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ROMA
ELIOGABALO: MAGIE SESSUALI E RITI ORGIASTICI



articolo e fotografie di Pettini Antonio & Risolo Margherita
tonipettini@gmail.com

I capitoli di questa scheda sono:
Il misterioso culto di El Gabal
Un imperatore votato agli eccessi
Magie sessuali e orge rituali

Le motivazioni di Eliogabalo

Roma è stata guidata da molti re e imperatori: molti furono saggi e grandi condottieri;  imperatori come Augusto, Marc'Aurelio, Traiano, hanno contribuito a determinare  la grandezza di Roma imperiale. Ci furono però anche personaggi repellenti, (Nerone, Caligola, ecc.) famosi più per le loro stravaganze e i loro vizi che per le loro virtù. Uno di essi, nello specifico, segnò il livello più basso nella storia imperiale di Roma. Tant’è che alla sua morte -assai cruenta- fu addirittura cancellato qualsiasi riferimento alla sua persona (damnatio memoriae).


Settimio Severo

Eliogabalo (o Elagabalo), l’imperatore adolescente, il cui vero nome era Vario Avito Bassiano, nacque nella città consacrata al Sole di Emesa, l’odierna Hims, nella provincia di Syria Phoenice nel 203 d.c. Suo padre era Sesto Vario Marcello, siriano, fatto senatore dall'Imperatore Caracalla mentre la madre, Giulia Soemia, era nipote della moglie dell'Imperatore Settimio Severo. Il suo avo Bassiano, legato alla dinastia dei Severi in quanto suocero dell'imperatore Lucio Settimio Severo, fu come i suoi predecessori, contemporaneamente re e gran sacerdote del dio del sole di Emesa e come tale, era incaricato di custodire la sacra pietra -il Betilo-  rappresentante il dio solare El-Gabal.   Bassiano ebbe due figlie: Giulia Domna e Giulia Mesa che furono decisive nella vita di Eliogabalo


Imperatore Caracalla

Eliogabalo, re-sacerdote di un culto solare, cioè prettamente maschile, paradossalmente fu indirizzato e guidato nella sua ascesa al potere da tutte donne. Lui stesso si travestiva spesso da donna e si comportava da volgare meretrice sia in privato che in pubblico. Primeggiò nelle più assurde perversioni, e attuò più generi di pervertimenti, così da superare in ciò i suoi predecessori più viziosi. La sua figura, il suo abbigliamento destavano scandalo. Il suo aspetto giovanile e quasi femminile lo faceva paragonare speso a Dioniso fanciullo; il suo volto truccato, le collane e le morbide vesti lo facevano sembrare privo di virilità quasi un androgino.


Eliogabalo e una delle mogli

Le sue donne, soprattutto la madre Giulia Soemia e la nonna Giulia Mesa, non erano da meno concedendo spesso le proprie grazie a più tipi di uomini. Erano inoltre così prive di morale che per far acclamare imperatore il figlio non esitarono a far passare la figlia per adultera.


Giulia Mesa

Infatti, le due donne,  Giulia Soemia insieme alla di lei madre Giulia Mesa, non si fecero il minimo scrupolo a far credere a tutti che il ragazzo, non era il cugino di Caracalla, ma bensì il figlio illegittimo dell’ imperatore. E giacché la figura di Caracalla era ancora popolare fra i legionari l'esercito fu ben felice di scaricare Macrino (l'imperatore attualmente in carica) e di acclamare Eliogabalo come Imperatore di Roma.

