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ROMA - CHIESA DELL'ORAZIONE E DELLA MORTE
L'ASSISTENZA AL TRAPASSO DEI MORENTI
E I LIBRI DEI MORTI CRISTIANI E TIBETANI



articolo e fotografie di Pettini Antonio & Risolo Margherita
tonipettini@gmail.com

I capitoli di questa scheda sono:
Il Libro Tibetano dei morti
Il momento più importante: il trapasso
Il post-mortem pre-cristiano
L'assistente del morente
L'origine della morte
L'Arciconfraternita dell'Orazione e della Morte

La Chiesa dell’Orazione e della Morte è posta presso una delle vie più belle di Roma (Via Giulia) può essere presa come spunto per sviluppare alcune considerazioni riguardanti la nozione di post-mortem nel mondo cristiano e le sue implicazioni escatologiche. Diciamo subito che il testo qui proposto non vuole né può essere esauriente. Per motivi di spazio e di tempo abbiamo dovuto lasciare fuori dalla nostra analisi sia le credenze sull’aldilà pagano che quelle della chiesa riformata, nonché l’affermarsi –sopratutto durante la rinascenza- dell’idea di purgatorio. Inoltre, sempre per i motivi di cui sopra, non è stato possibile analizzare gli indizii pseudo-esoterici presenti diffusamente nella chiesa e nelle decorazioni. In ogni caso che diremo si può estendere tranquillamente alle altre varie chiese che presentano caratteristiche affini con quelle presa or ora in esame. Soprattutto quelle rinascimentali.

Dal tardo medioevo alla rinascenza, con il venir meno del senso del sacro e lo svilupparsi della superstizione razionale e illuministica alcuni modelli religiosi si sono degradati coinvolgendo in tale declino oltre agli aspetti più specificatamente religiosi/liturgici anche le credenze sull’oltretomba. Dal tardo medioevo al rinascimento infatti inizia a delinearsi una nuova concezione della oltretomba che già configura quella che potremo definire come la superstizione moderna nei confronti della morte. La morte continua a rimane per tutti un dramma sempre presente e spaventoso, ma al contempo assume un carattere sempre più profano, materiale e perde quel significato di evento soprannaturale… Ma soprattutto è sempre più viva la credenza che tale passaggio ad un’altra esistenza -sia essa paradisiaca o infernale - avvenga in modo pressoché automatico, mentre viene meno l’idea di un destino post-mortem strettamente collegato a come l'uomo saprà morire. Tale progressiva desacralizzazione della morte (ma, diciamo, della esistenza in generale) porta di conseguenza a un mutamento del simbolismo associato ad essa. Simbolismo che si collega a sua volta anche alle rappresentazioni della morte, dell’oltretomba, ecc.


Cimitero

E’ infatti in questo periodo che assistiamo ad un trasformazione nell’iconografia della morte: abbiamo così una tendenza alla rappresentazione del macabro, corpi e volti sfigurati dal dolore, rivoli di sangue, teschi e scheletri vari, ecc. che nel primo medioevo e precedentemente erano quasi completamente assenti.
Mentre “…La vita della cristianità medioevale è, in tutte le sue manifestazioni, compenetrata e satura di idee religiose. Non vi è cosa, non vi è azione, che non sia continuamente messa in rapporto con Cristo e con la fede. Tutto è orientato verso una concezione religiosa di tutte le cose e vi è un’ immenso spiegamento di schietta fede.(…) Tutta la vita era tanto impregnata di religione .(J.H.Huizinga “L’autunno del medioevo)” con lo scorrere del tempo assistiamo ad una desacralizzazione dell’esistenza sempre più spinta che coinvolge anche le credenze sull’oltretomba e il culto dei morti. In tutte le civiltà passate il culto dei morti e l’esistenza di una vita nell’aldilà sono concetti strettamente intrecciati e spesso si pensava che determinate pratiche (religiose o magiche) permettessero a coloro che rimanevano su questa terra (e al morente stesso) di interferire sul destino dei propri cari deceduti facilitandone sia il passaggio che il destino finale. Il “viaggio dell’anima” è un viaggio complesso che va preparato con cura meticolosa durante tutta la vita.

