di alcune vicissitudini del celeberrimo romanzo,  sopra le colonne in questione sono rappresentate 63 teste grottesche di personaggi fantastici, con volti imprigionati in smorfie di dolore, tormentati da animali che sembrano torturarli in eterno. Attraverso i simboli, i Templari sembrano averci voluto tramandare un'antica sapienza e un monito inquietante, fatti di conoscenze ineffabili e di rivelazioni pericolose riservate a pochi iniziati, ma nascoste dove tutti le possono vedere.
All'interno della chiesa di Poggibonsi  possiamo trovare altre due mensole che nascondono un forte significato simbolico, sulle quali poggia l'arco interno dell'abside. La mensola di sinistra è scolpita con tondini rientranti, mentre quella di destra è composta da un unico tondino sporgente.

La dicotomia tra destra e sinistra si riflette persino in queste mensole interne, dove la mensola convessa che esprime l'essenza della virilità è sita sul lato destro della chiesa, ad dexteram, nel lato orientato verso il meridione. Nel periodo medievale le chiese cristiane venivano  solitamente orientate verso est, verso la luce nascente,  ed il lato destro, rivolto a meridione e deputato alla lettura delle epistole, era il lato riservato agli uomini. Rivolto a settentrione,  Il lato sinistro era invece riservato alle donne e dedicato alla lettura dei vangeli.

 

La Dualità ed il numero 2


Per i teologi cristiani, i numeri rilevabili nelle proporzioni architettoniche utilizzate dai costruttori erano considerati sacri e suggeriti da Dio stesso, ma c'è chi ritiene che i numeri facciano persino parte di un codice occulto, posto  alla base di antiche conoscenze, un codice in grado di svelare i segreti dell'universo.


Il numero 2 ha sempre contraddistinto la leggenda dei Cavalieri Templari. Nella chiesa di Poggibonsi ritroviamo più volte il numero 2 in elementi simbolici che richiamano al concetto della dualità e della complementarietà.

2 si narra che fossero i Cavalieri promotori del nucleo iniziale dei 9: Ugo de Payns e Goffredo di Saint-Aldemar. 2 sono i cavalieri in groppa ad un solo cavallo, e 2 sono le nature contrapposte del monaco e del guerriero. 2 sono le linee che si intersecano nel simbolo della croce:  la linea orizzontale, corrispondente alla materia, e la linea verticale, corrispondente allo slancio dello spirito, all'ascesa verso il cielo. 2 sono i colori dello sfondo del vessillo templare, il Beaucéant, dove troviamo il bianco ed il nero, che rappresentano i due opposti di vita e di morte, la  luce e le tenebre. In campo alchemico, i 2 colori più la croce di colore rosso potrebbero simboleggiare le tre fasi della Grande Opera: Nigredo, Albedo e Rubedo. Per la numerologia Cristiana  il 2 rappresenta la doppia natura di Cristo,  la natura divina e la natura  umana, mentre per la Kabbalah ebraica il numero 2 significa "conoscenza"

Tale dualità è palesemente rinvenibile anche nello stemma del Gran Maestro dell'Ordine, visibile anche all'interno della chiesa di San Giovanni in Jerusalem, dove sono ben evidenti le contrapposizioni tra il bianco ed il nero, tra il potere militare ed il potere spirituale. Lo stemma nobiliare è quello del titolo di Conte, come si evince dalla corona posta sopra lo scudo, cimata dalle sedici perle, di cui nove visibili.

L'aquila bicipite  racchiude in sé una duplice natura, da non intendersi in termini conflittuali ma come unione di due componenti opposte, come simboleggia la catena che passa tra le otto braccia della croce ottagona dello stemma, una volta sotto ed una volta sopra alle otto punte, legandole indissolubilmente in un'unica essenza. A suffragare tali tesi si può notare persino la rappresentazione delle lingue delle due teste dell'aquila: nella bocca destra la lingua è rivolta verso l'alto, richiamando così  il principio attivo, mentre la lingua sinistra è rivolta verso il basso, ad evocare il principio passivo, il rapporto col mondo materiale.

