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INTERVISTA A RICCARDO MAGNANI

A cura di Simone Leoni

Cosa pensereste se un giorno vi accorgeste che, con tutta probabilità, non tutto quello che ci viene insegnato sui sui banchi di scuola o leggiamo nei testi di storia e di storia dell'arte corrispondesse a verità? Come reagireste? E, soprattutto, indaghereste più approfonditamente per vederci più chiaro o voltereste lo sguardo altrove per non mettere in discussione tutto quello finora assimilato? Indipendentemente da quel che fareste voi, Riccardo Magnani ha deciso di approfondire. Eccome se lo ha fatto, arrivando ad approfondire la conoscenza di un personaggio che forse è il più famoso e studiato nella storia dell'uomo, un personaggio celebre non solo per le sue invenzioni e la sua spiccata genialità ma anche per la sua innata dote artistica. Le ricerche hanno condotto Magnani a rivisitare non solo la biografia e l'arte di Leonardo da Vinci, ma tutto il periodo storico e artistico dell'intero Rinascimento; per questo motivo, solo dopo innumerevoli pressioni il ricercatore lecchese ha deciso di mettere nero su bianco le risultanze dei suoi studi in un'opera che rischia di diventare una vera e propria stele di Rosetta nella ricostruzione di una delle epoche più affascinanti e misteriose della nostra storia, sia sotto un profilo storico-politico che artistico-esoterico. "Ceci n'est pas Leonardo", questo è il titolo dell'opera in parola, un libro auto prodotto dal dott. Magnani al quale mi lega una conoscenza che risale al lontano 2012, quando ebbi modo di intervistarlo una prima volta per la rivista Fenix, già allora in merito alle sue rivelazioni su Leonardo da Vinci ma anche in conseguenza della scoperta che egli fece della leggendaria cittadella del Paititi (conosciuta ai più col nome assegnatole dai conquistadores spagnoli, El Dorado). Tornare a leggere dalla sua penna nuove ed esaltanti teorie sulla figura di Leonardo Da Vinci e l'epoca rinascimentale, a cui tra l'altro il Paititi si lega in maniera molto profonda in un corto circuito inatteso quanto sorprendente, è stato per me un qualcosa di veramente fantastico, certamente inedito e sbalorditivo al tempo stesso. E' quindi con molto piacere che condivido con voi questa chiacchierata a cui lo storico lombardo si è prestato in occasione di una recente conferenza tenutasi a Roma e ripresa dalle telecamere di Byoblu, il canale di informazione libera creato da Claudio Messora con cui Magnani collabora da qualche tempo.

 

Simone Leoni: Dott. Magnani grazie per avermi concesso ancora una volta l'onore di poterla intervistare. Ci racconta in breve chi è Riccardo Magnani?

 
Riccardo Magnani:: Il piacere è mio, Simone. Riccardo Magnani è un economista che da ormai 15 anni si dedica a tempo pieno allo studio di Leonardo da Vinci e delle connessioni esistenti tra il Rinascimento e lo sviluppo economico, politico e sociale dei nostri tempi. Sia il personaggio che l'intero periodo storico sono stati artatamente modellati a immagine e somiglianza della cultura cattolica e dei poteri con essa collusi che sono il fondamento della moderna società, con tutte le sue storture, debolezze e corruzioni.

  

Simone Leoni: Ci ricorda come nasce questa sua ricerca?

 

Riccardo Magnani: Tutto ebbe inizio dall'osservazione di un ciclo di affreschi contenuti in un palazzo rinascimentale valtellinese - Palazzo Besta a Teglio, contenente un planisfero solo apparentemente anacronistico, in quanto presenta l'Antartide priva dei ghiacci, ma erroneamente collocato dagli storici e dagli studiosi nel XVI secolo - e dalla notizia del ritrovamento in una piramide Maya di un ciclo pittorico che narrava la nascita per immacolata concezione, la morte e la Resurrezione del Dio del Mais (Quetzcoatl), datato un secolo avanti Cristo. Le due cose hanno innescato in me la curiosità e la necessità di verificare qualcosa che istintivamente non mi tornava. Come dico sempre, solo chi ha dubbi si pone domande, e così ho iniziato quella ricerca che mi ha condotto ai risultati odierni, occupando ormai appieno la mia attività. Si vede che il mio istinto suggerisce le giuste domande, altrimenti non sarei arrivato a scoprire tutto quello fin qui scoperto.


Simone Leoni: Come sappiamo dalle sue biografie, Leonardo è stato un grandissimo artista, ma da come si evince dal suo ultimo lavoro, Ceci n'est pas Leonardo, la sua figura sia in campo artistico he storico risulta essere stata totalmente alterata; non solo la data di nascita ma tutto quello che concerne la sua esistenza e opera varia a seconda dei suoi biografi, per non parlare di quanto raccontano gli storici all'infuori di lei. Per quale motivo?

