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Luogo: Milano

Questo luogo appartiene al gruppo:
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Regione:
Lombardia


STORIE DI DRAGHI MILANESI

Questo articolo è diviso nei seguenti capitoli:
Chi erano i draghi?
Uberto e il drago
Le imprese di Ottone Visconti
Azzone e la vipera
La biscia che inghiotte il saraceno
Tarantasio e il lago Gerundo
Il serpente di Mosè
I draghi delle fontanelle

Chi erano i draghi?

Tra gli animali fantastici che hanno segnato l’immaginario collettivo di ogni paese e di ogni epoca, il drago riveste senza dubbio un ruolo di primissima importanza.
Nella cultura occidentale in particolare, soprattutto dal Medio Evo in poi, è stato generalmente considerato in termini del tutto negativi, come simbolo del male da sconfiggere senza mezzi termini.

Ma al di là delle molteplici valenze simboliche, che si tratti di rettili volanti e sputafuoco, di grandiosi serpenti o altro ancora, è curioso come questo mitico animale abbia lasciato tracce importanti nella città di Milano, al punto da averlo adottato per lungo tempo come simbolo cittadino.
Se ne possono rinvenire ancora oggi diverse rappresentazioni nelle vie e nei monumenti della città, per cui è interessante provare a ricostruire questo legame da un punto di vista storico e segnalare i luoghi di maggiore interesse in cui si può trovare.

Uberto e il drago
Le prime storie “ufficiali” riguardanti i draghi meneghini risalgono al XIV secolo, grazie agli scritti di Galvano Fiamma (1283-1344), un monaco domenicano della basilica di Sant’Eustorgio, che, per celebrare la casata dei Visconti, di cui i domenicani erano sostenitori, raccontò le avventure del loro capostipite, Uberto.
Tra le varie imprese da lui realizzate, una delle più famose fu quella relativa all’uccisione di un enorme drago: questi risiedeva fuori dalle mura cittadine, nell’area su cui sarebbe poi sorta San Dionigi (una delle quattro basiliche ambrosiane poi abbattute per creare i Giardini Pubblici di Porta Venezia) ed era apparentemente pacifico, se non fosse per il suo alito pestifero con il quale ammorbava l’aria e uccideva gli sventurati che passavano vicino alla grotta dove viveva.

Ciò che avvenne, ce lo racconta il Fiamma:

“In questi tempi poco dopo la morte di Teodosio, & del nostro Padre Santo Ambrogio, nella parte della Città, dove è la Chiesa hora di San Dionigi, nacque un pestifero morbo, onde ne morirono quivi assai centenaia di persone; ne sapendosi d’onde fosse cagionato questo accidente, in quella parte sola della Città, essendo in tutte l’altre parte sanissima; fu scoperto un gran Dragone, che usciva à certe hore dalle cave, & col pestifero, & mortifero fiato suo ammorbava l’aria; alqual non trovandosi remedio speditivo, come in tal instante caso faceva bisogno, Uberto uno de’ primi nobili della Città di casa d’Angiera, allhora Luogotenente del detto Conte d’Italia, mosso dal suo naturale valore, & dalla Pietà della patria, si espose al pericolo della vita per liberare la patria. Andò adunque il coragioso Uberto contro il mortifero Drago armato non tanto di ferro, quanto di fortezza d’animo, di destrezza, & d’ingegno, et al fine felicemente l’ucise, et liberò la sua patria con gloria eterna di lui. Da questo Uberto ha havuto origine casa Visconte ...”

Come dunque il drago venne sconfitto e dove fu abbandonata la sua carcassa, lo scrittore non lo dice. Questa versione fu in ogni caso ripresa da altri due autori, il gesuita Paolo Morigia, nel suo “Historia dell’antichità di Milano” (1592) e ancora nel 1714 dal canonico di san Nazaro Carlo Torre, nel suo monumentale “Ritratto di Milano”.  In particolare il Torre raccontò che, in occasione degli scavi per il Mausoleo Trivulzio, presso la basilica di San Nazaro, fu trovato “il carcame d’un orribile e mostruoso drago”: che però si trattasse dello stesso ucciso da Uberto, o di un altro ancora, non lo scrive. E’ però possibile ipotizzare, in mezzo a tutte queste leggende, un fondo di verità, poiché la basilica fu eretta sui resti di un’antica arena romana, per cui ben potrebbe essere che quelli rinvenuti fossero davvero i resti di qualche sfortunato animale (un elefante?) ucciso durante i combattimenti venatori.

Le imprese di Ottone Visconti
Né le vicende di Uberto sono le uniche che vedono un membro dei Visconti alle prese con un qualche pericoloso rettile, da cui avrebbe preso origine lo stesso stemma di famiglia (“La vipera che il milanese accampa” come l’avrebbe definita Dante  nel Canto VIII del Purgatorio).