Il misterioso culto di El Gabal

Appena salito al trono nel 218 d.c. , introdusse il culto del dio El-Gabal, il dio solare della città di Emesa in Siria, di cui era originario. Eliogabalo mutò il nome della divinità in quello di Deus Sol Invictuse diresse personalmente il culto del dio, la cui personificazione, era un Betilo nero conico.
Tra i suoi numerosi eccessi va sicuramente ricordato il corteo con il quale entrò a Roma da neo imperatore e che lasciò senza parole i romani. L'imperatore fanciullo (aveva solo 14 anni), conciato come una divinità era preceduto da una schiera di ragazzini effeminati e donne semi nude. Al corteo erano anche presenti i sacerdoti del dio Sole e vari funzionari dalle fattezze più bizzarre nonché la famosa Pietra Nera conica, il Betilo, l'oggetto più sacro del culto del dio El Gabal. Per poter contenere questa pietra (si pensa fosse un meteorite) fece costruire un grande tempio sul Palatino l'Eliogabalum che era probabilmente già un luogo di culto dedicato a Giove. “Dentro il tempio Elagabalo officiava, insieme alla madre e alla nonna, riti misteriosi che erano uno scandalo per la sensibilità romana. Risuonavano canti siriaci; si parlava di sacrifici di fanciulle e di altre cose, straordinarie per Roma, ma usuali in Siria.(…)L’imperatore in persona, in qualità di sacerdote, danzava intorno agli altari, accompagnato da cori di donne e cavalieri(…). Il sacerdote-imperatore unì il suo dio a parecchie consorti. Sottrasse  alla custodia delle Vestali il simulacro di Pallade Atena o Minerva e lo condusse nel tempio del Sole”(Altheim, “Deus Invictus”).


ara per culto solare

Eliogabalo alla fine toccò il fondo con le sue nefandezze esasperando sempre più il popolo romano. E per evitare una sollevazione militare e di popolo nonché salvare così la vita all'imperatore adolescente Giulia Mesa decise perciò di prepararne la successione e la scelta cadde su un altro suo nipote, anche lui ragazzino: Alessandro Severo, figlio di Giulia Mamea e Gessio Marciano.
Adducendo la motivazione che l' imperatore aveva bisogno di qualcuno che si occupasse di cose più terrene e per non distoglierlo dalla sua attività di sacerdote del dio Sole, convinse Eliogabalo ad adottare Alessandro  e quindi di designarlo come suo successore. Ma ciò non fu sufficiente e le truppe e il popolo, oramai esasperati delle sue gesta, passarono alle vie di fatto uccidendolo in modo atroce. La fine di Eliogabalo è descritta in questo modo nella Historia Augusta (17,17,1-6).«Fu assalito […] e ucciso in una latrina in cui aveva cercato di rifugiarsi. Fu poi trascinato per le vie.


Giulia Mamea

Per colmo di disonore, i soldati gettarono il cadavere in una fogna. Poiché il caso volle che la cloaca risultasse troppo stretta per ricevere il corpo, lo buttarono giù dal ponte Emilio nel Tevere, con un peso legato addosso perché non avesse a galleggiare, di modo che non potesse aver mai a ricevere sepoltura. Prima di essere precipitato nel Tevere, il suo cadavere fu anche trascinato attraverso il Circo. Per ordine del senato fu cancellato dalle iscrizioni il nome di Antonino, che egli aveva assunto pretestuosamente, volendo apparire figlio di Antonino Bassiano, e gli rimase quello di Vario Eliogabalo. Dopo la morte fu chiamato il "Tiberino", il "Trascinato" l'"Impuro" e in molti altri modi, ogniqualvolta capitava di dare un nome ai fatti della sua vita. E fu il solo tra tutti i principi ad essere trascinato, buttato in una cloaca, ed infine precipitato nel Tevere».


Eliogabalo

Oltre alle sue oscenità anche un'altra causa contribuì ad alienarsi il rispetto e devozione dei Romani. La morte di Eliogabalo trova infatti ulteriore giustificazione con il suo disprezzo delle consuetudini senatoriali: «Questo accadde per il generale odio di tutti, dal quale gli imperatori debbono guardarsi in maniera particolare, dato che chi non riesce a guadagnarsi l'amore del senato, del popolo e dei soldati, non merita neppure la sepoltura». Di fatto Eliogabalo disprezzò e ridicolizzò il senato sin dal suo arrivo a Roma, quando «diede ordine che sua madre fosse invitata a parteciparvi. […] Egli fu l'unico fra tutti gli imperatori sotto il cui regno una donna … entrò in senato», come si preoccupa di precisare Lampridio, aggiungendo che dopo Eliogabalo «la prima cosa che ci si preoccupò di stabilire fu che mai più una donna potesse entrare in senato, e che chi si fosse reso responsabile del verificarsi di un fatto del genere, fosse condannato a morte e la sua memoria maledetta».