Il Libro Tibetano dei morti

Vorremo però iniziare ad affrontare l’argomento in questione partendo non da una base occidentale e cristiana ma bensì rivolgendo lo sguardo a quello che a nostro modesto parere è il miglior trattato esistente sulla morte e il destino dell’anima nell’oltretomba: il bardo thodol (detto anche libro tibetano dei morti). Secondo quanto riportato nel bardo thodol dopo la morte lo spirito del defunto ha a disposizione delle opportunità che possono essere decisive, se colte nel modo e momento giusto, di determinare il suo destino nell’aldilà; non si svolgerebbe quindi una vicenda fatale e ineluttabile, uguale per tutti, cambiando solo la destinazione finale dell’anima (paradiso o inferno) ma bensì vi sarebbero delle occasioni per lo spirito del defunto di intervenire e realizzare da subito la liberazione dal ciclo nascita-morte.


Facciata della chiesa (stampa antica e dal vivo)

Il bardo thodol illustra al suo interno varie possibilità che si palesano al defunto di ottenere la liberazione del condizionamento del ciclo nascita e morte. A ciò però è necessario aver già maturato, in vita, alcune qualità. Possiamo distinguere tre livelli di preparazione del defunto: un primo livello è rappresentato da tutti coloro che grazie al lavoro compiuto in vita ottengono tale liberazione già durante l’esistenza terrena; un altro livello è costituito da coloro che pur non riuscendo a liberarsi durante la vita possono ottenerla al momento della morte corporea a seguito della preparazione svolta durante la vita terrena; infine il terzo livello è rappresentato da coloro a cui serve necessariamente l’aiuto-ascolto dei passi contenuti nel libro che vanno enunciati durante la fase di passaggio. A questo stadio al defunto non rimane altra possibilità che quella di ascoltare le istruzioni impartite da un maestro spirituale ovvero una persona cara direttamente al suo capezzale nei momenti prossimi al suo trapasso e immediatamente successivi. E’ ovvio che il bardo thodol si riferisca principalmente a questo livello.

Per riuscire in questa liberazione è fondamentale riuscire a mantenere ferma la propria coscienza durante la fase di passaggio dalla vita alla morte. Se durante la vita non ci si è esercitati a tanto allora, altra possibilità, è possibile conseguire la liberazione tramite l’immedesimazione con la divinità a cui si è stati intensamente devoti in vita; ultima possibilità è rappresentata nell’aver fede nella vita oltre la morte abbandonando ogni forma di attaccamento alla stessa, e vincendo ogni forma paura e panico.

La cosa da tener a mente è che qualunque fenomeno avvenga durante il processo della morte è, in ultima analisi, illusorio.

Il momento più importante: il trapasso

Quello che lo spirito percepisce al momento della morte (visione di luce, suoni, la sensazione d'essere fuori dal corpo), non sono altro che proiezioni mentali del suo ego materiale e in quanto tali, non devono essere assolutamente considerate come reali in sé, ma bensì riconosciute come illusioni ingannevoli. Lo spirito del defunto quindi non deve accettare tale immagini come reali, perché ogni apparizione tradisce la propria origine psichica. Sono, cioè proiezioni della mente del morente. Avendo presente tutto ciò al morente si presentano tutta una serie di manifestazioni di cui la prima è la più importante. Una luce accecante si palesa allo spirito del morto e la paura cresce a dismisura. Lo spirito deve vincere tale paura e immedesimarsi con tale luce. Solo in questo modo si libererà e non ricadrà nel ciclo delle rinascite. Ma se il coraggio viene meno e si fugge a tale luce allora si fallisce la prima e più importante prova. A questo punto al defunto vengono proposte altre immagini ma che a differenza di quella di prima presentano un carattere più antropomorfico: sono le immagini delle divinità in cui ha fortemente creduto in vita (Dio, Santi, ecc.) ma che –ricordiamolo- sono solo proiezioni mentali della sua psiche. Anche ora c’è la possibilità di immedesimarsi con tali immagini e anche qui vi è la possibilità del fallimento. Le persone che ha più amato, le idee e le aspirazioni che in vita ha fortemente coltivato sono altre illusioni che gli vengono proposte man mano che fallisce le prove precedenti e che devono essere identificate per quello che sono e interiorizzate dallo spirito del defunto. Fallite tutte le prove c’è il dissolvimento del principio cosciente e il ritornare dell’energia vitale in un altro corpo.