Sempre Galvano Fiamma racconta infatti anche le gesta di Ottone Visconti che, in occasione della prima crociata (1096-1097) sconfisse in duello un temibile avversario saraceno, un certo Volux,  o Voluce, il quale aveva come propria insegna un’enorme vipera che ingoiava un bambino. Una volta battuto, Ottone gliela strappò’, la portò a Milano come trofeo di guerra, e la elesse a simbolo della propria casata.

Azzone e la vipera
Un’altra versione, per certi versi più recenti, riguarda invece Azzone Visconti (1302-1339) che, durante una campagna militare contro Firenze, si accampò nei dintorni di Pisa e si mise a riposare all’ombra di un albero, una volta posato il pesante elmo. Questo fu però scelto da una vipera come proprio rifugio:  quando il cavaliere, risvegliatosi, fece per indossarlo,  il rettile anziché morderlo, cercò di uscire dalla fessura per gli occhi; Azzone interpretò il fatto come benaugurante, per cui si levò l’elmo e lasciò andare la pericolosa bestia.
Anche questo episodio, che peraltro ne riprende uno risalente al re dei longobardi Desiderio (di cui i Visconti vantavano una discendenza) non ha però molti riscontri con la realtà.


La biscia che inghiotte il saraceno
Una maggiore credibilità si può attribuire invece a Bonvesin de la Riva (1240-1315), un altro autore milanese meno incline del Fiamma ai racconti fantastici e celebrativi. Nel suo “De magnalibus Mediolani” descrive in modo molto pragmatico gli utilizzi dei simboli e dei vessilli comunali. In particolare, a proposito del biscione, così si esprime:
"Viene offerto dal comune di Milano a uno della nobilissima stirpe dei Visconti che ne sembri il più degno un vessillo con una biscia dipinta in azzurro che inghiotte un saraceno rosso: e questo vessillo si porta innanzi ad ogni altro: e il nostro esercito non si accampa mai se prima non vede sventolare da un'antenna l'insegna della biscia. Questo privilegio si dice concesso a quella famiglia in considerazione delle vittoriose imprese compiute in Oriente contro i saracini da un Ottone Visconti valorosissimo uomo".

In parole povere, e al netto di episodi leggendari, il vessillo non sarebbe altro che un simbolo cristiano –il serpente- mentre divora un saraceno, e  fu donato dalla citta ad  un rappresentante dei Visconti (chi, con esattezza, non è specificato) come segno di benemerenza a seguito delle imprese di Ottone in Terra Santa.

Tarantasio e il lago Gerundo
Il biscione, che fu in seguito adottato anche dagli Sforza, non è nemmeno l’unico esemplare di rettile in cui ci si può imbattere camminando per Milano: un altro celebre può essere rinvenuto addirittura in un bassorilievo  sul portale del Duomo, oltre che nella chiesa di San Marco, effigiato su una bifora della facciata e in un affresco- purtroppo non visitabile- della annessa canonica.
Si tratta in questo caso di Tarantasio, un vero e proprio “Nessie” ante litteram che avrebbe occupato per diverso tempo le acque del lago Gerundo, divorando naturalmente i malcapitati che avevano l’avventura di trovarsi da quelle parti.
La storia del Gerundo in realtà non è strettamente milanese, ma riguarda una gran fetta di territorio lombardo, che comprenderebbe la parte meridionale della provincia bergamasca, quella settentrionale di Cremona, con tutto il cremasco e il lodigiano, per arrivare a lambire il capoluogo regionale.
Benchè l’effettiva esistenza di questo lago sia ancora oggi dibattuta, stando ad alcune testimonianze storiche (le più antiche risalgono addirittura alle opere di Plinio il Vecchio)  l’enorme bacino era solito crearsi in seguito ai disordini alluvionali di alcuni fiumi della zona, per cui aveva confini abbastanza mutevoli.
Una indicazione importante in tal senso viene data, in epoca longobarda, dallo storico Paolo Diacono (720-799):
“Causa l'incessante e torrenziale pioggia, l'irruenza dei fiumi Adda, Serio e Oglio, straripando sulla pianura in massa enorme e incontrollabile, creano il grande lago».
Mentre nel 1100 il monaco Sabbio, nelle sue memorie sulla città di Lodi, scrisse che alla sua epoca il lago esisteva ancora e che egli stesso vide sulla penisola del monte Eghezzone delle colonne con anelli per l’attracco delle barche che lo navigavano.