Un imperatore votato agli eccessi

Non si potranno mai comprendere la vita e i comportamenti di Eliogabalo leggendo solo le avverse rappresentazioni della storiografia classica. Dietro le gesta scellerate che suscitarono le più vive proteste dei romani (confermate d’altronde anche da altre fonti: gli storici greci Dione Cassio  e Erodiano, entrambi vissuti tra II e III secolo d.C. e quindi anteriori a Lampridio) si celavano moventi religiosi o addirittura magici. Ma Roma guardava a ciò come un oltraggio al proprio credo religioso. Per la religiosità romana sicuramente tale re-sacerdote era decisamente fuori da ogni schema e sicuramente incompatibile con la romanità classica. Il comportamento e la sua condotta erano troppo licenziosi e degenerati per il popolo romano.


Foro romano

Dobbiamo dire che eccessi sessuali sono da sempre presenti in molti culti religiosi sin dai tempi più antichi. Nell’antichità classica, per fare alcuni esempi, elementi orgiastici erano presenti in diverse celebrazioni tipo i Saturnali, celebrati a Roma alla fine di dicembre, e i Lupercalia, in febbraio. In ogni caso la maggior parte dei più famosi culti misterici diffusi durante l’età ellenistica e la tarda antichità sono caratterizzati da forme di frenesia ed estasi collettiva – senza che ciò implicasse necessariamente comportamenti licenziosi. Spesso però tali culti denotavano una notevole componente erotica. Anche alcune sette gnostiche adombrano nei loro testi qualcosa di simile. Basti pensare p.es ai seguaci di Simon Mago i quali consideravano lui come il sommo Dio mentre la sua compagna  Elena -una ex-prostituta- era venerata come l'Ennoia (pensiero) generatrice di tutta une serie di angeli e arcangeli.


Macrino

Per Evola  “Uno dei casi più tipici lo si incontra nel quadro dei Misteri della Grande Dea, in pratiche erotiche intese appunto a evocarne il principio e a ravvivarne la presenza in un dato luogo e in una data comunità. Fra l’altro, tale fu il vero scopo della cosiddetta prostituzione sacra in uso nei templi di molte divinità femminili di tipo afroditico del ciclo mediterraneo: Ishtar, Mylitta, Anaitis, Afrodite, Innini, Athagatia. (…) Celebravano il mistero dell’amore carnale nel senso non di un rito formalistico e simbolico ma già di un rito magico operativo:  per alimentare la corrente di psichismo che faceva da corpo alla presenza della dea e, in pari tempo, per trasmettere a coloro che con esse si congiungevano, come in un sacramento efficace, l’influenza o virtù di questa dea. (J. Evola “Metafisica del Sesso”).


Julia Cornelia moglie di Eliogabalo

E in tempi più recenti sette e gruppi magici di varia estrazione  praticano ovvero hanno praticato tali esperienze parossistiche. Un esempio per tutti: L'O.T.O. Inoltre se esaminiamo i giudizi scandalosi su Eliogabalo dei suoi contemporanei e li confrontiamo con quanto viene ancora oggi detto di A. Crowley (definito anche la grande bestia, l’essere più perverso del secolo, ecc), A.O.Spare, oppure p. es. di Rasputin non possiamo non rimanere colpiti dalla similitudine degli aggettivi usati e dal disprezzo che circonda queste figure. Eppure gli eccessi di Eliogabalo analizzati da un punto di vista religioso presentano alcuni caratteri interessanti che possono ricondurre a pratiche di magia sessuale già presenti in vari tipi di culti assai diffusi sin dalla più remota antichità.

Magie sessuali e orge rituali

Secondo  Eliade “…di orge rituali ci sono testimonianze in moltissime popolazioni anche molto diverse fra loro. I loro scopi sono vari: generalmente, però, con le orge si cerca di sventare crisi cosmiche o sociali – siccità, epidemie, fenomeni meteorologici insoliti (come l’aurora australe) – oppure si vuol conferire un supporto magico-religioso (scatenando e accrescendo la potenza sessuale) a eventi propizi (matrimoni, nascite). Sia di fronte a una crisi minacciosa che a un evento felice, grazie a rapporti sessuali indiscriminati ed eccessivi la collettività si immerge nell’epoca favolosa delle origini.” (“Occultismo, stregoneria e mode culturali”, Mircea Eliade )
Altrove Eliade afferma “Gli eccessi rappresentano una parte precisa e salutare nell’economia del sacro. Spezzano le barriere tra uomo, società, natura  e dei; aiutano la circolazione della forza, della vita, da un livello all’altro, da una zona della realtà a tutte le altre.( “Trattato di storia delle religioni ” M. Eliade).
Sempre secondo Eliade l’orgia fa scorrere l’energia vitale e sacra soprattutto nei momenti di crisi oppure di abbondanza nella natura. Egli ha individuato lo stretto rapporto esistente tra le feste a carattere stagionale e la celebrazione di rituali orgiastici. “Occorre rianimare la Terra, eccitare il Cielo, affinché la ierogamia cosmica –la pioggia, il calore- si svolga nelle migliori condizioni, affinché i cereali crescano e portino frutti, le donne facciano figli, ecc..” .( “Trattato di storia delle religioni ” M. Eliade).