«Nessuna di queste divinità o esseri spirituali che ti appaiono ha un'esistenza più reale di quella degli esseri umani. È sufficiente che tu riconosca queste apparizioni come riflessi delle tue stesse forme-pensiero. Esse sono soltanto proiezioni dei contenuti della tua coscienza, visualizzate, per effetto del karma, come apparizioni nello stato intermedio: dei nulla illusori intessuti in forma di sogni».

Bardo Thötröl, il libro tibetano dei morti

Cosa però estremamente importante e da rimarcare è che questa possibilità di agire con successo nell’oltretomba non sarebbe offerta a tutti, ma solamente a chi, in vita, abbia già operato in questo senso e abbia già raggiunto almeno un certo grado di conoscenza. Tali operazioni presuppongono che nella vita l’essere abbia già raggiunto una certa capacità di concentrazione e di fissazione della mente, abbia notevole coraggio al fine di arrestare ogni reazione istintiva e di paura. Esercizi continui messi in atto durante l’esistenza facilitano al morente il raccoglimento della mente in un punto e quindi la capacità di mantenere una continuità di coscienza durante il trapasso e i cambiamenti di stato che si verificano subito dopo la morte del corpo fisico e il successivo venir meno del legame con il corpo.

Il post-mortem pre-cristiano

Lasciamo per ora il bardo thodol e ritorniamo in occidente dove il cristianesimo ha con il tempo imposto la sua dottrina escatologica e di conseguenza i sui riti e le sue liturgie particolari. A prima vista sembrerebbe che uno scenario simile al bardo thodol per quanto concerne il destino dei defunti non faccia parte della tradizione cristiana (almeno riferita in termini così chiari). Soprattutto sembrerebbe mancare completamente la possibilità offerta al defunto di determinare da solo (o mediante l’aiuto di una guida spirituale) il proprio destino post-mortem. In realtà qualcosa di simile possiamo rintracciarla in alcuni testi dove è adombrata una conoscenza esoterica dell’ oltretomba che tradisce un’origine sapienziale pre-cristiana. Tant’è che tra i vari testi di origine cristiana ve né uno che già dal nome rimanda a qualcosa di simile: l’Ars moriendi. In realtà anche altri testi, studi e elaborazioni, soprattutto successivi, trattano della morte e del destino dell’anima nell’oltretomba (p.es. quelli elaborati da Erasmo, Lutero, e il Borromeo) ma tali testi non sono per niente paragonabili con la fredda determinazione del bardo thodol e dopo averli letti di fatto se ne ricava una impressione di fatalità e di passività affatto assenti bardo thodol. Nel cristianesimo infatti il raggiungimento della beatitudine post-mortem viene realizzata conformando la propria esistenza al modello divino e che nel Cristianesimo è costituito dalla passione di Cristo e dalla vita dei Santi. La salvezza dell’anima sarebbe legata quindi alla sole opere di bene e sempre mediante l’intervento della grazia divina, oppure –nel mondo della Riforma- al solo ragionamento astratto e alla sola lettura delle Sacre Scritture.