Nello stemma ufficiale si può osservare tale orientamento delle lingue, mentre, nella riproduzione dello stesso appesa nella chiesa, probabilmente assistiamo ad una copia riprodotta erroneamente, in quanto in esso le due lingue sono entrambe rivolte verso l'alto.  Si ricorda anche come l'aquila rampante fosse il simbolo che la cristianità delle origini attribuiva a San Giovanni Evangelista, in quanto ella si innalza in volo verso le regioni più alte del cielo e della conoscenza, ed è l'unico animale che può guardare la luce del sole.

La Gerusalemme Celeste ed il numero 12


L'esterno dell'abside semicircolare della chiesa di San Giovanni in Jerusalem di Poggibonsi propone una serie di archetti che poggiano su 12 mensole pensili  oramai piuttosto corrose dal tempo, dove compaiono protomi zoomorfe e figure geometriche di difficile interpretazione. Nell'architettura romanica si ritrovano  con frequenza tali decorazioni absidali, tanto da portarci a cercare una chiave simbolica che ne possa svelare i segreti.

 

Secondo i teologi della cristianità più antica, i numeri erano indissolubilmente legati al divino, e con le loro manifestazioni ed i loro profondi significati costituivano rapporti di collegamento tra il mondo ultraterreno ed il mondo degli uomini. Anche nelle pietre di questa chiesa ritroviamo l'antica ossessione per i numeri dei maestri costruttori, che ci fa pensare come dietro l'utilizzo ripetitivo del numero "12" vi sia un  preciso significato simbolico. Oltre ad essere il numero delle ore del giorno e delle ore della notte, nonché dei dodici mesi dell'anno, tale numero potrebbe contenere evidenti evocazioni bibliche. Il 12 potrebbe fare riferimento ai 12 figli di Giacobbe, ai 12  profeti minori,  alle 12 pietre preziose presenti sull'Efod, il pettorale di Aronne e dei grandi sacerdoti, sulle quali pietre erano incisi i nomi delle 12 tribù di Israele. Per il nuovo testamento il numero 12 potrebbe invece rimandare ai 12 giorni della natività, oppure ai 12 Apostoli di Gesù. Il numero 12 è un numero speciale, in quanto è anche il primo numero ad essere divisibile sia per 1, 2, 3, 4, 6, che per se stesso. Se consideriamo il cielo come una cupola, il numero 12 lo divide in dodici settori, ovvero nei 12 segni dello Zodiaco.  Nell'Apocalisse di Giovanni Evangelista il  12 compare ben ventidue volte, e ne ritroviamo un  riferimento importantissimo soprattutto nelle 12 porte della Gerusalemme Celeste:


"10 L'angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la Città Santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. 11 Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. 12 La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d'Israele. 13 A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. 14 Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello".


Con le sue 12 colonne, orientate verso il sole nascente,  l'esterno dell'abside potrebbe davvero essere un richiamo simbolico alla Gerusalemme Celeste, tanto cara ai Templari, quella dimora spiritualizzata di Dio e dell'Agnello (ovvero l'ariete posto al centro delle mensole dell'abside). Non appare neppure casuale il nome stesso della chiesa di San Giovanni in Jerusalem (Gerusalemme), un nome che sembra celare un sottile  e ripetitivo legame tra San Giovanni, la città santa di Gerusalemme ed i Cavalieri del Tempio di Re Salomone.

L'ordine dei Cavalieri Templari annoverava in sé molte anime, ed assieme alla componente dei monaci-guerrieri, quella dei finanzieri, degli uomini diplomatici e dei religiosi, vi era una componente di esperti architetti che, attraverso le conoscenze apprese in oriente, fu fautrice di una tradizione di costruttori che ispirò numerose opere architettoniche di spiccata valenza simbolica. Nei tempi antichi, forse più di adesso, molto probabilmente la simbologia assumeva il valore di un vero e proprio linguaggio, un linguaggio più immediato della parola stessa, codificato in immagini semplici ma universalmente intelligibili, non solo agli iniziati ai misteri  ma anche ai comuni fedeli. Durante il medioevo gran parte della popolazione era analfabeta, anche se stavano iniziando a diffondersi delle scuole parrocchiali che offrivano un'istruzione elementare piuttosto essenziale anche ai figli delle persone più umili.