 

Riccardo Magnani: Il motivo di questa distorsione va ricercato in ciò che Leonardo incarnò non solo a livello anagrafico, in quanto discendente diretto di una delle più potenti famiglie rinascimentali, ma soprattutto in quanto testimone primo e riferimento assoluto per i suoi contemporanei di quel movimento di stampo pagano riconducibile al neoplatonismo bizantino e greco; questa conoscenza diede vita e slancio alla ripresa dello studio delle materie umanistiche e scientifiche incentrate sul culto solare e sull'applicazione tassativa dei canoni derivati della Legge naturale che regola il funzionamento dell'intero Universo. Questo movimento culturale, che sfocerà poi nella costituzione di quel movimento Rinascimentale che è alla base del vanto artistico italico del XV secolo che ha partorito fior di artisti, scienziati, umanisti e astronomi, era fortemente conflittuale con gli insegnamenti cattolici del tempo, arrivando addirittura a minarne i fondamenti primi basati sulle imposizioni dogmatiche. Per questo motivo la Chiesa ne osteggiò e condizionò fortemente lo sviluppo, inizialmente attraverso le Bolle Papali e poi via via in maniera sempre più coercitiva attraverso i Tribunali dell'Inquisizione, le accuse di eresia, i falò delle vanità di Savonarola e l'istituzione da parte di Pio V del fondamento dell'Index Librorum Prohibitorum, attraverso il quale la Chiesa stabiliva ciò era legittimo o meno diffondere e studiare. La vita e le opere di Leonardo non fanno eccezione; anzi, fu proprio il testo di riferimento su cui è basata la gran parte della ricostruzione biografica di Leonardo a subire i primi effetti di queste restrizioni.

Alludo al Le Vite di Giorgio Vasari, edito nel 1568 da Giunti di Firenze con la Licenza e il Privilegio proprio di Pio V, colui che indisse l'Indice dei Libri Proibiti. Questa versione è la rivisitazione censurata di una precedente versione del testo del Vasari, edita nel 1550 da un altro editore, in cui le nozioni inerenti la vita di Leonardo sono completamente differenti, determinando le inesattezze attorno alle quali è poi stato costruito il mito di Leonardo, completamente diverso da ciò che fu nella realtà, e lo sviluppo e i contenuti delle opere rinascimentali, totalmente distorti a loro volta dalla critica e dal racconto che ancora oggi viene fatto per essere modellato attorno alla cultura cattolica che venne imposta nei modi cruenti che sappiamo.

 

Simone Leoni: Come dicevamo sopra, la sua biografia risulta non solo discordante sul piano della data di nascita, ma anche per quanto riguarda le generalità dei suoi genitori. Uno sbaglio oppure ci troviamo di fronte a un intricato mistero?

 

Riccardo Magnani: Nessun mistero e nessuno sbaglio involontario. C'è stata semmai una correzione dei dati anagrafici e degli accadimenti che ruotano attorno alla vita di Leonardo scientemente orchestrata per far sì che ne uscisse il profilo di un personaggio per nulla corrispondente a ciò che realmente fu, una sorta di mito di cartapesta, come amo usualmente definirlo, in maniera tale che rimanesse nell'ombra la traccia di quel profondo indottrinamento alla cultura pagana anteriore ai principali movimenti religiosi monoteistici. Auto didatta, svogliato, scostante, illetterato, fortemente indisciplinato, omosessuale e vegetariano ... tutte caratteristiche destinate a costruire attorno al personaggio l'immagine di una persona indubbiamente geniale e abile ma così descritto, nettamente separato da quel culto pagano, introdotto da Gemisto Pletone sugli inizi del XV secolo, di cui invece Leonardo diverrà il referente primo di tutto il suo tempo, e a cui tutti gli artisti rinascimentali si ispirarono e i potenti di affidavano.

Un personaggio troppo scomodo che rischiava seriamente di mettere in ginocchio il fondamento cattolico, motivo per cui, appunto, Leonardo fu consegnato alla storia in maniera totalmente artefatta.

 

Simone Leoni: In cosa si differenzia la biografia del Vasari con quella dell'Anonimo Gaddiano?

 

Riccardo Magnani: La domanda corretta è: in cosa si differenzia la biografia del Vasari modificata con la licenza e il privilegio di Pio V da quella scritta nel Codice Magliabechiano, detto anche Anonimo Gaddiano per via del fatto che l'autore è rimasto anonimo e il manoscritto era di proprietà della famiglia Gaddi? La prima versione de Le Vite, infatti, non si discosta molto da quanto scritto nell'Anonimo Gaddiano, che ricordo essere stato pubblicato attorno al 1540, una decina d'anni prima dunque e sicuramente fonte di ispirazione per lo stesso Vasari. Se invece ti riferisci proprio alla versione del 1568, presa da tutti gli storici come riferimento assoluto per descrivere la biografia di Leonardo, allora dovrei dire "in tutto"! Ma questo già lo sai, visto che hai letto il libro ...

 

Simone Leoni: A proposito di libro, a pagina 59 di Ceci n'est pas Leonardo lei riporta una frase dell'Anonimo Gaddiano che mi ha molto colpito: "quantunche (non) fusse legittimo figliuolo di ser Piero da Vincj, era per madre nato di buon sangue". Ma non si dice che Leonardo era figlio del notaio Ser Piero in Vinci e la madre era una schiava di nome Catharina?