Quadriga solare

Possiamo quindi interpretare -per il momento- le orge rituali come residui di cerimonie agrarie connesse con i cicli della vegetazione, al fine di stimolare le forze riproduttive degli esseri umani, degli animali e della terra, che implichino in tal modo una sorta di rinascita. L’orgia esprime quindi il rinnovamento e la rigenerazione della vita. Difatti essa rende possibile –sempre secondo Eliade-  il riattualizzarsi della creazione, in quanto permette di ripristinare lo stato primordiale mitico che esisteva prima. Inoltre l’orgia è spesso connessa anche con il culto dei morti, come si può dedurre da abitudini persistenti in vari contesti folkloristici dove, dopo un funerale, potevano aver luogo banchetti e orge. Con tali manifestazioni si pensava di ottenere un potenziamento delle energie vitali all’interno di un gruppo in un particolare momento nel quale la presenza di un morto diffonde un potenziale psichicamente negativo sulla collettività.


Fauno

Questa veduta “antropologica” non è sufficiente però a spigare il carattere sacro di queste manifestazioni estreme. Infatti già l’ Evola avvertiva: “Vi è chi in esse ha voluto riconoscere sopravvivenze o continuazioni di antichi «riti stagionali» della fecondità. Si sa che le interpretazioni agrarie, stagionali e simili sono una specie di idea fissa dell’etnologia e di una certa storia delle religioni.”
Invero rituali orgiastici venivano praticati anche in altri contesti, e avevano poco a che fare con gli aspetti naturalistici della vegetazione  e quindi con i riti di rigenerazione e fecondità; infatti l’orgia rituale riveste una particolare importanza anche presso alcune comunità che ignorano la coltivazione e l’allevamento.
Per fare alcuni esempi possiamo citare casi in cui la componente naturalistica è completamente assente: p. es. le pratiche magiche afferenti alla cosiddetta via della mano sinistra, le pratiche rituali orientali tese al risveglio della Kundalini, ovvero i rituali tantra detti pancatattva che vuol dire «i cinque elementi». “Ci si riferisce a cinque sostanze da usare le quali sono state messe in relazione coi cinque «grandi elementi» in questa guisa: alla partecipazione della donna (maithuna) si fa riferimento all’etere; al vino o analoga bevanda inebriante (madya) l’aria; alla carne (mamsa) il fuoco; al pesce (matsya) l’acqua; infine a certe sostanze cereali (mudrâ) la terra. Poiché i nomi di tutte e cinque le sostanze cominciano con la lettera m, il rituale segreto tantrico è stato anche chiamato «delle cinque m» (pancamakâra) (J. Evola “Metafisica del Sesso”). 
Da quanto sopra riportato si vede che tali riti presumevano, oltre all’uso del sesso, anche l’impiego di altri elementi. Il tutto però veniva vissuto in un phatos sacrale privo di ogni forma di piacere effimero e sensuale. Sempre l’ Evola afferma che “…era già idea vèdica che l’unione sessuale può essere innalzata al livello di un connubio sacrale e di un atto religioso, e che in tali termini essa può avere perfino un potere spiritualmente propiziatore. Nelle Upanishad essa viene assimilata con un’azione sacrificale (la donna e il suo organo sessuale sono il fuoco in cui si sacrifica) e sono date formule per la ritualizzazione cosmica di un amplesso cosciente, non torbidamente lascivo, l’uomo unendosi alla donna come «Cielo» a «Terra».( J. Evola “Metafisica del Sesso”). 