"Ci si reputi già morto e ci si convinca di non poter essere salvato altrimenti che attraverso la Passione di Cr." Ars Moriendi. "...si immedesimi interamente nella Passione, questa ricordando e meditando continuamente: così infatti, e soprattutto nella fede, tutte le tentazioni del diavolo vengono superate." Ars Moriendi

"Disgiunta dal corpo (all’anima) non rimane altra consolazione se non quella che gli viene dalla propria coscienza, e cioè la consapevolezza delle buone opere compiute." (Sermoni S.Macario)

Venendo all’Ars Moriendi, secondo Huizinga sarebbe una ”… creazione del secolo XV, che, propagata come la Danza Macabra, dalla stampa e dalle incisioni in legno, ebbe un’influenza più vasta di qualunque idea religiosa precedente. Essa tratta delle tentazioni, cinque di numero, con le quali il diavolo insidia il moribondo: il dubbio sulla fede, la disperazione per i peccati, l’attaccamento ai beni terreni, la disperazione per le proprie sofferenze e finalmente l’orgoglio per le proprie virtù” (J.H.Huizinga “L’autunno del medioevo). L’Ars Moriendi pur non potendo intendersi come una pratica rituale ben definita e regolarizzata, che da sola può essere decisiva nell’affrontare l’oltretomba, può altresì essere considerata un’aiuto al defunto nel momento del passaggio estremo. Quindi è possibile scorgervi dei punti di contatto, delle convergenze, con il bardo thodol tibetano. Di fatto nell’Ars Moriendi sono presenti insegnamenti che fanno riferimento alla consapevolezza del defunto e alla capacità di mantenere una certa dose di lucidità durante le fasi che accompagnano il verificarsi della morte corporea, ma, come esplicato nel bardo thodol, il mantenimento di tale lucidità è compromesso dal grado di attaccamento ai vincoli del corpo che l’anima ancora conserva, e che per lui costituiscono le reminiscenze del peccato: “le anime dei peccatori non sosterranno lo splendore della vibrante luce di Dio, davanti alla quale si ricorderanno del loro errore (S. Ambrogio De Bone Mortis, 589 A).

E’ importante qui (come anche nel bardo thodol) che il defunto nel momento del trapasso faccia particolare attenzione affinché non tornino alla mente gli affetti, gli amici, i beni materiali, la moglie, i figli, le ricchezze, e le altre cose del mondo, in quanto lo “…chiede la la salvezza spirituale, giacché sarebbe estremamente periglioso se egli rimanesse distolto da quelle cose che riguardano lo spirito e la salvezza, alle quali bisogna rivolgersi con tutte le forze interiori ed esteriori." Ars Moriendi
Ma secondo S. Ambrogio sembrerebbe che l’anima mantenga dopo la morte un certo grado si autonomia operativa: “L’anima non è impedita in nulla dalla morte: infatti dopo il trapasso essa è maggiormente attiva, in quanto ad operare nel dominio che le è proprio, senza alcun legame con il corpo, il quale le è di maggior impedimento che utilità” (S.Ambrogio De Bone Mortis , 574 A). Tale operatività si colloca però al secondo/terzo livello se confrontato con i livelli operativi del bardo thodol.

L'assistente del morente

E’ da considerare adesso nell’Ars Moriendi anche il ruolo di chi assiste il morente e l’aspetto solenne della cerimonia. La presenza e il comportamento di chi assiste il morente vengono a ricoprire un ruolo non marginale, e ciò è sottolineato sia nell'Ars Moriendi che nel bardo. Risulta importante nell’Ars Moriendi la sobrietà e la preghiera dei parenti e degli astanti negli attimi finali della vita dell'infermo e durante le vegli funebri. E ciò si riscontra sovente anche nel bardo thodol. Inoltre “i liturgisti (…)prescrivono che il moribondo sia steso sul dorso e con la testa rivolta a levante(…). Il moribondo è tutto rapito da uno spettacolo che gli altri non sospettano neppure. Il cielo e l’inferno sono scesi nella camera, da una parte il Cristo, la Vergine e tutti i santi, dall’altra i demoni, che talvolta reggono il libro dei conti su cui sono registrate le buone e cattive azioni. (…)Il cielo e l’inferno assistono come testimoni alla lotta fra l’uomo e il male: il moribondo ha la possibilità, nell’istante della morte, di vincere o perdere tutto. (Philippe Aries Storia della morte in occidente). Anche qui anche se in un contesto più mistico ritroviamo le immagini e le illusioni che il defunto prova nei momenti successivi al trapasso, immagini che in lui generano terrore e panico ma a cui con l’aiuto delle preghiere e o dei consigli dei sacerdoti può fare proprie e risolverle a suo favore. Altra concordanza che colpisce è laddove l’Ars Moriendi istruisce il morituro ad accettare la «chiara luce» come la propria essenza, ed a non spaventarsi ma non descrive in termini precisi che cosa questa luce sia.