 

Riccardo Magnani: Questa è la prima di una lunga serie di inesattezze che risultano essere state artatamente corrette secondo il volere di Pio V nella versione de Le Vite del 1568. Nella versione del 1550, infatti, Leonardo viene descritto come "nipote" di Ser Piero che nei suoi riguardi è "zio". Questa distinzione viene riportata dal Vasari addirittura sei volte. I due racconti, poi, si allineano anche nel ricostruire le vicende legate agli spostamenti di Leonardo tra Firenze e Milano. L'approdo dell'artista fiorentino nella città meneghina, a differenza di quanto viene assunto da tutti gli storici, non avviene nel 1483 bensì ben prima del 1465, come narrato anche da Benedetto Dei, una sorta di ambasciatore della famiglia de Medici, di cui ho potuto leggere i diari conservati presso la Biblioteca Nazionale di Firenze e che, a tutti gli effetti, insieme a Antonio de Beatis, un canonico molfettano che incontrò Leonardo ad Amboise nel 1517, risultano essere gli unici due biografi attendibili, in quando non solo furono contemporanei di Leonardo, ma che ebbero pure modo di frequentarlo direttamente. Per questo motivo la ricostruzione che viene riportata in Ceci n'est pas Leonardo è al di sopra di qualsivoglia contestazione, in quanto profondamente radicata su prove documentali in originale, da me ritrovate e analizzate a fondo. Tutto quello che è scritto nel libro lo è, come le diverse attribuzioni dei suoi dipinti più famosi, che al pari della sua biografia, sono state erroneamente sviluppate in base a criteri meramente presuntivi e interpretativi, al fine di collocare il personaggio nel solco di una descrizione palesemente falsificata.

 

Simone Leoni: Un'altra cosa che mi ha incuriosito del suo saggio riguarda l'individuazione su base documentale della figura materna, di cui non si conosce ufficialmente la vera identità. Perché, com'è evidente da quanto da lei scritto, si è cercato di oscurare le reali figure genitoriali di Leonardo? Qual'era lo scopo?

 

Riccardo Magnani: Lo scopo è stato duplice in questo caso: proteggere l'identità di Leonardo, che come abbiamo visto non solo era vessato sotto il profilo dell'identità culturale che incarnava, ma anche in relazione al fatto che discendeva da una delle più potenti e ricche famiglie di quel periodo storico, la cui identità lascio naturalmente scoprire attraverso la lettura del libro. É un dato di fatto che il padre non fu il giovanissimo notaio di Vinci, che con tutta probabilità gli fece da tutore giudiziale per proteggere la vera discendenza, così com'è chiaro che la madre "di bonissimo sangue", come ebbe a specificare l'Anonimo Gaddiano, era tutt'altro che una schiava. Per aiutarvi diciamo che non era nemmeno una nobile, ma quell'indicazione data dal Gaddiano è abbastanza eloquente per mettervi sulla buona strada.

 

Simone Leoni: Sarei tentato di continuare a parlare dell'aspetto biografico di Leonardo, ma se lo facessi probabilmente rovinerei la sorpresa ai suoi potenziali lettori, a cui naturalmente consiglio la lettura del libro che è letteralmente sorprendente dalla prima all'ultima pagina. Parliamo allora dell'arte e degli artisti che caratterizzarono il rinascimento, ma soprattutto di una corrente pagana che circolava indisturbata e nascosta in posti insospettabili. Cosa mi può dire in merito?

 

Riccardo Magnani: Alla base del rinnovato movimento umanistico e artistico rinascimentale c'è il copioso apporto di testi e insegnamenti da parte del mondo greco e bizantino, guidato da Gemisto Pletone, vero e proprio riferimento culturale assoluto di quel mondo. Grazie a questo apporto, che vede il suo più ampio sviluppo durante il Concilio indetto nel 1433 a Basilea e poi tenutosi dapprima a Ferrara nel 1438 e poi spostato a Firenze nel 1439, nelle corti europee arrivarono testi fino ad allora sconosciuti, inerenti come detto le materie umanistiche, ma anche quelle scientifiche: astronomia, matematica, geometra, musica e molta, moltissima geografia. Una anticipazione di questi movimenti si ebbe grazie al mecenatismo sviluppato da papa Martino V e soprattutto da Pandolfo III Malatesta, figura molto vicina a Gemisto Pletone. Questo florilegio d'arti e scienze minacciò profondamente nel suo fondamento dogmatico il culto cattolico, e la Chiesa fece di tutto per arginare l'onda rinascimentale, modellandola a supporto del proprio fondamento, così da ripristinare appieno la propria supremazia culturale. É in quest'ottica che vanno lette le accuse di eresia dei vari Tribunali dell'Inquisizione, in cui i frati Domenicani ebbero un ruolo fondamentale. Si pensi soltanto al fuoco delle vanità, voluto da Savonarola a Firenze nel 1494, con cui si bruciarono nella pubblica piazza molte delle opere di derivazione neoplatonica. Lo stesso Botticelli fu obbligato a bruciare alcuni suoi dipinti suoi roghi accesi nelle pubbliche piazze fiorentine, sorte che toccò anche molte opere di Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, esponenti di spicco dell'Accademia Neoplatonica Fiorentina.