Settimio Severo e Giulia Domna

Se esaminiamo bene lo scopo di ogni rituale, sia esso svolto da sacerdoti ad uso della comunità ovvero da singole persone a proprio uso personale, perveniamo alla conclusione che il fine ultimo di tali riti è l’adesione -permanente o meno- con quelle forze pure, impersonali, al momento simboleggiate dalla divinità. Questa unione con la divinità viene ottenuta determinando una rottura con il normale stato di coscienza e, tale rottura, può essere attuata anche mediante l’uso delle forze più elementari e pericolose dell’essere. Il senso ultimo di tutto ciò è quello di usare le stesse forze che, se lasciate agire liberamente e senza controllo, possono portare alla perdizione, alla follia, ma che se sottoposte al controllo della volontà possono altresì determinare quella rottura ontologica necessaria al contatto con la divinità.
Occorre, come vedremo poi, raggiungere una esaltazione psichica particolare, una specie di trance attiva già conosciuta per altro in varie tradizioni che vanno dall’estremo oriente all’occidente (misteri elusini e dionisiaci p.es.). Anche il Giordano Bruno nei suoi “eroici furori” ne accenna in parte. Nell’alchimia occidentale tale esaltazione psichica era abbinata alla cosiddetta via “secca” (di contro ad una via “umida”) e all’uso di quelle che venivano definite come “acque corrosive”. Secondo Evola Il principio fondamentale di queste acque “(…) è la trasformabilità del tossico in farmaco o <<nettare>>, è l’uso ai fini della liberazione delle stesse forze che hanno condotto o che possono condurre alla caduta e alla perdizione. Adoperare <<il veleno come antidoto al veleno>>, viene appunto detto”( J. Evola “Metafisica del Sesso”).
Queste sostanze, queste acque sono di estrema pericolosità in quanto “…disciolgono i corpi senza conservare gli spiriti; non lavano ma ardono.(...). Il veleno, il tossico, ha una altra azione invece: fulmina, uccide, con atto diretto. Stacca. Taglia. E' il morso della vipera.(...)Invece di disciogliere il corpo a mezzo del risveglio preliminare dell'anima, costringere l'anima al risveglio a mezzo di agenti speciali, che provocano subitanee reazioni sulla compagine più profonda delle forze del corpo, nel senso di salti bruschi e stadi abnormi di vibratilità e instabilità fluidica. (Gruppo di UR – “Introduzione all Magia”).

Analizziamo un attimo la situazione. Noi abbiamo coscienza di noi stessi in quanto ci identifichiamo con il nostro corpo e con i nostri pensieri. Ma se un qualcosa di esterno ci traesse via repentinamente dal nostro corpo, se qualcosa impedisse i nostri pensieri più logici, allora la nostra personalità, il nostro “io”, sarebbe come distrutto, annichilito…morto. E' questo l'effetto di queste acque corrosive: strappano via, corrodono tossicamente il legame tra spirito e corpo.
Sempre Evola afferma, assai lucidamente e riferendosi al tantrismo, (concetti questi che però possiamo tranquillamente estendere a tutti i riti che fanno uso di queste acque corrosive) che “… a chi pensasse che il tantrismo offra un comodo alibi spirituale per abbandonarsi ai propri istinti  e a i sensi, va ricordato che in tutte queste correnti si presuppone una preliminare iniziazione e consacrazione, l’inserimento in una determinata comunità o catena da cui trarre una forza protettiva, in ogni caso una ascesi sui generis, una energica disciplina di dominio di sé in chi vuol darsi alle pratiche di cui diremo”. ( J. Evola “Metafisica del Sesso”). 
Tutte gli scritti che, in modo più o meno velato, accennano a tali luciferine pratiche fanno continuamente riferimento alla preparazione necessaria per svolgere tali riti in modo sicuro e proficuo. P.es. il Crowley nel suo Magik fa precedere  alla parte rituale una lunga seri di insegnamenti tesi a preparare il corpo e mente a tali pratiche. Evola, Guenon, Kremmerz, Meyrink, per fare alcuni esempi, nei loro scritti, nelle loro disamine sull’argomento fanno continuamente attenzione a mettere in risalto l’importanza, ma anche la durezza, di tale preparazione. Evola afferma che “…una lunga, difficile disciplina di alimentazione del desiderio e, in pari tempo, di raffreddamento di esso, vi viene contemplata. In un primo tempo l’uomo deve servire la giovane donna (…). Solo dopo tutto questo periodo è ammesso l’amplesso. Dall’insieme di questa procedura abbastanza formalizzata la finalità è evidentemente duplice: alimentare, per un lato, un desiderio sottilizzato e esasperato nella vicinanza senza contatti della donna, quasi una quintessenza tecnicizzata dell’amore platonico; in secondo luogo, sviluppare il dominio di sé fino a quel grado, che nello stesso amplesso, nell’abbraccio della donna e nella immedesimazione dissolutiva con la sua sostanza fluidica, con il suo rajas, metterà in condizione di arrestare il seme e di deviare l’onda nel punto apicale della crisi erotica, dell’orgasmo. ”( J. Evola “Metafisica del Sesso”). 
L’approccio improvvisato, non correttamente predisposto o assistito a pratiche magiche di questo tipo può essere molto pericoloso. E in tal caso invece di ottenere un “risveglio”, un innalzamento ai vertici siderei della divinità, si può precipitare nel baratro delle allucinazione, della follia. Si può rimanere schiavi di quelle forze che si pensava presuntuosamente di controllare a proprio piacimento. Subentrano allora manie, dipendenze, comportamenti assurdi (e questo ci sembra proprio il caso di Eliogabalo). Già l’Evola avvisava sui pericoli di un approccio a queste pratiche in modo non prestabilito: “(…)gli incerti del risveglio della kundalini malamente operato possono essere la malattia, la follia o la morte, non occorre dire che un tale rischio è ugualmente presente nelle pratiche sessuali, o forse in esse è anche maggiore.(…) In particolare , il pericolo può essere quello di una completa intossicazione sessuale; avendo assorbito negli strati più profondi dell’essere  la forza femminile, avendo attivato l’energia elementare del sesso e del desiderio, se la trasmutazione, l’inversione di polarità,(…)la conseguenza può essere una intossicazione senza scampo del proprio essere.” ”( J. Evola “Metafisica del Sesso”).

