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PREISTORIA
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VALLECORSA (FR) - GROTTA DEL "CACCIATORE"
LA SCOPERTA DEGLI STAMBECCHI PREISTORICI



di Giancarlo Pavat - giancarlo.pavat@gmail.com

LA SCOPERTA DEGLI STAMBECCHI PREISTORICI DEL MONTE CALVO A VALLECORSA (FR)

"Pervenni all'entrata di una grande caverna, dinanzi alla quale restando alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, piegatomi ad arco e ferma la stanca mano sopra il ginocchio, colla destra feci tenebra alle abbassate e chiuse ciglia. Per vedere dentro vi discernessi alcuna cosa, questo vietatomi per la grande oscurità che là dentro era, e stato alquanto, subito si destarono in me due cose; paura e desiderio.
Paura per la minacciosa e buia spelonca, desiderio per vedere se là dentro fussi alcuna misteriosa cosa".
(Leonardo da Vinci)

C’era una volta, molto molto tempo fa, una montagna non molto alta affacciata ad una pianura che digradava verso un grande mare. Questa montagna, cosparsa di rocce e grotte, e coperta da una fitta vegetazione, era abitata da eleganti e superbe creature, con grandi corna lunate. Dominatrici incontrastate di vette, cenge, dirupi montani. Gli stambecchi.
Ogni tanto, altre creature, meno dotate per muoversi sui monti, salivano su quel rilievo e cercavano di cacciare quegli stupendi animali.
Poi qualcosa cominciò a mutare. La temperatura prese a salire, gli inverni si fecero più corti e le estati più lunghe.
Persino quel vasto mare che luccicava, laggiù, in lontananza, all’orizzonte, sembrò farsi giorno dopo giorno più vicino.
Cambiò la vegetazione, la fauna, i panorami, e di concerto le abitudini degli stambecchi. Si fecero sempre più rari, finché, il cacciatore, che da solo o assieme ai propri simili, era solito salire sul monte, un giorno non li vide più.
E lentamente si perse persino il ricordo della loro presenza su quelle montagne.
Per sempre ?


Una immagine storica. La prima foto scattata da G. Pavat
pochi minuti dopo la scoperta 17-07-03

Nella primavera del 2003, gli appartenenti all’associazione venatoria “E.P.S.” (Ente Produttori Selvaggina” del comune di Vallecorsa (FR) sui Monti Ausoni in Ciociaria, durante alcuni lavori di pulizia e ripristino di sentieri montani, notarono che da una fessura in una parete rocciosa, a pochi metri dalla più nota “Grotta del Calvo” (a circa 900 metri slm.) sull’omonima montagna (che supera di poco i mille metri di altitudine), usciva dell’aria.
Uno di loro, il vigile urbano Tonino Mirabella, allargata l’apertura, coraggiosamente si calò nell’oscurità in un pozzo profondo circa cinque metri. Ed una volta arrivato sul fondo, non poté trattenere un esclamazione di stupore e meraviglia. Un “nuovo mondo” gli si era palesato davanti.
Era entrato in un ambiente fortemente concrezionato, con stalattiti e stalagmiti dalle mirabili e bizzarre forme.
La scoperta della nuova grotta, battezzata “del Cacciatore”, divenne ben presto di dominio pubblico e durante la successiva tradizionale Festa della Montagna, venne ufficialmente consegnata all’Amministrazione Comunale, nella persona del sindaco dottor Tarcisio Tullio.
Così l’episodio veniva raccontato all’epoca dal periodico locale “L’Eco della valle”, in un articolo a firma di Denny Mirabella.
Il primo cittadino di Vallecorsa, sindaco Tarcisio Tullio, contestualmente e con molta soddisfazione ordinava con effetto immediato l’esecuzione di tutti gli interventi necessari a garantire l’incolumità pubblica mediante il posizionamento di idonea grata alla bocca della grotta”. Anche per “impedire danneggiamenti e saccheggi di sciagurati collezionisti di stalattiti”.


Cranio del 1 stambecco nella Grotta del Cacciatore
17-07-03 - Foto G. Pavat

La mossa successiva degli scopritori della cavità e degli amministratori vallecorsani fu quella di avvertire alcuni speleologi ed il direttore del Museo Preistorico di Pofi (FR), il professor Italo Biddittu.
Si tratta del paleontologo, docente universitario, celebre in tutto il mondo per aver scoperto nel 1994 di “Argil”, l’Uomo di Ceprano, il più antico ominide sinora rinvenuto in Europa.
Nel luglio dello stesso anno veniva organizzata, con il consenso della Soprintendenza ai Beni Archeologici del Lazio, una esplorazione di superficie della Grotta del Cacciatore e degli stretti cunicoli” recita la relazione compilata dallo stesso eminente studioso e poi inviata alla Soprintendenza a Roma.
A questa “spedizione”, che in realtà, a causa delle difficoltà oggettive di esplorazione della grotta, si svolse in diversi giorni, venni invitato a partecipare anch’io, assieme agli speleologi Augusto Carè, Marco Cardaci, Patrizio Ricciotti, Enrico Iuliano, lo stesso Tonino Mirabella, con il figlio Denny e mia moglie Sonia Palombo, tutti coordinati da Biddittu.