 

Simone Leoni: Lei cita Gemisto Pletone. Chi era? E soprattutto che rapporti aveva con Leonardo da Vinci?

 

Riccardo Magnani: Il nome completo era Giorgio Gemisto Pletone, un filosofo neoplatonico bizantino che tanto si operò per la riunificazione pacifica di tutte le religioni sotto un unico pensiero legato al culto solare pagano. Nato a Costantinopoli nel 1355, morì a Mistra nel 1452; il suo corpo fu recuperato da Pandolfo Sigismondo Malatesta e tumulato in un sarcofago all'esterno del Tempio Malatestiano di Rimini. Pletone era da sempre vicino alla famiglia dei Malatesta, tanto da redigere un elogio funebre per la morte di Cleofe nel 1422, moglie del despota di Morea Teodoro Paleologo. Riferimento culturale assoluto di tutto il mondo bizantino, come detto, Gemisto Pletone guidò i dignitari che accompagnarono Giovanni Palologo a Firenze in occasione del Consiglio del 1439. Fu lui che scelse e instradò Leonardo al culto neoplatonico, passandogli di fatto il testimone e investendolo di quel ruolo che poi tutti i contemporanei gli riconobbero, tanto da emularlo nella propria opera e celebrarlo con una infinità di ritratti in cui ancora oggi Leonardo è riconoscibile, a qualunque età.

 

Simone Leoni: Pletone e la filosofia Platonica. In che modo questa filosofia si fa spazio nel rinascimento? E come ne vennero influenzati gli artisti?

 

Riccardo Magnani: Come ho detto poc'anzi, la scelta di Cosimo de Medici, il Pater Patriæ, di ospitare nel 1439 il Concilio che si prefiggeva di riunificare la Chiesa d'Oriente con quella di Occidente, diede la possibilità di far pervenire nelle corti di mezza Europa degli insegnamenti e precetti pagani fino ad allora di esclusivo appannaggio di Abati e Monaci di estrazione cattolici. In questo modo ebbe ampio sviluppo la conoscenza dei testi classici legati al culto pagano fondato sulle leggi naturali, espressione prima di quei canoni che regolano tutto ciò che abita l'Universo intero.

Così facendo, non solo le scienze ebbero uno sviluppo rapidissimo, ma le stesse arti crebbero di pari passo, includendo nelle proprie trame non solo riferimenti a quei canoni naturali di cui la Sezione Aurea e la Sequenza di Fibonacci sono una derivazione, ma conoscenze legate alla fisiologia e alla biologia dell'uomo direttamente correlata alle energie che alimentano la vita nell'Universo intero. Ancora oggi l'arte rinascimentale viene letta dai critici e dai cosiddetti divulgatori scientifici utilizzando canoni iconografici di derivazione cattolica, mentre sono pieni di tutt'altri riferimenti, derivati appunto dagli insegnamenti neoplatonici. Un esempio su tutti è la Primavera di Botticelli, in cui il capo della Venere è posizionato al centro di due polmoni, descritti dalle fronde dell'albero retrostante, là dove si collocava il "sito spiritualis", in corrispondenza del timo, o del chakra del cuore se preferite.

 

Simone Leoni: Leonardo in quel tempo fu soggetto a pesantissime accuse, ma fortunatamente aveva amici potenti, pronti a difenderlo. Stiamo parlando della famiglia Sforza e della famiglia de Medici. Come mai queste due famiglie lo presero sotto la propria ala protettiva?

 

Riccardo Magnani: Le accuse rivolte a Leonardo pubblicamente sono legate a un inconsistente episodio di omosessualità e sodomia che possiamo ricondurre alle strategie direttamente collegabili alla Congiura dei Pazzi, una rivolta ordita nel 1478 con lo scopo di eliminare la famiglia de Medici da parte di Sisto IV con la collaborazione di alcune famiglie amiche, come appunto quella dei Pazzi e l'esercito di Federico da Montefeltro, piazzato fuori le mura della città pronto a scagliarsi sull'esercito mediceo che però, con gran sorpresa dei cospiratori, rimase fedele alla famiglia de Medici. Il tentativo era volto a prendere il controllo di Firenze e soprattutto impossessarsi del controllo sulle terre oltre oceano, visto che le frequentazioni con le Americhe procedevano in maniera continuativa almeno dal 1414. Le accuse invece di natura "culturale" erano meno palesi, ma ampiamente più efficaci, soprattutto dopo che le due famiglie che gli diedero accoglienza, i Medici e gli Sforza, vennero debellate. Perché queste famiglie lo protessero, mi chiedi? Primo per quello che lui incarnava, ovvero il riferimento assoluto di quell'orientamento culturale basato sul culto pagano che trovava nel fondamento delle leggi naturali la sua espressione prima. In secondo luogo perché Leonardo era, per questioni di sangue", discendente diretto di una di queste due famiglie. Quale? Beh, tu che hai letto il libro lo sai bene. I lettori lo scopriranno leggendo Ceci n'est pas Leonardo, ovviamente.