Le motivazioni degli eccessi di Eliogabalo

Ritornando alla vita di Eliogabalo abbiamo ora elementi a sufficienza per cercare di interpretare le sue gesta efferate e oscene da un punto di vista magico-religioso. La stessa figura del re-sacerdote trova molti corrispettivi sia in tempi che luoghi diversi, e sembrerebbe assai frequente all'epoca dei primi re di Roma. Era costume assai diffuso infatti presso popolazioni di varia etnia e tempo che il re, considerato alla stregua di un Dio svolgesse sia le funzioni religiose sia i suoi doveri costituzionali (a Roma p.es. la stessa figura del pontefice massimo assolveva a queste due funzioni). Ma era anche usanza che questa figura venisse messa a morte dopo un certo periodo o per via del suo stato di salute, perché cagionevole e quindi non più in grado di svolgere i suoi compiti religiosi e civili, ovvero perché era scaduto il suo tempo. Si doveva uccidere il re affinché lo spirito divino incarnato in lui potesse essere trasmesso nella sua integrità al successore. E questa prassi sembrerebbe adattarsi perfettamente a Eliogabalo. La regola che il re conservasse la sua carica (sia religiosa che civica) sino a che uno più forte lo uccidesse, assicurava che le svolgimento delle sue  funzioni soprattutto sacre avvenisse nel migliore dei modi. Forse senza esserne più consapevoli, il senato e i militari romani, decidendo per la morte di Eliogabalo –perché non in grado di svolgere i suoi doveri essendo oramai vittima di quelle forze infere da lui scatenate e non più controllabili- non avevano fatto altro che riportare a nuova vita una tradizione frequentemente praticata nei tempi passati. Le tradizioni scandinave p.es., ci dicono i re svedesi regnavano solo per nove anni, scaduto il loro tempo e dovevano essere messi a morte, oppure dovevano trovare un sostituto che morisse in loro vece. Nella antica Grecia si stima che i re duravano in carica per un periodo di otto anni, dopo di ché era necessario un nuovo re o una nuova consacrazione. Per il Frazer il periodo di otto anni  di  incarico dei re spartani è spiegabile grazie a considerazione astronomiche: “Un ciclo di otto anni è il periodo più breve alla cui fine il sole e la luna segnano veramente insieme il tempo (…) accade solo una volta ogni otto anni che il plenilunio coincida con il giorno più lungo o più corto; (...)Nessuna meraviglia quindi se il re, come principale sacerdote dello stato o come Dio, debba essere soggetto alla deposizione o alla morte alla fine di un periodo astronomico.” (Frazer “Il Ramo D'Oro). 