A conferma di questa testimonianza, diversi frammenti di colonne o torri erette per questo scopo sarebbero rinvenibili ancora oggi in alcuni paesi: ad Arzago e Casirate d’Adda (BG), a Pandino (CR), fino a Truccazzano (MI) dove quel che resta dell’antica torre lacustre è addirittura inglobata in un ristorante!
L’enorme bacino sembrerebbe essere scomparso definitivamente per effetto delle opere di bonifica compiute dai monaci nel Medio Evo, ma quando con esattezza non è dato sapere.
Quel che è certo è che un’area così non poteva che dare spazio alla fantasia popolare circa l’esistenza di un terribile drago, chiamato dagli stessi abitanti Tarantasio. Ovviamente, un animale del genere non poteva che essere pericoloso: si riteneva infatti che divorasse i bambini, i barcaioli, oppure che uccidesse con il suo alito pestifero, ammorbando l’aria della zona.
La credenza in questo essere era così diffusa che gli abitanti di Calvenzano (BG) eressero a difesa del paese mura alte tre metri, e la via principale era chiamata “via della biscia”.
In realtà a seconda dei luoghi le stesse forme dell’animale variavano, per cui si credeva che fosse, oltre che drago, un serpente d’acqua, un leone marino, un mostro alato o un cane gigantesco.
Così come variava l’identità dell’eroe che lo avrebbe sconfitto: si passava dai santi Cristoforo e Colombano  al vescovo di Lodi, Bernardo de Talente, fino ad arrivare nientemeno che a Federico Barbarossa, il quale in realtà con i lombardi ebbe un rapporto non certo amichevole…
E’ curioso però che a distanza di secoli il nome di Tarantasio, benchè pochi lo sappiano, sia rimasto ancora vivo, al punto da essere dato al cane a sei zampe simbolo dell’ENI, visto che il primo giacimento di metano venne scoperto nel 1944 a Caviaga, frazione di Cavenago d'Adda, nel Lodigiano, in piena zona Gerundo.
Non solo: nelle parrocchie di alcuni paesi, come a Pizzighettone (CR) o a Paladina (BG) sono ancora oggi visibili delle costole gigantesche, che la credenza popolare attribuisce al celebre drago, benchè molto più probabilmente si dovrebbe trattare dei resti fossili di  animali preistorici vissuti millenni prima.

Il serpente di Mosè
Ritornando in città, nella basilica di Sant’ Ambrogio si può trovare, su  una colonna alla sinistra della navata centrale, un altro importante rettile milanese.
Si tratta in questo caso di un serpente di bronzo che era stato donato dalla principessa Stefania di Costantinopoli all’arcivescovo Arnolfo II, in occasione delle nozze con l’imperatore Ottone III. Quest’ultimo lo aveva infatti inviato a Bisanzio per portare dei doni alla principessa, la quale ricambiò con altrettante regalie, tra cui la preziosa statua.
Né d’altra parte, si poteva parlare  di una semplice scultura: questi infatti non era nientemeno che il Nehustan, ovvero  il serpente forgiato per volere divino da Mosè durante la traversata del deserto, per proteggere il suo popolo dal morso dei pericolosi rettili.
Benchè le nozze tra Stefania e Ottone non si poterono celebrare, a causa della morte improvvisa di quest’ultimo, l’animale di bronzo rimase in città e fu posto in bella vista nella chiesa di Sant’Ambrogio. Date le sue origini, la credenza popolare vuole che sia sufficiente guardarlo per prevenire o guarire dalle malattie e dai vermi dell’intestino, ma non solo: la sua collocazione sulla colonna è del tutto temporanea, in quanto si ritiene che con l’inizio dell’Apocalisse sia destinato a risvegliarsi e a tornare strisciando nel deserto da cui proviene.

I draghi delle fontanelle
Questa ideale passeggiata tra i rettili più o meno leggendari del capoluogo lombardo non può che concludersi vicino a qualcuna delle circa quattrocento fontanelle dell’acqua potabile sparse per la città, le cosiddette “vedovelle” in quanto lo scorrere incessante dell’acqua ricorda il pianto di una vedova. Alte un metro e mezzo e con una vasca alla base per permettere di far abbeverare anche i cani, sono assolutamente emblematiche della città proprio per la forma del rubinetto a testa di drago. Il progetto fu realizzato nel 1931 dall’architetto Luca Beltrami, lo stesso che si era occupato della riqualificazione del Castello Sforzesco, ispirandosi ad uno dei tanti doccioni o gargoilles che adornano le guglie del duomo.
La più antica e ancora oggi perfettamente funzionante  è in Piazza della Scala, incorniciata da una elegante greca in mosaico, ed ha la particolarità di essere totalmente in ottone dorato e non in ghisa verniciata di verde.

Sempre a Beltrami si deve un’altra fontana a forma di drago, benchè dalle dimensioni più considerevoli. E’ la cosiddetta “fontana mangia bagaj”   collocata in un cortile interno del già citato castello, dove si può vedere solo dall’alto, e rappresenta uno degli ultimi modi con il quale è stato declinato l’emblema prima visconteo e poi sforzesco a livello cittadino.

Non l’ultimo in assoluto, in quanto nel corso del Novecento una casa automobilistica, una squadra di calcio, una emittente televisiva (tutte milanesi) lo hanno adottato a proprio simbolo, rivisitandolo, e rinforzando così, anche in età contemporanea,  lo storico legame iconografico tra Milano e questo fantastico animale.


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