 

Simone Leoni: Lei riporta nel suo libro un commento di Giorgio Trebisonda dove si parla di Pletone, il quale disse parlando in pubblico a Firenze che molti anni dopo la sua morte (di Pletone), Cristo e Maometto sarebbero finiti nel dimenticatoio e la verità avrebbe trionfato. Di quale verità parlava? E a questo punto c'è da chiedersi se l'astio che aveva la chiesa verso questi personaggi e la loro dottrina non fosse più che giustificata dopo simili dichiarazioni. Lei cosa ne pensa?

 

Riccardo Magnani: Gemisto Pletone alludeva appunto a quella Legge naturale che sottende a tutto ciò che alberga nel nostro Universo. "A le stesse Leggi obbediscono sia le onde del suono, sia della luce e dell'acqua" scriveva Leonardo. Oppure, se preferisci, te lo dico con Galileo Galilei : "La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri sono triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto." Questi atteggiamenti e le conoscenze che li sottendono sono chiaramente legati alle conoscenze neoplatoniche, ed è ovvio che la Chiesa si attivò affinché tutto questo non potesse scalfire la fragilità del fondamento dogmatico su cui si fondava il suo potere spirituale e soprattutto politico.

 

Simone Leoni: Lei ha fatto riferimento a un luogo, diciamo eufemisticamente parlando, misterioso e legato in qualche modo a Pletone. Stiamo parlando della chiesa di Santa Colomba a Rimini, detta anche Tempio Malatestiano. Ci può raccontare la sua storia? E cosa la rende così particolare?

 

Riccardo Magnani: Il Tempio, voluto da Pandolfo Sigimsondo Malatesta per celebrarne le sue lodi, sorge su un precedente convento benedettino, originariamente legato al fratello Domenico. La costruzione del tempio è narrata da Basinio da Parma nell'Hesperis, un poema di metà XV secolo che narra le gesta militaresche di uno dei due figli di Pandolfo III, ma in realtà contenente riferimenti alle prima spedizioni oltre oceano. Lo stesso Tempio contiene un dipinto di Piero della Francesca, datato 1451, in cui Pandolfo Sigismondo Malatesta compare inginocchiato dinanzi a San Sigismondo, in realtà Sigismondo d'Ungheria che nel 1433 diede a lui e al fratello Domenico il controllo delle Signorie di Rimini e Cesena, tra le altre. Sullo sfondo si legge una rappresentazione puntuale, chiara e netta dei territori nordamericani.

Ci sarebbe ovviamente da parlare per mesi e mesi di questo Tempio, ma relativamente alla ricostruzione storica e culturale del periodo, ritengo che i riferimenti alle Americhe contenuti dentro e fuori dello stesso siano la cosa più rilevante, in questo momento. La stessa Rosa Malatestiana che adorna tutto l'esterno e l'interno del Tempio, risalente agli inizi del secolo in quanto già presente sul "picciolo" malatestiano, una moneta battuta dalla zecca bresciana al tempo in cui Pandolfo III era contemporaneamente Signore di Bergamo, Brescia e Lecco, rimanda alle Americhe, in quanto si tratta di un fiore quadripetalo tipico del Perù, la Ludwigia Peruviana, presente in molti altri luoghi interessati da preziose testimonianze del Nuovo Mondo. Ho ampiamente trattato l'argomento in diversi articoli negli anni scorsi.

 

Simone Leoni:Veniamo allora ad un'altro tema importante presente nel suo libro: la questione delle Americhe. Lei sostiene con prove decisamente solide che l'America non è stata mai scoperta. Quali sono queste prove? E non pensa che, se fosse accertata la sua teoria, possa destabilizzare ciò che il mondo accademico ha sempre sostenuto?

 

Riccardo Magnani: Beh, detta così suona sibillina... L'America non è mai stata scoperta perché era già abitata da un popolo che aveva delle conoscenze di gran lunga più avanzate della maggior parte dei paesi Europei che l'hanno colonizzata. Pensa se qualcuno si arrogasse il diritto di affermare che nel 1492 ha scoperto l'Europa e facendo razzie e uccidendo le popolazioni che non gli si sottomettevano, ne avesse preteso il pieno controllo. Cosa gli risponderesti? Oltretutto era mappata con una precisione assoluta sin dall'antichità. La riprova di questa mia ultima affermazione sta nelle numerosissime rappresentazioni dell'Antartide, così come appare dai rilievi oggigiorno fatti sulla porzione di terra nascosta sotto ai ghiacci, il che lascia intendere una mappatura almeno millenaria, risalente cioè a quando almeno le coste del continente antartico erano sgombre della coltre di ghiacci che le copre oggi. Questo aspetto, figlio di una ciclicità climatica riconosciuta anche dagli scienziati, non è affatto trascurabile, in quanto ci dice che nel corso dei millenni si sono succedute epoche glaciali a epoche più temperate, durante le quali è con ogni probabilità potuta avvenire la mappatura dell'Antartide, che ricordo ufficialmente essere stata scoperta solo nel XIX secolo da parte dei Russi. Esiste un numero elevatissimo di rappresentazioni in cui le Americhe sono indicate, a partire da alcuni dipinti di Pisanello del 1428 fino al già citato Piero della Francesca. Lo stesso Leonardo, Botticelli, il Beato Angelico se ne occuparono, e con loro molti altri artisti rinascimentali. Parlare ancora di scoperta dell'America non solo presuppone un reato di supremazia culturale da parte del mondo occidentale europeo nei confronti del Nuovo Mondo, ma reitera un falso storico attraverso il quale la Chiesa Cattolica, di concerto coi reali di Spagna e Portogallo e con l'aiuto fattivo della Germania, ha di fatto cambiato il corso della storia. Chiaramente prendere atto del reale accadimento dei fatti significherebbe minare non solo i fondamenti del mondo accademico o degli appassionati, ma cambierebbe gli assetti politici, economici e sociali che in conseguenza della falsa scoperta sono stati imposti, sconvolgendo il precario equilibrio esistente e indirizzando il mondo intero in una direzione completamente contraria a quella che nel corso del XV secolo si stata imboccando. La società capitalistica moderna è creata in conseguenza di quell'atto sconsiderato che passa sotto il nome di Scoperta dell'America, ma in realtà è stata un'assegnazione a tavolino con la regia nemmeno troppo occulta della Chiesa Cattolica, e sostenuta attraverso il fondamento dei Tribunali dell'Inquisizione, che non a caso riconducono agli stati appena citati: Portogallo, Spagna, Germania (attraverso il Malleus Maleficarum, un testo contro la stregoneria) e Vaticana.