Gli antichi sapevano bene che il linguaggio dei simboli rappresentava il sistema più diretto per la diffusione di un messaggio, in quanto esso non si ferma alla parte razionale della mente, ma la filtra fino a raggiungere le zone più recondite della psiche.  Nei secoli l'uomo ha parzialmente smarrito la chiave di lettura   dei simboli, la loro universalità, l'immediatezza del loro linguaggio, come testimonia l'attenzione sempre più ridotta dedicata ai fenomeni della natura ed ai fenomeni astrali.
Nelle antiche civiltà, l'osservazione del cielo e dei suoi movimenti rappresentava una vera ossessione per l'uomo, che ha sempre percepito una sorta di corrispondenza trai cicli celesti ed il ritmo vitale della terra, tanto da orientare ogni attività umana in virtù di tale sincronicità.

Hieros Gamos


All'esterno della chiesa della Magione di Poggibonsi, poco sopra la calotta absidale, si trova un  singolare "oculo" in tufo, diverso dalla classica apertura praticata ai soli fini di garantire il ricambio dell'aria o funzionale alla semplice illuminazione degli interni. Se l'oculo in questione non avesse una spiccata valenza simbolica non sarebbe  stato realizzato con una pietra diversa dalle altre, né sarebbe stato posizionato con una tale geometria allegorica, né tantomeno recherebbe delle così precise incisioni a carattere cosmologico. In architettura, per "oculo" si intende una piccola apertura di forma circolare oppure ovale posta in essere per fini decorativi su una parete oppure al centro di una cupola, dove assume la funzione di finestra dalla quale possa filtrare la luce che si ritenga opportuna per illuminare l'interno dell'edificio.  Il termine deriva dal latino "oculus", ovvero "occhio". All'interno del luogo di culto, la luce di levante che filtra dall'oculo potrebbe rappresentare metaforicamente la presenza del divino all'interno dello spazio sacro. Una tale attenzione a voler far penetrare la luce secondo precisi criteri che rispettino la simmetria e l'architettura della chiesa, lascia presumere che la realizzazione dell'oculo sia nata dall'esigenza di trasmettere un preciso concetto teologico. Sulla pietra della chiesa della Magione sono scolpiti due simboli, da tutti interpretati come la "Luna" ed il "Sole".


Anche con tali elementi archetipici ritorniamo ad uno dei messaggi chiave dell'architettura sacra di ispirazione templare: il tema della Dualità. Il Sole è il simbolo primigenio del principio attivo, della luce invitta che illumina le tenebre, il motore che dà impulso alla vita, mentre la Luna, che riceve e riflette la luce del sole, potrebbe rappresentare  il principio passivo,  il carattere  femminile. Non a caso l'iconografia classica tende sempre a rappresentare la luna ad sinistram. Nell'ottica templare  tali simboli non debbono essere intesi in contrapposizione tra loro, bensì raffiguranti l'alternanza  che costituisce una dialettica vivificatrice, l'"unione sacra" tra gli opposti, tra la notte ed il giorno, il nero ed il bianco, le tenebre e la luce, l'essenza del monaco e l'essenza del guerriero.