G. Pavat nella strettoia della Grotta del cacciatore
foto Augusto Carè

Una grotta inesplorata è il sogno di ogni speleologo, geologo ed archeologo. Un ambiente giunto intatto sino a noi dopo un sonno di secoli, di millenni se non di milioni di anni, è qualcosa di straordinario. E’ come trovarsi davanti ad una “Macchina del Tempo” giunta da un passato lontanissimo. Una “Terra Incognita”. Sulle antiche mappe, venivano riportate ampie macchie bianche in corrispondenza di aree inesplorate. Spesso spiccava la dicitura “Hic sunt leones”. Quasi ad ammonire, che inoltrandovisi si rischiava di brutto.
Un grande scrittore americano ha scritto che “Il più antico sentimento dell’Uomo è stata la paura, e la paura più grande è certamente quella dell’ignoto
Ma l’ignoto non suscita soltanto brividi di terrore. Pure curiosità, tanta curiosità. Desiderio di gettare lo sguardo aldilà di un passo montano, oltre quella catena di montagne che si profila all’orizzonte, andare a vedere che cosa c’è aldilà di quel fiume o di quel determinato bacino lacustre.
E’ la molla che, nel bene e nel male, ha fatto progredire l’Umanità. Varcare la soglia. Ecco perché entrare, strisciando a carponi, negli angusti cunicoli della “Grotta del Cacciatore”, consapevoli che, probabilmente, non vi era mai entrato alcun essere umano, non poteva non suscitare una tempesta di sentimenti ed emozioni. Sentirsi come l’astronauta che scese per la prima volta sulla Luna o come quello che un giorno calcherà Marte o qualche altro pianeta del Sistema Solare e forse oltre.


Lo speleologo A. Carè nell'ambiente principale
della Grotta del cacciatore - Foto G. Pavat

Quel pomeriggio di un luglio torrido come pochi, per una serie di circostanze, ci trovammo soltanto io ed i Tonino Mirabella, dentro la grotta, intenti a ripulire da detriti un angusto cunicolo che orizzontalmente, dall’ambiente ipoego principale, si insinuava nelle oscure profondità della montagna.
Ad un certo punto, dopo averlo allargato quanto bastava, cominciai ad infilarmi, e presi a procedere strisciando. Metro dopo metro, non solo avanzavo nell’ignoto, ma risalivo indietro nel tempo.
E lì dentro, qualcuno o qualcosa attendeva infatti da decine di migliaia di anni.
Si trattava della testimonianza silente di un essere vivente che in un lontano passato aveva calcato quelle montagne.
Lo stretto pertugio, sbucava, dopo alcuni metri, in un ambiente più largo, pur con la volta decisamente bassa. Di alzarsi, non dico in piedi ma nemmeno a gattoni, non se ne parlava nemmeno.
E là, incastrato tra i massi di una antichissima frana, riposava uno dei crani di stambecco fossile, meglio conservati mai ritrovati nell’Italia Centrale e Meridionale.
Superato il primo momento sconvolgente della scoperta (dopotutto, mentre si è immersi nel buio appena rischiarato dalle luci frontali del caschetto da speleologo, a molti metri sotto terra, trovarsi di colpo a faccia a faccia con una sagoma spettrale con due enormi corna, è cosa da far saltare le coronarie a chiunque), e la successiva concitazione, scattai alcune foto, e retrocedendo lentamente come un gambero ripercorsi il cunicolo, ritornando dove mi attendeva Mirabella, che nel frattempo avevo avvertito a voce di quanto avevo scoperto.
Poco dopo toccò a lui, penetrare nel pertugio e vedere l’incredibile sagoma.
Il reperto venne lasciato al suo posto. All’uscita dalla grotta le reazioni furono tra le più disparate. Qualcuno mise persino in dubbio la natura di ciò che si trovava là sotto. Venne persino espressa l’opinione che si trattasse di una banale capra. Ma non era una capra.