 

Simone Leoni: Una delle "prove" che lei riporta sarebbe presente nel ciclo pittorico di Benozzo Gozzoli intitolato "La Cavalcata dei Magi". Ci può sintetizzare ciò che lei ipotizza?

 

Riccardo Magnani: Questo ciclo pittorico è situato nella parte più intima di quella che un tempo era la residenza della famiglia de Medici, prima che Cosimo I nel XVI secolo la sposterà nel più scenografico Palazzo Vecchio. La scena ritratta richiama la visita in città fatta da Mattia Corvino, neo eletto Re d'Ungheria, celebrato dalla coalizione che appoggiò politicamente i Medici non solo nelle battaglie e nelle politiche sul territorio italico, ma l'adesione stessa al movimento neoplatonico di cui abbiamo parlato in precedenza. É per questo motivo che il ciclo è intitolato "Cavalcata dei Magi", in cui il riferimento alla tribù dei Magiari, una delle sette tribù che formarono il popolo Ungherese è palese. Impropriamente, invece, gli storici scambiano la figura che guida il corte (Mattia Corvino appunto) con un ritratto di Lorenzo il Magnifico, un ritratto assai generoso che lo ritrarrebbe con fattezze più armoniche di quelle che realmente aveva. Anche in questo caso, mi tocca rimandare i lettori a quanto contenuto ampiamente nel libro per una descrizione più puntuale e documentale del ciclo pittorico, in cui i personaggi ritratti, ben riconoscibili uno ad uno, sono stati completamente scambiati tra loro dagli storici. Eloquente è il caso di Cosimo de Medici, scambiato con Francesco Sforza, e di Pandolfo Sigismondo Malatesta, totalmente assente dalla rappresentazione e invece scambiato con Costanzo Sforza, figlio di Alessandro, Signore di Pesaro e fratello di Francesco, che infatti è ritratto accanto a lui. Dietro di loro, vi è una rappresentazione dell'America del Sud, capovolta, e una serie di animali e piante appartenenti al nuovo mondo. Ne consegue che l'intero ciclo è una sintesi assoluta, un vero e proprio manifesto politico di quella coalizione che per prima raggiunse in pianta stabile il nuovo mondo.

 

Simone Leoni: Ci sono altre rappresentazioni che includono riferimenti alle Americhe in circolazione?

 

Riccardo Magnani: Sì, l'intero panorama artistico rinascimentale, almeno nella prima e seconda parte del XV secolo, è pieno di rappresentazioni che richiamano, sia sotto un profilo geografico che relativamente al mondo animale, vegetale o etnico, il nuovo mondo: pomodori, girasoli, yucca, mais, araucaria, pecari, orso andino, ocelot e molto altro ancora, che lascia intendere chiaramente a livello documentale come la questione Americhe sia molto più lineare e trasparente di come invece è stata ammantata di mistero. Sono anni ormai che vado producendo queste prove.

 

Simone Leoni: Quindi gli Sforza e i Medici sapevano già da molto tempo prima che esisteva il nuovo mondo? Ma avevano anche rapporti diplomatici con i suoi abitanti?

 