Il "Matrimonio sacro", in greco "Hieros Gamos", è la congiunzione mitologica di due distinte divinità rappresentanti le due polarità archetipiche della natura. In alcune antiche civiltà, il matrimonio mistico tra Sole e Luna era un concetto alla base di molti rituali sacri, volti alla celebrazione di quel perfetto equilibrio generato dall'unione sacra di "Anima" ed "Animus", di quell'unione degli opposti che sta alla base dell'eterno processo della vita.  Appare oramai indubbia l'influenza di antiche credenze orientali nella mistica templare e di conseguenza nell'architettura sacra da essi ispirata. Durante la loro permanenza in Terra Santa, i Cavalieri del Tempio entrarono sicuramente in contatto con delle correnti religiose cristiane di tipo gnostico,  mai completamente represse dalla chiesa di Roma. Dalle suggestioni proibite e pericolose  ispirate da un tale contatto scaturiscono molti simboli arcani in uso ai Templari, dei quali appare oltremodo affascinante tentare un'indagine speculativa. Quali potrebbero essere stati i testi sacri nascosti per anni alle autorità religiose che potrebbero aver sconvolto le convinzioni dei primi Cavalieri Templari, tanto da ispirare i loro culti segreti e la loro simbologia? Le prime comunità cristiane facevano riferimento ad alcuni testi, i cosiddetti "Vangeli Apocrifi", che confliggevano con l'ortodossia cristiana di Roma, in quanto ritenuti pericolosi portatori di una tradizione esoterica destabilizzante. Scritto in lingua copta,  il vangelo apocrifo di Didimo Giuda Tommaso  è un papiro di datazione incerta ma presumibilmente non successiva  al II secolo dopo Cristo, scoperto nel 1948 a Nag Hammadi, in Egitto, contenente una collezione di 114 aforismi attribuibili allo stesso Gesù. Alcuni passi del Vangelo di Tommaso potrebbero svelare la grande fascinazione dei Templari per certi temi, compresi i simboli della Luna e del Sole soprastanti l'oculo della chiesa della Magione di Poggibonsi:


"Allorché di due farete uno, allorché farete la parte interna come l'esterna, la parte esterna come l'interna e la parte superiore come l'inferiore, allorché del maschio e della femmina farete un unico essere sicché non vi sia più né maschio né femmina, allorché farete occhi in luogo di un occhio, una mano in luogo di una mano, un piede in luogo di un piede e un'immagine in luogo di un'immagine, allora entrerete nel Regno".
Importanti suggestioni in merito al matrimonio mistico ed alla congiunzione degli opposti ci viene anche da un altro vangelo apocrifo, il vangelo gnostico di Filippo:
71. "Quando Eva era in Adamo, non esisteva la morte. Ma dopo che essa si fu separata, la morte è sopravvenuta. Se essa entra di nuovo in lui, e se egli la riprende in se stesso, non esisterà più la morte".
Ritornando al contesto dei simboli tracciati sull'esterno dell'abside della chiesa di San Giovanni in Jerusalem, a nostro avviso la presenza dei simboli della Luna e del Sole deve essere intesa come celebrazione dell'equilibrio armonico tra luce ed ombra, in riferimento all'equinozio di primavera, il giorno nel quale la notte ed il giorno hanno la stessa durata. Molto singolare e di difficile decriptazione è anche il segno scolpito tra la Luna ed il Sole, all'inizio del quale sembra incisa una sorta di "C".


Tentare una qualsivoglia speculazione che possa ricondurre la lettera "C" come iniziale della parola latina "Christus" ci appare un'ipotesi tutta da dimostrare, anche se la presunta "C" si trova nel preciso punto di equilibrio tra notte e giorno, nel giorno dell'equinozio di primavera, nel quale avviene il passaggio dalle tenebre (simboleggiate dalla luna), alla luce (simboleggiata dal sole). L'equinozio di primavera segna non solo la rinascita della "Luce", del suo prevalere sull'oscurità, ma segna anche il concepimento del Cristo, che nove mesi dopo, nascerà proprio in prossimità del solstizio d'inverno.


La mitologia antica vede la primavera come la stagione primaria degli accoppiamenti rituali, nella quale i matrimoni mistici tra le divinità propiziano il rifiorire della fertilità anche sulla terra.  Il fregio sottostante la presunta lettera "C" sembrerebbe fare riferimento ad una sorta di movimento vivificatore che nasce in un ipotetico centro equidistante dall'elemento femminile/lunare, l'ancestrale Dea Mater, per giungere all'elemento maschile/solare, come  se questo moto perpetuo, questo soffio di vita, generasse l'eterno divenire del cosmo e trovasse la sua apoteosi proprio nel fenomeno astrale dell'equinozio.


