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REZZATO (BS) - IL BOSCO
IL DIAVOLO DEI BOSCHI DI REZZATO

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Non lontano dall'antico convento francescano di San Pietro in Colle, che da più di mille anni domina dall'alto la cittadina bresciana di Rezzato, si cela nel folto del bosco da tempo immemorabile, un misterioso manufatto vecchio di molti secoli: l'enigmatico “Diaol”, diavolo in dialetto bresciano, o “mostasù”, faccione.
E' necessario imboccare il sentiero della Rasa che diparte dall'edificio dei frati, addentrandosi nel folto  bosco che avvolge la collina per incontrarlo. Dopo aver camminato per alcune decine di minuti, tra querce secolari, felci e rovi che imprigionano i resti (o meglio i ruderi) di antichi edifici ormai ingoiati dalla vegetazione, si arriva ad un gigantesco macigno posto proprio tra la mulattiera e il pendio.
Ed ecco che si presenta agli occhi del viandante una curiosa scultura, un grottesco bassorilievo.
Ben scolpito nella roccia, e sicuramente da mano abile ed esperta, appare immobile un volto in parte umano in parte ferino o bestiale.
Il famoso “Diaol”, che da sempre vigila il passaggio di coloro che si avventurano fin lì.
Su di esso nel corso dei secoli sono fiorite leggende e dicerie.

Secondo alcuni quelle sembianze immortalate nella roccia commemorerebbero la morte di un uomo avvenuta sul posto in un tempo lontano e ricordata anche da una data semicancellata appena visibile (1798).
Secondo altri invece sarebbe qui rappresentata l'immagine di un demone, se non del Diavolo in persona. Si narra anche di una ragazza che nei pressi sarebbe stata bruciata viva in un rogo. Così come si racconta di convegni di streghe e diavoli che si tenevano nei boschi della zona nel corso di sfrenati sabba.

Cosa rappresenta queste scultura? Qual'è il mistero che è custodito in questo bosco, di giorno così piacevole e di notte tanto tetro e oscuro?
Rassomiglia a prima vista alla ben più nota Bocca della Verità o alle rappresentazioni antiche di fauni e satiri, le divinità per metà uomo e per metà capro che secondo gli antichi avevano posto il proprio dominio in boschi e foreste sacre. Difficile non notare come il “Diaol” rassomigli anche a tante raffigurazioni dell'arte celtica, come a quelle delle famose falere della necropoli di Manerbio, non distante da Rezzato. O addirittura al famoso “Green Man” della tradizione tardo celtica, che impersonifica la forza inarrestabile della vegetazione e della natura.


falere


Green Man

Ci si trova quindi di fronte ad una scultura talmente antica da far riferimento agli ancestrali culti precristiani che un tempo qui erano diffusi? E' ancora difficile dar una risposta a simili interrogativi.
Ma vi è chi , affascinato da queste storie, ha intrapreso una coraggiosa ricerca.
Serena Oneda, giovane e abilissima speleologa, esploratrice e ricercatrice affiliata al gruppo Xplora, ha deciso di recarsi presso la misteriosa scultura per condurvi analisi e studi approfonditi.
Munita di una sofisticatissima termocamera Testo (strumento che grazie alla variazione anche infinitesimale della temperatura permette di individuare particolari invisibili all'occhio), Serena ha effettuato una prolungata e accurata termografia del luogo e del grande macigno roccioso su cui si trova il diaol.
I risultati di questa analisi sono stati davvero emozionanti!


Serena Oneda con la termocamera

Oltre ad alcuni segni già visibili ad occhio nudo e alla già citata data, è apparsa agli occhi di Serena una gran quantità di segni realizzati dall'uomo! Numerose croci, scalfitte nella roccia un po' ovunque, altre date (1640, 1655), un'invocazione al Figlio di Dio rappresentata dal simbolico “IHS”, Iesus Salvator Hominum, Gesù salvatore degli uomini  e semi cancellata dall'erosione dell'acqua e del vento, quasi illeggibile, l'emblematica parola “diaboli”.

Graffiti incisi in anni lontani per esorcizzare, o meglio cristianizzare, zone ritenute tabù e magiche, dimora di spiriti maligni e pericolosi.
Segni del genere sono ampiamente diffusi nella non troppo distante Valcamonica, dove croci e altri simboli sacri della nuova religiosa sono ben visibili nei pressi dei luoghi di culto degli antichi Camuni.

A brevissima distanza del Diaol di Rezzato si trovà invece l'arcano  cerchio di pietre del Sercol di Nuvolera, nei pressi del quale sempre Serena Oneda ha rinvenuto l'accesso di una grotta buia quanto misteriosa e forse connessa alle antiche leggende del luogo. Il Sercol stesso, come già reso noto, è caratterizzato da croci di cristianizzazione tutt'attorno il suo perimetro, come in funzione di contenimento dell'influenza nefasta dei demoni pagani che vi risiedevano.
Forse il Diaol o Mostasù rappresentava un tempo un “genius loci”, una divinità locale, protettrice delle foreste e della natura, che con l'avvento del cristianesimo è stata degradata al rango ostile e negativo di “diavolo”, come già accaduto in tante occasioni?
Una domanda a cui è difficile se non impossibile rispondere. La risposta è ancora custodita nel fitto del bosco.


Serena Oneda

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(c) articolo di Armando Bellelli - armando.bellelli@gmail.com


 



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