Riccardo Magnani: Assolutamente. Le conoscenze geografiche rinascimentali risalgono alla traduzione effettuata in latino della Geografia di Tolomeo, iniziata alla fine del XIV dall'umanista bizantino Manuele Crisolora - che insegnava nello Studium Fiorentino, ancora oggi individuabile in Via dello Studi accanto al Duomo - e completata nel 1410 da Jacopo Angeli da Scarperia, data poi alle stampe per la prima volta solo dopo il 1475. Le indicazioni date da Tolomeo erano complete a tal punto da permettere agli Spagnoli e agli Ungheresi di raggiungere per primi il Nuovo Mondo, attraverso le rotte partenti dalla Guinea (a cui fanno riferimento anche alcuni particolari dipinti dal Botticelli nel ciclo relativo a Nastagio degli Onesti), come dimostra la lettera scritta da Paolo dal Pozzo Toscanelli al Cardinal Maritnez di Lisbona nel 1474, determinando il falso mito del Cipango (in realtà una porzione del Nord America, inclusivo della Florida). La stessa mappa di Martin Waldseemüller del 1507, la prima in cui apparirebbe ufficialmente il nome AMERICA, è chiaramente ispirata alla Universalis cosmographia secundum Ptholomaei traditionem. I primi contatti intercorsi tra europei e popolazioni amerindi erano totalmente amichevoli, tanto che nelle corti europee vendere importati usi, costumi, cibi e animali evocativi dell'emotività che il nuovo mondo rappresentava. Addirittura c'era una conformità d'intenti tra il culto solare promosso da Gemisto Pletone e quello naturalmente seguito dalle popolazioni locali, tanto che non sono pochi i piazzali cerimoniali che richiamano quelli votati al culto solare disseminati nelle città legate ad alcune delle signorie alleate (Sforza, d'Este, Medici, Bentivoglio). Purtroppo poi le cose andarono in maniera assai diversa, come sappiamo, allorché la Chiesa decise di metter le mani sui nuovi territori, saccheggiandone le ricchezze e azzerandone il culto il nome di una evangelizzazione affidata dapprima ai Domenicani (i portatori di Cristo), poi convertiti nel terribile ordine dei Gesuiti, che ancora oggi, e da allora, controlla le sorti del mondo occidentale.

 

Simone Leoni: Uno dei tanti elementi riconducibili alle Americhe nel ciclo dipinto dal Gozzoli è un personaggio che indossa un ornamento particolare ed estraneo alla cultura italiana rinascimentale: la Mascapaicha. Ci dica di più.

 

Riccardo Magnani: Come dicevo in precedenza, gli storici hanno completamente confuso la figura di Cosimo de Medici con quella di Francesco Sforza, che segue da vicino Mattia Corvino nel corteo idealizzato dalla rappresentazione di Benozzo Gozzoli. Siccome il ciclo è contenuto nella dimora storica del Pater Patriæ, la sua assenza tra i molti personaggi rappresentati risulterebbe ancor più assordante se non fosse invece realizzata dall'autore di questo ciclo in una porzione defilata del ciclo, lontano dalla centralità costituita dal ritratto di Mattia Corvino. Ed assume ancor più rilievo in relazione al fatto che Cosimo sia ritratto nei panni di Pachacutèc, l'ultimo imperatore Inca, deceduto proprio nell'anno in cui il ciclo pittorico è realizzato, ovvero il 1459.

 

Questa scelta denota chiaramente quale fosse il rapporto amichevole e di completa stima tra gli europei che per primi raggiunsero in via continuativa le Americhe e i popoli Amerindi, che come ripeto erano tutt'altro che quel nugolo di sprovveduti e ingenui a cui si riferiscono le cronache post Colombo. La mascapaicha era un ornamento regale e religioso assoluto, trasmesso solo per successione alla morte di chi lo indossava e l'indicazione di ritrarre Cosimo in quelle fattezze è assolutamente eloquente nel narrare quale fosse il rapporto tra i due popoli e quale fosse la stima e l'apprezzamento dimostrato da Cosimo il Vecchio nei confronti di Pachacutéc. In realtà la mascapaicha viene associata ancor prima che a Cosimo a Lorenzo il Magnifico, essendo presente nel desco cerimoniale che ne annuncia il parto, particolare che mi fa propendere per l'ipotesi che Lorenzo fosse di sangue meticcio, ipotesi confortata anche dalla caratteristica fisionomia di Lorenzo.

 

Simone Leoni: Oltre a queste "prove" oggettivamente schiaccianti, lei mette in discussione anche il personaggio chiave, colui che secondo la storia ufficiale scoprì le Americhe: Cristoforo Colombo. In realtà lei afferma che dietro la figura dell'esploratore genovese si celi un altro personaggio. Chi?

 

Riccardo Magnani: Nuovamente, non sono io a sostenerlo, ma sono gli elementi documentali a suggerirlo. Tutto ciò che correda la narrazione della falsa scoperta delle Americhe da parte di Cristoforo Colombo è contenuto nei documenti che, a vario titolo, si ritrovano nelle cronache di quanto finora fin qui descritto. Nella Visione di Sant'Eustachio di Pisanello, del 1438, il protagonista del dipinto "vede" davanti a sé una terra che ha la fattezza inequivocabile del Sudamerica. Nel Martirologio Romano, Sant'Eustachio viene celebrato il 30 settembre, ma fino a prima del 1492 indovina un pò? era celebrato il 12 ottobre. Il 12 ottobre è anche la data in cui muore, nel 1492, Piero della Francesca, autore del dipinto nel Tempio Malatestiano in cui è rappresentata una porzione del Golfo del Messico, la Florida, Cuba, lo Yucatan e tutta la costa orientale dell'America del Nord, Grandi Laghi compresi. Nell'Hesperis di Basinio da Parma, Pandolfo fa naufragio in un'isola che ha la stessa forma dell'Isola di Haiti (insieme a Santo Domingo formava l'Hispaniola) dove nella narrazione colombiana naufragò la Santa Maria la notte di Natale del 1492, e così via. Quello che emerge dall'analisi documentale e dalle infinite testimonianze che sono ancora visibili disseminate qua e là, dunque, è che il racconto delle gesta di Colombo sia in realtà una sorta di copia/incolla delle esperienze vissute dai primi navigatori, poi riassunte in un unico racconto per sostenere la finta scoperta e campare diritti inesistenti sui nuovi territori, ripartiti poi a tavolino dalla Chiesa tra Portoghesi e Spagnoli attraverso il trattato di Tordesillas ratificato nel1494.