“…quando saranno inviati gli angeli a prendere l’anima, vuoi quella del giusto vuoi quella dell’ingiusto, questa sarà atterrita dalla stessa presenza degli angeli terribili e inclementi.(…)L’anima soffre inoltre a causa del suo legame con il corpo e si duole della separazione da questo, essendogli stato per lungo tempo compagno” (Sermoni S.Macario).

Da questi stralci presi dall’Ars Moriendi si deduce bene l’importanza dei presenti al capezzale del moribondo e anche la concordanza straordinaria con quanto riportato nel BD. Leggiamo infatti: "Se è in grado di parlare il morente si raccolga in preghiera(...) In seguito pronunci tre volte questo verso <<Signore hai spezzato i miei vincoli, a te offrirò in sacrificio la mia lode>>.(...) Questo verso è infatti apportatore di tanta virtù che se verrà proferito negli ultimi istanti con vera confessione i peccati saranno rimessi all'uomo.(...) Se invece l'infermo non conosce o non riesce a dire a dire queste preghiere qualcuno tra gli astanti reciti ad alta voce dinnanzi a lui le preghiere o le storie devote che gli erano di diletto quando era ancora sano. L'infermo stesso preghi nel cuore e nel desiderio come sa e come può>>" Ars Moriendi

"E' anche bene richiedere che venga pronunciato un simbolo di fede ad alta voce presso il malato e ripeterlo più volte, affinchè l'infermo sia spronato alla costanza nella fede e i demoni che detestano sentirlo vengono cacciati." Ars Moriendi

Questa parziale concordanza tra la dottrina del post-mortem tibetana e quella cristiana può in parte essere compresa se si pensa a quale è il significato della morte per la religione cristiana. Ricordiamo innanzi tutto che per il cristiano la morte è figlia del peccato. “ Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato”(S.Paolo lettera ai romani)

L'origine della morte

“Dio il SIGNORE prese dunque l'uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse. Dio il SIGNORE ordinò all'uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai”. (Genesi 15-17). Interessante è l’interpretazione dei due passi citati effettuata da R. Guardini (Le cose ultime), interpretazione che apre nuove prospettive di comprensione. Secondo il Guardini infatti entrambi i passi citati ci dicono che “… secondo le intenzioni originarie del Creatore l’uomo non avrebbe dovuto morire (…). Volendo esprimere questo concetto con la massima precisione, possiamo dire che la morte dell’uomo non è parte integrante del suo essere, ma la conseguenza di un atto. Non ha carattere <<naturale>>, ma <<storico>>.” E, continua lo stesso Guardini: “Anche se l’uomo non avesse peccato, la sua vita sarebbe finita, in quanto apparteneva al tempo; ma questa fine non sarebbe stata la la morte che noi conosciamo.

Non sappiamo come si sarebbe configurata, poiché non è avvenuta. Possiamo solo dire che questa fine sarebbe al contempo un principio, un passaggio, una trasformazione”. Possiamo quindi affermare –almeno secondo il G.- che una possibilità di affermazione nell’oltretomba non era esclusa a priori al mondo cristiano. Ma che questa possibilità era riservata solo ed esclusivamente a coloro che in vita in un modo o nell’altro erano già avanti sulla via del misticismo. E questo ci porta a fare una ulteriore considerazione. Se l’interpretazione del Guardini è esatta ci chiediamo perché la chiesa cattolica ha occultato-dimenticato questi insegnamenti. Ora la risposta (una delle più probabili) a questo quesito ci viene dall’ Huizinga il quale afferma che sperimentare l’assoluto annientamento della propria individualità, realizzato dai mistici di ogni tempo non poteva essere approvato dalla chiesa in quanto “…il grande pericolo, a cui conduceva l’annientamento dell’Io, consisteva nell’illazione che fu trattata da mistici indiani quanto da alcuni cristiani, che l’anima perfettamente contemplante e amante non potesse più peccare(…). Innumerevoli poveri e ignoranti furono trascinati da simili dottrine a condurre una vita di estrema dissoluzione, come le sette dei Bega J.H.Huizinga “L’autunno del medioevordi, i Fratelli del libero Spirito, i Turlupini ”().