Il simbolo dell'Ariete


Apocalisse 21:
23 "La città (la Gerusalemme Celeste") non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello".

In posizione centrale,  tra le diverse mensole  che sorreggono il coronamento ad archetti dell'esterno dell'abside della chiesa del complesso della "Mansiones", spicca una meravigliosa testa d'Ariete, che nasconde una simbologia misteriosa.
Nella nostra epoca, nel giorno del 21 marzo il sole sorge nella costellazione dei Pesci, cosicché guardando ad est il suo levarsi, vedremo tale costellazione scomparire lentamente finché la luce   dell'astro nascente non la coprirà del tutto.  In antichità, quando furono codificati i segni zodiacali e la loro collocazione astronomica, per il fenomeno della precessione degli equinozi, il 21 marzo il sole sorgeva nella costellazione dell'Ariete (circa dal 2100 a.C al 100 a.C.). Grazie anche al contributo degli studi di uno dei più grandi astronomi dell'antichità, il greco Ipparco di Nicea, scopritore del fenomeno della precessione degli equinozi, fu fissato l'inizio dello Zodiaco nella costellazione dell'Ariete, associando ad esso l'equinozio di primavera. La costellazione dell'Ariete, in latino Aries, appare come  una linea curva disegnata dalle tre stelle principali: Hamal, che in arabo significa "agnello", Sheratan, che significa "i due segni", e  Mesarthim, che in arabo significa "i servitori". Per l'astrologia occidentale la primavera continua anche oggi ad iniziare nel segno dell'Ariete.

 

L'utilizzo di figure zoomorfe o antropomorfe per fare riferimento alle costellazioni dello Zodiaco era un modo per instaurare una sorta di parallelismo tra le stelle, i fenomeni celesti,  e la natura dell'uomo sulla terra. Il termine "Zodiaco" deriva dal greco "Zodiakos", parola composta zòon ("animale, essere vivente") e odòs ("strada, percorso"), e significa  "strada degli animali" o anche "ciclo della vita". L'utilizzo della simbologia animale per alcuni segni zodiacali è stato un modo per trasmettere in una prospettiva  ultraterrena  la  dimensione  umana,  per sottintendere  ad un legame profondo che si sosteneva esistesse tra l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo. Nell'Ariete ritroviamo non certo per caso molti dei temi centrali che caratterizzano la simbologia templare. Oltre ad  essere un segno cardinale, l'Ariete è il primo dei segni di fuoco e come il fuoco dà l'energia alla natura per la rinascita della vita. Con l'equinozio di primavera, la vita riceve come un'iniziazione, un impulso alla rinascita nella luce e nel calore del sole. L'Ariete simboleggia il risveglio, la rinascita, l'iniziazione spirituale, nonché la virilità, ed essendo un segno strettamente collegato al pianeta Marte, il Dio  classico della guerra, rappresenta anche il coraggio dell'impresa eroica, il combattimento del bene contro il male.

Capitello di palazzo ducale, Venezia: il guerriero Marte raffigurato seduto sull'Ariete  (1340-1355)


Tuttavia, nel mondo giudaico-cristiano,  l'Ariete ("ovis aries") è anche il principale animale deputato al sacrificio, tanto da divenire il simbolo Cristico per eccellenza: l'"Agnus Dei". L'energia dell'Ariete sembra scaturire anche da questa sua natura duale, peculiare anche ai Cavalieri Templari, di fecondatore e distruttore al contempo, di scintilla che spinge alla vita  ma che è capace di dare anche la morte. Nella corrispondenza tra costellazioni e parti del corpo, l' Ariete governa la testa, perché è proprio con quella che dopo 9 mesi di gestazione veniamo alla "Luce". Talora il misterioso mondo dei simboli sembra rivelarci dei sottili legami esistenti tra i miti, le leggende, i numeri e le idee primordiali, come se la verità fosse davvero un elemento composito, ma riferibile sempre all'arcana dimensione degli archetipi,  quella oscura memoria collettiva che si annida nelle profondità della psiche umana.


