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SANT'ANGELO DEI LOMBARDI (AV) - MONASTERO DEL GOLETO
ANTICHE SIMBOLOGIE RARE ED ENIGMATICHE


articolo e fotografie di Marco Di Donato - marco-didonato@alice.it
Info per acquisto del libro: imisteridelgoleto@gmail.com
Per saperne di più sul libro https://www.facebook.com/imisteridelgoleto

I capitoli di questa scheda sono:
Il rapporto con l'aldilà
Il Centro Sacro
La Croce del Tau
Le simbologie apotropaiche all'ingresso all’Abbazia
La Triplice Cinta
Una simbologia unica ed un crittogramma
La “Croce del Verbo”
Cappella di San Luca: maestranze federiciane di Castel del Monte...
Cappella di San Luca: pavimento a scacchi...
Simbologie medievali all’esterno della Cappella di San Luca
Figure zoomorfe ed antropomorfe
La Mano di Dio
Il Fiore dell’Apocalisse
La Mezzaluna
La conchiglia di San Giacomo
La Palma di Gerico o Fiore di Loto
La Croce a fiore
La Rosa
La “Croce Patente”

 
In questo sito potrai trovare tante informazioni e notizie su
I misteri del Goleto, 
ad esempio la trama, l'autore, i personaggi,
ed ogni altra utile informazione su come ordinare il libro e rivivere
anche tu i suoni e le emozioni della nostra storia.


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Adagiato lungo la piana di Sant’Angelo dei Lombardi in provincia di Avellino, il monastero del Goleto venne fondato da San Guglielmo da Vercelli nel 1133 pochi anni dopo la fondazione del ben più noto monastero di Montevergine, avvenuta nel 1114.
Sorto come monastero femminile, gli venne ben presto affiancato un piccolo convento di monaci, il cui compito era quello di vigilare sull’economia dell’abbazia.
Con il passare dei secoli l’abbazia del Goleto fu destinataria di numerose donazioni ad opera dei vari nobili della zona, che mediante dette azioni cercavano di ottenere grazie e benevolenze da parte del monastero.
Dopo circa due secoli di grande splendore l’abbazia del Goleto ebbe un lento declino che terminò con la sua chiusura avvenuta nel 1515 a seguito della morte dell’ultima abbadessa: Maria.
Infatti, il 24 gennaio 1506, l’allora Papa Giulio II decise che con la morte dell’abbadessa in carico sarebbe avvenuta la chiusura del Goleto.
Ma nonostante la sua soppressione e la conseguente annessione a Montevergine, nel Goleto rimasero alcuni monaci, i quali tennero in vita il monastero riuscendo a far eseguire dei lavori di restauro nonché quelli di costruzione di una nuova chiesa.
Nel 1807 a seguito dell’ordine di Giuseppe Bonaparte relativo la soppressione degli ordini monastici, il Goleto venne definitivamente abbandonato.

Per circa due secoli rimase in uno stato pietoso, ricoperto dalla folta vegetazione ed alla mercé di vandali sacrileghi e senza alcun rispetto ed infatti, nel tempo, vennero asportate opere d’arte e reperti storici di notevole interesse.


Foto tratta dal libro “Storia del Goleto” di G.Mongelli

Nel 1973, grazie all’incessante opera di padre Lucio M. de Martino, iniziarono i lavori di restauro e recupero di questo importante luogo di culto.
Dopo circa 10 anni di lavori, e nonostante lo spaventoso terremoto che il 23 novembre 1980 scosse per circa 90 interminabili secondi l’intera provincia di Avellino, il Goleto venne finalmente riconsegnato al popolo irpino ed all’Italia intera.


Abbazia del Goleto

La struttura del Goleto è particolarmente affascinante: al suo interno oltre al consueto chiostro, vi è un raro esempio di costruzione fortificata annessa ad un monastero: la Torre Febronia, così denominata dal nome dell’abbadessa che nel 1152 la fece erigere.


Chiostro del Goleto


Torre Febronia del Goleto.

Il rapporto con l'aldilà
Inoltre vi è anche un piccolo cimitero o più propriamente uno “scolatoio” formato da sedili in pietra dove venivano deposti i corpi delle monache defunte ed il cui scopo era quello di dare una lenta decomposizione dimostrando così l’inutilità del corpo a favore della grandezza dell’anima.
Vi è poi una Chiesa “Inferiore” anche denominata “Cappella funeraria” costruita verso il 1200, ed una Chiesa “Superiore” dedicata a San Luca e fatta erigere nel 1255 dalla Badessa Marina II.
Attigua alla “Cappella funeraria”, vi era in precedenza un’altra Chiesa: la Chiesa del Salvatore la quale già verso gli inizi del 1700 trovandosi in pessime condizioni venne distrutta ed i suoi materiali riutilizzati per la costruzione della Chiesa Nuova avvenuta tra il 1735 ed il 1745.
Come detto tra il 1735 ed il 1745, ad opera dell’architetto napoletano Domenico Antonio Vaccaro, venne edificata una nuova Chiesa: attualmente priva di copertura, ma che conserva ancora grande fascino con il suo pavimento con al centro una “rosa octolobata” e mura perimetrali che in precedenza custodivano meravigliosi affreschi.

Oggi, passeggiando all’interno del Goleto, è ancora possibile osservare decorazioni, blocchi e bassorilievi di epoca romana, facenti parte di un monumento sepolcrale, fatto erigere da Marco Paccio Marcello della tribù Galeria, centurione della Legio Scitica nel luogo ove sorge il Goleto ed in precedenza denominato Gullitu.
Ma oltre a queste decorazioni vi sono anche due leoni rampanti facenti parte dello stemma gentilizio della famiglia Caracciolo e numerose simbologie di epoca medioevale.