Eliogabalo

Considerando l'epoca in cui Eliogabalo visse possiamo constatare che la religione romana si trovava oramai in una fase declinante essendo già meticciata con altri dei e culti provenienti dall'oriente (il cristianesimo, i culti di Mithra, Iside, Jehova, ecc.), e non presentava più quei caratteri di specificità e purezza che l'avevano caratterizzata per secoli. Il culto solare di Eliogabalo alla fin fine non era altro che uno dei quei numerosi culti orientali che verso la fine del paganesimo si diffusero in tutto l'Impero e che, saturando il popolo romano di ideologie e credenze straniere, minarono a poco a poco  l'intera struttura della civiltà antica. Da una religione priva di emotività tipica dei romani classici si passò a una religiosità più devozionale e intrisa si sentimentalismo tipica dei paesi medio-orientali. Nella “religione romana” dei primordi manca quasi del tutto la personificazione del divino, e il romano non concepiva la divinità come “pensiero filosofico o teologico”, né come semplice “fede”; la religiosità romana si configurava come azione. Per il Romano non il deus ma il numen erano il suo riferimento; numen inteso non come personificazione di una divinità ma bensì come potere, come potenzialità di azione. Essa non era vissuta come atto devozionale ma ebbe carattere sperimentale. Da cui una concezione del culto come essenziale, freddo, puro rito. Riti privi ogni afflatto sentimentale, privi di dogmi, preghiere e costruzioni mitologiche più o meno fantasiose. Fuori dal rito non vi era religione. Compiere esattamente il rito significa piegare gli “dei” ai propri voleri, fuori da ogni sentimentalismo o preghiera. E nel rito ebbe origine anche la grandezza di Roma. Ma questo atteggiamento freddo e sperimentale con il mischiarsi delle popolazioni, dei culti, venne meno e ciò portò, oltre alla degradazione dei costumi, delle tradizioni, all' allontanamento dai riti e al sorgere di un tipo di religiosità più sentimentale e meno virile. Ricordiamoci poi che Eliogabalo era originario dell' Asia, di una regione cioè dove solo qualche tempo prima nacque e si affermò la religione del Nazzareno (quanto cioè di più di lontano poteva esserci dalla mentalità Romana) e dove già da tempo esistevano culti –tipo quelli legati a Astarte- dove gli eccessi sessuali erano normalmente praticati. Probabilmente Eliogabalo in quanto sacerdote officiava i propri riti in modo formalmente corretto ma essendo privo della qualificazione necessaria rimase vittima di quelle forze che pensava di dominare. Come in ogni rito, anche qui nei rituali a sfondo afroditico,  la chiave e i cardini per una buona riuscita sono la purificazione e la dignificazione magica dell’operatore. L’una e l’altra sono due requisiti  che devono essere realizzati mediante l’inserimento in una catena iniziatica e  operando sulla propria persona l’astinenza più rigorosa, la castità, il silenzio, l’isolamento e con l’osservanza di tutte le prescrizioni inerenti la purezza spirituale e rituale; occorre raggiungere il distacco dai vincoli del corpo e della materia, così che, purificato dallo stordimento dei desideri, dell’immaginazione, cominci a risplendere il dio solare che è in noi. Calmo, svincolato da  necessità, libero da ogni timore, dominando la mente ed il cuore, arrestando tutti i moti dell’anima instabile e i desideri, solo allora si potrà riuscire ad svolgere il rito con le acque corrosive senza rischiare di essere travolto dal tormento della sensualità ormai scatenata e senza più controllo.
Il re-sacerdote adolescente sebbene esteriormente svolgesse tali pratiche, sia in privato che in pubblico, secondo la dovuta prassi, doveva sicuramente essere privo della qualificazione magica idonea, e ciò deve aver determinato i suoi eccessi, la sua follia, e la sua morte. Alla fine era oramai completamente in mano a quei demoni che presuntuosamente credeva di aver dominato e da un improbabile stato superiore dell’essere il poveretto fu precipitato nell’inferno di coloro che sono vittime e succubi delle forze più infere.  

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