S. Giovanni Battista di Caravaggio,
noto anche come "Giovane con un montone":
l'Ariete vi è raffigurato quale simbolo del sacrificio  di Cristo. 

L'Ariete è un simbolo altamente complesso, collegato all'archetipo del Guerriero, della rinascita, dell'iniziazione e del sacrificio cristico.  Esso rimanda anche alla figura del grande precursore, San Giovanni Battista, tanto caro a tutti gli ordini gerosolimitani, come colui che fu chiamato per preparare la strada all'arrivo del Messia. D'altro canto noi riteniamo che, nel contesto architettonico della Magione di Poggibonsi, visti i riferimenti indiscutibili al concetto della natura duale dei monaci-guerrieri, la testa dell'Ariete posta in posizione centrale sull'esterno dell'abside, possa essere un simbolo riconducibile all'equinozio di primavera, ovvero a quel punto astronomico così carico di energia, espressione del punto di equilibrio tra il giorno e la notte. Il termine "Equinozio" deriva infatti dal latino "aequa-nox", cioè "notte uguale", il giorno nel quale la luce e le tenebre hanno la stessa durata. Fino all'alto medioevo, nel calendario cristiano il 25 marzo segnava l'inizio del ciclo liturgico annuale, in quanto ivi ricorreva la festività dell'Annunciazione, dell'Incarnazione del Cristo, del suo verginale concepimento ad opera dello Spirito Santo, proprio 9 mesi prima di un altro fondamentale evento astronomico, il solstizio di inverno, festa di San Giovanni Evangelista, coincidente  con la "venuta alla Luce" del Salvatore. Nel giorno dell'equinozio, la natura duale dei Cavalieri Templari arriva alla sua apoteosi celeste e, nel segno dell'Ariete, si riflette simbolicamente  nell'equilibrio armonico  tra la luce e  l'ombra.


L'enigma irrisolto della monofora: "Come in cielo così in terra"


La facciata della chiesa di San Giovanni in Jerusalem si presenta con un campanile a vela privo di copertura, nel quale un tempo alloggiavano 2 campane. Adesso non rimangono che le 2 torri che svettano solitarie come 2 cavalieri di guardia alla magione. Nella zona compresa tra il portale e la cuspide è presente una misteriosa monofora a "denti di sega", che non trova eguali in altri edifici religiosi coevi alla piccola chiesa di Poggibonsi. Il davanzale della monofora è piano, come se fosse una base, mentre  gli stipiti sono tagliati a smussi poligonali.


La funzione originaria della monofora probabilmente era quella di realizzare una proiezione di luce in un qualche punto non più identificabile all'interno della chiesa, presumibilmente nel giorno dell'equinozio di primavera.  Questa ipotesi purtroppo non può essere suffragata dai fatti a causa del rifacimento della copertura dell'aula a volte più basse di quelle originarie, avvenuto nel XVIII secolo, in seguito ad un crollo. L'attuale soffitto purtroppo impedisce il filtrare della luce nella sua proiezione antica. La prima copertura doveva essere a capriate lignee a vista, come quella di molte chiese romaniche dell'epoca.

Nell'architettura romanica la luce assunse un carattere prettamente simbolico. Le finestre erano in genere delle monofore di dimensioni piuttosto ridotte, che regolavano la luce all'interno dei luoghi sacri in modo che ne derivasse un'atmosfera austera, favorevole al raccoglimento spirituale dei fedeli. I giochi di luce che si riversavano nell'oscurità misurata del luogo di culto si verificavano solitamente in prossimità delle ricorrenze solstiziali ed equinoziali. Attualmente la proiezione misteriosa generata dalla monofora della chiesa di San Giovanni in Jerusalem è purtroppo oggetto di speculazioni senza possibili riscontri.