 

Simone Leoni: Perché secondo lei Innocenzo VIII era Colombo? Ma soprattutto, perché mai, se le cose fossero andate veramente come lei racconta, si è cercato di occultare la sua reale identità?

 

Riccardo Magnani: L'analisi comparata dei ritratti dei due personaggi e una scritta sibillina sulla tomba di Giovanni Battista Cybo, il papa ebreo morto il 25 luglio 1492, cioè ben prima di sapere che Colombo approdasse in America lo lascia chiaramente intendere: “NOVI ORBIS SVO AEVO INVENTI GLORIA” (Nel suo pontificato, la gloria della scoperta del nuovo mondo). Ci sono diverse teorie, una delle quali vorrebbe che Colombo fosse addirittura il figlio di Innocenzo VIII, ma sinceramente è una "pruderie" che non mi riguarda.

Nel momento in cui è dimostrato che la conoscenza del cosiddetto Nuovo Mondo è anteriore al 1492 e che la storiella così come ci viene propinata non è altro che la summa di tutto ciò che occorse alle spedizioni che in tutto il XV secolo avvicinarono i nuovi territori, che Colombo fosse Papa Innocenzo VIII, suo figlio o un personaggio di totale fantasia sulla cui esistenza permangono del resto una serie di interrogativi inevasi, per quel che mi riguarda lascia il tempo che trova. Ciò che resta evidente è lo scempio che, in nome di una evangelizzazione che suona più come una conversione coercitiva cruenta e irrispettosa, è stato operato nei confronti dei popoli nativi. Un vero e proprio genocidio che ancora oggi nessuno ha ufficialmente stigmatizzato e per il quale nessuno dei suoi esecutori è stato ad oggi condannato.

Simone Leoni: Come ribadito in precedenza, molte sarebbero le domande che vorrei sottoporle, ma vorrei chiudere questa intervista con un'ultima domanda. La Gioconda… Anche in questo caso lei asserisce che non si tratti della moglie di Francesco del Giocondo.. Può svelarci qualcosa?

 

Riccardo Magnani: Sì, è una notizia che ho reso pubblica lo scorso anno sulle pagine di Forbes. Di nuovo, l'associazione che viene fatta tra il racconto del Vasari e il dipinto esposto al Louvre è figlia di un mero processo presuntivo smascherato dai documenti stessi, come ampiamente dimostro nel libro. É solo alla fine del XVI secolo una prima volta da parte del Lomazzo e una seconda volta nel 1625 da parte di Cassiano del Pozzo, che il dipinto oggi al Louvre e un tempo a Fontainebleau viene chiamato "La Gioconda". Appellativo che di per sé è corretto, per quanto il dipinto rappresenta, ma non c'è nessun collegamento diretto che identifichi il quadro con il ritratto di Lisa Gherardini, moglie di Francesco del Giocondo.

É dunque corretto chiamare il soggetto ritratto "Gioconda" ma non lo è identificarlo con "Monna Lisa". Il leggendario "ghigno" richiamato dal Vasari attiene in realtà non a qualcosa di beffardo, misterioso, bensì a qualcosa di "celestiale", così come lo stesso autore aretino identifica quello della Vergine con il bambino e l'agnellino, che spinse il Lomazzo e il dal Pozzo a definirla "gioconda", secondo quella contrapposizione Gioviale/Saturnina derivante dai due filosofi Eraclito e Democrito, ovvero il filosofo che piange e quello che ride, colui che attiene alle cose terrene e colui che invece è proiettato alle gioie della vita eterna, spirituale, ultraterrena. Tutta la vita e le opere di Leonardo sono figlie di queste letture presuntive, come dicevo in apertura di intervista. In realtà il dipinto al Louvre ritrae Leonardo stesso nella sua personale proposizione del Rebis, il Matrimonio Sacro (res-bis, cosa doppia), e il paesaggio retrostante, chiaramente afferente al territorio lariano, là dove Leonardo trascorse la quasi totalità della sua esistenza, trova una spiegazione documentale una volta ancora nei documenti di chi Leonardo lo frequentò personalmente, incontrandolo ad Amboise un paio d'anni prima che morisse. Mi riferisco nuovamente a Antonio de Beatis, il quale, descrivendo i dipinti acquisiti da Francesco I e preparati per essere spediti a Fontainebleau, cita espressamente la Signura di Lo'bardia. Il resto direi di lasciarlo scoprire attraverso la lettura di Ceci n'est pas Leonardo, in cui tutto quanto fin qui narrato è descritto con dovizia di particolari e documentazione originale.

 

 



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