L'Arciconfraternita dell'Orazione e della Morte

Venendo ora più specificatamente alla Chiesa dell’Orazione e della Morte e ricollegandosi a quanto sopra affermato in merito all’importanza degli astanti al capezzale del morente (e quindi sul pericolo di lasciarlo morire da solo), possiamo ben comprendere la storia e l’attivita’ dell’Arciconfraternita dell’ Orazione e Morte. Difatti, con la sua nota competenza in materia, A. Martini, mette in risalto la benemerita opera dell’ Arciconfraternita nella monografia “S. Maria dell’Orazione e Morte” della collana “Le Chiese di Roma Illustrate”, mentre il dott. H. Hager, lumeggia con acuta analisi l’opera di Ferdinando Fuga.

Come già detto:

"Colui che darà fedele assistenza all'infermo negli ultimi istanti lo inciterà alla costanza nella fede, alla pazienza, alla devozione, alla confidenza e alla perseveranza, facendogli animo durante l'agonia recitando devote preghiere" Ars Moriendi.

Scrive difatti A. Martini:
“Al tempo in cui sorse questa Confraternita, non esisteva ancora nessun servizio pubblico che provvedesse alla sepoltura dei cadaveri; il triste compito era assolto in genere dalle confraternite o dai familiari del defunto. Per coloro che non appartenevano ad alcun sodalizio, e per le famiglie a cui la miseria non permetteva il trasporto della salma, provvedeva la pubblica carità non organizzata; qualche volenteroso raccoglieva le offerte richieste ai passanti e, raggiunta una somma sufficiente, incaricava due facchini di portare il cadavere, steso su di una tavola, al cimitero per il seppellimento.
In campagna la situazione doveva essere ancora più grave, sia per la poca probabilità di raccogliere offerte che per le grandi distanze che dividevano il luogo del decesso dal cimitero. E’ per questo motivo che: “ nell’anno del Signore 1538 alcuni devoti cristiani, vedendo che molti poveri, li quali o per la loro povertà, o vero restavano senza sepoltura, e forse cibo di animali, mossi da zelo di carità e pietà istituirono in Roma una compagnia sotto il titolo della Morte, la quale per particolare istituto facesse quest’opera di misericordia”. (…)
Nel 1552 Giulio III approvò la Confraternita, le concesse numerose indulgenze e la obbligò a prendere il titolo dell’ ”Orazione”, in aggiunta a quello della “Morte”, perché oltre a seppellire i cadaveri, vi era l’uso di pregare per la loro anima e di esporre il Sacramento in forma di Quarantore ogni terza domenica del mese.
(…)

Il sogno dei confratelli di possedere una chiesa si cominciò a realizzare il 21 maggio 1572, quando acquistarono, nella zona di via Giulia, un terreno da Monsignor Ceci. Nel 1574 riunirono per la prima volta la Congregazione generale in una di queste case e nel 1575 iniziarono i lavori di costruzione della chiesa, consacrata il 25 marzo 1576. (…)
(…) Ora che a seppellire i defunti provvedono apposite istituzioni pubbliche, i confratelli, nella bella chiesa di via Giulia, limitano il loro compito a suffragarne l’anima.
L’Arciconfraternita, pur avendo il diritto di seppellire i morti di campagna nei cimiteri che incontrava lungo il cammino o nelle chiese vicino alle porte della città, possedeva un proprio cimitero sotto e dietro la chiesa, che arrivava fino alla sponda del Tevere. Per la costruzione dei muraglioni del fiume esso venne quasi completamente distrutto; ora ne resta solo un vasto ed alto ambiente decorato con ossa umane: sui teschi spesso c’è scritta a matita, la data e la causa del decesso dovuto per lo più ad annegamento o uccisione.
Questa macabra scenografia non è unica nel suo genere trovandosene altri esempi in Roma e fuori.