Il prof Biddittu nella grotta del cacciatore

Quegli animali li avevo visti in carne e corna sulle Dolomiti. Ed ero perfettamente in grado di riconoscerne il cranio. Nonostante le condizioni difficili in cui mi ero trovato a muovermi nel cunicolo.
In ogni caso i rimanenti dubbi vennero fugati definitivamente qualche giorno dopo, quando si diede il via alle operazioni di recupero del reperto, sempre guidate dal professor Biddittu.
E chi si ebbe un'altra sorpresa.
Augusto Carè, geologo, speleologo ed insegnante, mentre rimuoveva il primo cranio, proprio al disotto ne rinvenne un secondo. I due fossili si trovavano in una curiosa posizione incrociata, che diede la stura a molte affascinanti ipotesi. Ad oggi non ancor verificate.
Ecco le parole con cui venne informata la Soprintendenza:
Il rinvenimento più interessante è costituito da due crani di stambecco (Capra Ibex) inglobati tra blocchi di frana in fondo ad uno dei cunicoli.


Crani di stambecco esposti al Museo di Pofi

Circa un anno dopo, quando per la prima volta i due interessanti reperti vennero mostrati al pubblico, durante un convegno tenutosi proprio a Vallecorsa, il professor Tagliacozzo del Museo Pigorini di Roma, basandosi sulla grandezza dei crani formulò l’ipotesi che potessero risalire ad un periodo compreso tra i 10.000 anni fa, durante le ultime fasi climatiche fredde nel Basso Lazio, prima cambiamento climatico in senso temperato che ha portò alla scomparsa di questi animali dall’Italia Centrale, ed i 40.000 anni.
La notizia della scoperta dei due crani di stambecco preistorico, soprattutto alla luce della rarità di trovare reperti così ben intatti e delle vicende avventurose del loro ritrovamento, riscosse decisamente un certo interesse. Se ne occuparono sia i quotidiani che la stampa periodica locale. Chiesero notizie ed informazioni anche ricercatori aldifuori del Lazio, persino dall’Austria.


Stambecchi - foto Sergio Mattarella

Dopo l’incredibile scoperta di quell’estate, le ricerche nella “Grotta del Cacciatore” si sono fermate.
L’ingresso dell’ipogeo è ancora interdetto al pubblico; sia per garantirne la sicurezza, che per preservare ulteriori meraviglie eventualmente ancora celate nei suoi profondi recessi.
Tante sono le domande rimaste senza risposta. Molti i misteri che attendono di essere svelati.
Come fecero i due grandi animali ad entrare nella cavità. Non certamente utilizzando la galleria percorsa dal sottoscritto. Forse dall’alto? Dalla sovrastante “Grotta del Calvo”, attraverso un pozzo poi occluso dalla frana notata all’interno? E perché si trovavano in quella particolare posizione? Uno incrociato sopra l’altro.
E’ ipotizzabile l’intervento di qualche nostro progenitore? E se si fosse trattato di superbi trofei di caccia, posti sull’ultima dimora di un grande capo cacciatore o di altro eminente esponente di una comunità?
In un’altra caverna, quella delle “Arene candide” a Finale Ligure, sono state portate alla luce numerose sepolture di oltre 20.000 anni fa. Si tratta di Uomini Sapiens, morfologicamente simili a noi. Come quelli, forse, che cacciavano sul Monte Calvo e sulla catena degli Ausoni. Ebbene, uno di questi individui, un giovane, è stato seppellito assieme ad alcune pale di corna d’alce. Evidentemente a rimarcare la sua posizione preminente, tanto che la tomba è stata chiamata “del giovane principe”.
E’ davvero così peregrino soltanto congetturare che qualcosa di simile si possa essere verificato anche sul Monte Calvo?
Siamo ormai nel campo delle mere supposizioni ed è giusto fermarci qui.
Resta il fatto che in quell’estate del 2003, il velo del mistero venne parzialmente squarciato. Una finestra sul remoto passato dell’Umanità si è aperta. Ma quante altre attendono di essere socchiuse o spalancate?

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INFO UTILI
Chi volesse ammirare i due crani di stambecco può recarsi presso il Museo Preistorico “Pietro Fedele” di Pofi (FR), sempre in Ciociaria.
Dalla primavera del 2007 sono infatti esposti in una teca allestita dallo stesso professor Italo Biddittu.

Il Museo Presitorico “Pietro Fedele”, che vanta una notevole collezione di reperti, è aperto tutto l’anno il martedì, sabato e domenica dalle ore 09.30 alle 13.00. Mentre può essere visitato ogni giorno, ma previa prenotazione, per scuole, gruppi ed anche singoli appassionati e curiosi, chiamando al 0775380380.
Facilmente raggiungibile o percorrendo la SS “Casilina” oppure uscendo ai caselli di Frosinone o di Ceprano della ‘Autostrada A1.

(c) articolo e fotografie Giancarlo Pavat - giancarlo.pavat@gmail.com autore di:


Valcento
“NEL SEGNO DI VALCENTO. Viaggio nel Lazio meridionale
attraverso le simbologie Templari e degli Ordini monastico
-cavallereschi" di Giancarlo PAVAT, Edizioni Belvedere.


 



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