 


Chiesa di San Pietro a Cedda, Poggibonsi (Siena)

Al fine di rilevare delle possibili similitudini con elementi architettonici presenti in chiese coeve, abbiamo visitato un'altra chiesa che, come San Giovanni in Jerusalem, è stata  sotto il controllo della potente Abbazia di San Michele Arcangelo a Martùri, situata anch'essa sulla via Francigena, nei pressi di Poggibonsi (Siena).

Le nostre ricerche ci hanno portato alla chiesa di San Pietro a Cedda, situata a pochi chilometri dalla magione templare, menzionata in un documento del 998, in cui il marchese Ugo di Toscana dona alcuni dei suoi possedimenti alla Badia di Martùri. Il portale della chiesa romanica presenta un archivolto a tutto sesto decorato con vari motivi stilistici e geometrici, tra i quali ritroviamo l'elemento a denti di sega che ricercavamo, seppur non in una manifestazione assimilabile alla monofora della chiesa della Magione. Nell'architettura romanica si si ritrovano spesso delle decorazioni dalla caratteristica forma a denti di sega o a zig-zag, che si presentano in forma lineare  oppure  nella più presente versione ad arco (1)(2).


Portale della Chiesa di San Pietro a Cedda, Poggibonsi (Siena)

Il simbolo dei triangoli con opposte polarità uniti tra loro a formare una figura a denti di sega è un simbolo primordiale la cui origine si perde nella notte dei tempi. Non appare semplice cercare di svelarne il significato, anche se sembra evidente il riferimento agli archetipi universali del Maschile e del Femminile, del Principio Attivo e del Principio Passivo. In molte culture il fregio a zig-zag è riconducibile all'archetipo universale dell'Acqua, intesa come fonte di vita, un simbolo carico di un alto significato cosmogonico. L'acqua è generatrice  di vita, ed è proprio nell'acqua che siamo immersi nei 9 mesi della gestazione, prima di venire alla "Luce".  In un contesto artistico come quello del portale della chiesa di Cedda, riteniamo invece che gli elementi a zig-zag debbano essere ricondotti ad una rappresentazione apocalittica, volta a imprimere un monito solenne ai fedeli che un tempo praticavano tale luogo di culto. Difatti, nello stesso portale abbiamo anche un'aquila, simbolo cristiano di San Giovanni Evangelista, autore del libro dell'Apocalisse (6).

 


Esempio di raffigurazione simbolica di San Giovanni Evangelista, Portale di San Gottardo, Cattedrale di San Lorenzo, Genova (XI-XII secolo).