Originale merito del nostro sodalizio è invece, quello d’aver iniziato nella seconda metà del ‘700, le sacre rappresentazioni dell’Ottavario dei defunti (n.d.r. nella Chiesa cattolica l'ottavario è una serie di otto giorni dedicati a cerimonie e a preghiere prima o dopo una solennità religiosa). La prima ebbe luogo nel 1763, con una figurazione in diretta relazione con le pene del Purgatorio.
Nella seconda stanza del cimitero detta di “Terra Santa”, con allusione alla terra benedetta che conteneva ed in cui si inumavano le salme, veniva eretto un palco riccamente addobbato con drappi neri ornati di frange e trine d’oro, in alto al centro veniva posta una targa recante, per lo più, un motto biblico attinente al soggetto della scena.
La scelta dei soggetti da rappresentare mirava al duplice scopo di procurare nuove aggregazioni al sodalizio, mettendo in rilievo l’abnegazione ed i meriti dei confratelli, ed eccitare i fedeli alla preghiera di suffragio mostrando le sofferenze delle anime penanti tra le fiamme in attesa della liberazione dal Purgatorio.

Vediamo dunque come s’inserisce in questo contesto la figura di Ferdinando Fuga.

Il 7 settembre 1732, la Congregazione deliberò di procedere alla nuova costruzione secondo il progetto di Ferdinando Fuga. Quando in quell’occasione i suoi disegni per la nuova chiesa vennero presentati per la decisione essi incontrarono l’unanime ed entusiastico consenso dell’intera Confraternita.
Il dott. Hellmut Hager scrive in “S. Maria dell’Orazione e Morte”:
“(…) Il progetto originale del Fuga (…) tornò alla luce in un volume non catalogato, e rilegato insieme con incisioni delle rappresentazioni sacre allestite nel Cimitero (…). Il disegno che fu impegnativo per l’esecuzione non è firmato, ma la paternità del Fuga può essere ritenuta certa, poiché il Fuga stesso, che era membro della Confraternita, ci è, da documenti e da altre fonti, tramandato come l’architetto della chiesa. (…) Come compenso delle sue prestazioni(…), il Fuga chiese soltanto il diritto, trasmissibile agli eredi, della sepoltura gratuita “…avanti la porta per entrare nell’Oratorio”.
Come nella chiesa dei Cappuccini di S. Maria della Concezione, la cui analoga concezione è tuttora ben conservata, le decorazioni erano state fatte con ossami. Anche i monumenti sepolcrali e i catafalchi che si usava erigere per l’Ottavario dei morti erano formati da scheletri, ci sono stati tramandati in incisioni. (…) La tendenza del Fuga di cercare dei modelli nell’arte classica del XVII secolo apparirà forse con più immediata evidenza nella facciata (…)L’impianto della facciata di S. Maria dell’Orazione e Morte è concepito piuttosto secondo un semplice adeguamento dei rapporti di direzione verticali e orizzontali.

I teschi che, in luogo delle teste d’angelo, altrimenti usuali, si trovano nei frontoni delle finestre, e a cui danno ombra le lunette della volta, sono insieme con le clessidre sotto le modanature dell’attico, i soli simboli della caducità. Collocati con accorto ritegno, questi segni ammonitori non alterano l’atmosfera creata dall’architettura, che è di una quasi gioconda serenità ed avvolge la Confraternita dell’Orazione e Morte nella sede della sua attività religiosa. Ai suoi componenti i quali, col ricupero delle salme, si sono assunti una delle missioni di cristiana carità per le quali è più che mai necessaria l’abnegazione, viene per tal modo suggerito un atteggiamento verso la morte quale fu già assunto, con la più impressionante.


Stampe antiche

"Colui che darà fedele assistenza all'infermo negli ultimi istanti lo inciterà alla costanza nella fede, alla pazienza, alla devozione, alla confidenza e alla perseveranza, facendogli animo durante l'agonia recitando devote preghiere" Ars Moriendi

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