Tra gli artigli dell'aquila si può leggere l'inizio del "Prologo del Vangelo secondo Giovanni", conosciuto anche come "Inno al Logos", un testo di basilare importanza per il cristianesimo delle origini, che la tradizione attribuisce all'apostolo Giovanni, fuggito in Asia Minore assieme a Maria per scampare alle persecuzioni dei romani nella città di Gerusalemme. In latino recita così: "In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum". In chiave simbolica risulta molto interessante notare il numero 7 riproposto allegoricamente nel numero delle penne della coda dell'aquila. Il numero in questione ricopre un ruolo fondamentale nella numerologia cristiana, come numero che esprime una sintesi tra divino e terreno, tra Dio e l'uomo, tra il numero 3 ed il numero 4.  Il 7 ricopre un ruolo fondante nel libro dell'Apocalisse di Giovanni: 7 sono i Sigilli citati nel libro, la rottura dei quali precederà la fine del mondo e  7 sono le trombe che la annunceranno, suonate dai 7 angeli.
Oltre ad una sorta di "Fiore dell'Apocalisse"(3), il portale presenta anche decorazioni a "palmette" (5),che simboleggiano la resurrezione di Cristo, la sua vittoria sulla morte. Nell'Apocalisse di Giovanni (Ap 7,9), i martiri  della fede  sono i risorti che "stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani". Sulle tombe dei primi martiri cristiani si possono rinvenire incisioni di palme  che riecheggiano tali riferimenti al libro dell'Apocalisse. Infine, per coronare il messaggio allegorico facente riferimento al libro di Giovanni, si possono rilevare un "Alfa" ed un  "Omega"(4):
Apocalisse 22 : 12 "Ecco, sto per venire e con me avrò la ricompensa da dare a ciascuno secondo le sue opere. 13 Io sono l'alfa e l'omega, il primo e l'ultimo, il principio e la fine. 14 Beati quelli che lavano le loro vesti per aver diritto all'albero della vita e per entrare per le porte della città!"
L'alfa e l'omega dell'Apocalisse sono rispettivamente la prima e l'ultima lettera dell'alfabeto greco e furono assunte simbolicamente per rappresentare "Il Principio e la Fine", in quanto il Nuovo Testamento, a cui appartiene il libro di Giovanni,  fu scritto inizialmente  in lingua  greca. I maestri costruttori dell'epoca erano soliti riprodurre temi ricorrenti  quali figure zoomorfe e linee geometriche elementari sulle facciate dei santuari, in quanto erano ben consapevoli che tramite il linguaggio dei simboli è possibile la trasmissione immediata ed universale delle idee.   Nella ricerca di svelare il senso nascosto della monofora a denti di sega della chiesa di San Giovanni della Magione, le nostre ricerche ci hanno condotto anche nel piccolo borgo di Sticciano Alto, nella bassa Toscana, per esaminare l'architrave della chiesa della Santissima Concezione, ricordata anche col nome di Pieve di Santa Mustiola, una chiesetta sperduta tra le splendide colline maremmane,  talora  associata ai Templari. Come le altre chiese  esaminate ai fini di questo studio, anche la Pieve di Sticciano risulta orientata secondo il canone "Sol Aequinoctialis" molto diffuso all'epoca.  Questa vera ossessione per i calcoli astronomici, nonché per i numeri sacri e la simbologia religiosa è il comune denominatore dello stile romanico, che accomuna molteplici edifici sacri lungo tutta la via Francigena ed i suoi diverticoli. Il magnifico architrave della Pieve di Santa Mustiola è rovinato, ma in esso si possono leggere a partire dalla sinistra un fregio cosiddetto a denti di sega (1), una croce patente dai bracci appena biforcuti (2), un fiore della vita (3) e due aquile (4). Più in basso sulla sinistra ritroviamo il simbolo del "Fiore dell'Apocalisse" (5), a quattro petali, ed il simbolo delle croce dello zodiaco con le sue quattro porte celesti. Purtroppo un altro simbolo molto importante non è più visibile a causa di alcuni maldestri lavori di restauro della facciata (8).

L'elemento decorativo a zig-zag è accostato sovente all'aquila di San Giovanni, come se gli antichi costruttori volessero alludere ad una sorta di portale di accesso per la divinità, per la biblica "Gerusalemme Celeste".  Le due aquile sulla destra sembrano attraversate da quello che potrebbe essere un fascio di luce decrescente(8), tanto che potrebbero simboleggiare le due porte solstiziali dedicate ai due San Giovanni. La prima aquila, quella più alta, potrebbe evocare la luce nella sua massima intensità, quella del solstizio d'estate nella festa di San Giovanni Battista, mentre l'aquila più piccola potrebbe essere il simbolo di San Giovanni Evangelista, che presiede la festività del solstizio d'inverno e della rinascita della "Luce".


Nel riquadro dell'aquila di San Giovanni Evangelista si nota appena un'altra decorazione a denti di sega inneggiante al legame tra il cielo e la terra, all'alternarsi dell'energia della materia e dell'energia dello spirito, unite  in un asse cosmico eterno, l'asse tra il mondo superiore ed il mondo inferiore. Il concetto del portale tra il cielo e la terra è presente nella Bibbia fino dai tempi dei patriarchi dell'ebraismo, come nella visione onirica di Giacobbe, nella quale una scala saliva dalla terra verso il cielo e su di essa gli angeli salivano e scendevano.
Giovanni 1:51: "In verità, in verità io vi dico che da ora in poi vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo".

Ricerca a cura di Francesco Vannucci


Francesco Vannucci

 

 


 



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