Elemento di grande interesse architettonico è sicuramente la Chiesa di San Luca, uno dei monumenti più preziosi dell’Italia Meridionale: costruita nel 1255 dalla badessa Marina II per ospitare le spoglie terrene del Santo evangelista.
La vista del Goleto dona al visitatore ed al pellegrino il fascino di un complesso senza tempo.
Ma per chi come me abbina alla passione per le bellezze architettoniche anche una particolare attenzione per i caratteri, che la storia vi ha lasciato inciso, non può non notare alcuni simboli presenti in questa bellissima abbazia e sui quali, salvo errori, non sembra esservi alcuno scritto in merito.

SIMBOLOGIE PRESENTI AL GOLETO

Prima di addentrarmi nella descrizione di simboli e tracce rinvenuti all’interno di questo luogo, è doveroso sottolineare che il mio intento è quello di narrare fatti, simboli, tracce e storia, comunque reali e documentati, non addivenendo ad alcuna soluzione ma lasciando al lettore le dovute considerazioni ed interpretazioni del caso.

Il Centro Sacro
Sin dall’ingresso al Goleto è possibile notare sul lato destro del portale di acceso un esemplare, anche se parzialmente distrutto, di “centro sacro”, mentre su quello sinistro una “Croce del Tau”.


Centro Sacro all’ingresso del Goleto. Foto M. Di Donato

Il “Centro Sacro” è un quadrato nel quale sono inscritti otto raggi che, partendo dal suo interno, formano due croci greche.

1. Tipo di Centro Sacro 2. Tipo di Centro Sacro

È un simbolo antichissimo, presente già in varie epoche il cui significato è legato all’origine delle cose.
Infatti il Centro Sacro rappresenta il Principio, l’origine dal quale ogni cosa trova un inizio ed una fine.
I raggi partono dal centro riunendosi in una perfezione assoluta ed il centro rappresenta l’Essere da cui i raggi si dipartono, irradiando l’assoluto.
Proprio per la sua mistica simbologia, il Centro Sacro veniva inciso sulle soglie delle Chiese o al suo interno, ma anche in determinati punti di particolare interesse religioso.
Una variante del Centro Sacro è costituita da quattro quadrati semplici, sovrapposti in modo da formare un altro quadrato.
Il “Centro Sacro” venne usato anche dagli antichi Romani e nel medioevo, in particolare tra il XII e XIV secolo, anche dai Cavalieri Templari i quali erano soliti usarlo per contrassegnare luoghi di culto e di particolare interesse mistico.
Questo simbolo, infatti, venne rinvenuto inciso anche all’interno della Torre del Castello di Chinon in Francia, luogo nel quale vennero rinchiusi i Cavalieri Templari ed in particolare l’ultimo Gran Maestro Jacques de Molais prima di essere processati ed inviati al rogo per eresia.


Graffiti templari nella Torre di Chinon.

I graffiti incisi a Chinon, secondo quando riferisce la dr.ssa Anna Giacomini esperta di simbologia e criptologia, non rappresentavano un passatempo per scacciare la noia della prigionia, visto che i Templari stavano mettendo in gioco la loro vita, ma bensì rappresentavano una sorta di discorso criptato.
Da allora sono numerosissime le leggende sorte attorno ai Cavalieri Templari ed alle loro conoscenze, a partire dal famoso Tesoro, alla Sacra Sindone, per poi finire al Sacro Graal: il tutto ben condito dalla narrazione di fatti storicamente imprecisati ad opera di autori che più che la descrizione storica dei fatti hanno preferito narrare episodi che noi oggi definiremo di… “gossip”.
Quel che è certo è che si tratta di idee e tesi, mai acclarate e servite solo a creare un alone di mistero attorno all’ordine dei Templari che di fatto altro non erano che il “braccio armato” della Chiesa in un periodo costellato da Crociate e conquiste di ogni genere: una Chiesa ben diversa dalla nostra concezione attuale.

Personalmente ritengo che il Centro Sacro rinvenuto al Goleto sia di epoca romana e riconducibile al monumento sepolcrale sopra citato.
Chi ha posto questo masso con questa effige in quel preciso luogo, ossia all'ingresso, bene era a conoscenza del valore e del significato di questo simbolo.

La Croce del Tau
Ma oltre al citato Centro Sacro, del quale in queste righe ho cercato di dare una minuta spiegazione, altro simbolo rinvenuto all’ingresso dell’Abbazia del Goleto è la “Croce del Tau”.


Croce del Tau rinvenuta al Goleto. Foto M. Di Donato.

Il segno del “Tau” ha antichissime origini risalenti finanche alla Bibbia.
Nei primi anni del 1200, San Francesco d’Assisi prese questa immagine quale riconoscimento del suo ordine portando il “Tau” in ogni parte ed in ogni luogo quale invito alla conversione.
Il Tau non venne usato solo dal “poverello di Assisi”, ma anche da alcuni ordini monastico-cavallereschi all’epoca imperanti, quali i “Cavalieri del Tau”, il cui nome deriva proprio dalla Croce usata a stemma dell’ordine, e dagli Antoniani ed i Templari.


Stemma dei Cavalieri del Tau

Grande è la sua simbologia, in quanto rappresenta il compimento della Creazione, il Principio che conclude la Sintesi.
Quel che è certo è che i Cavalieri dai Bianchi Mantelli ossia i Templari, specie nel primo periodo del loro sviluppo, la usavano cucita sul mantello per poi farla diventare “Croce patente” (quella dai più nota come “Croce Templare”) al momento del passaggio al grado di Cavaliere.

In questo caso, il simbolo adottato dai Templari potrebbe avere anche un duplice significato sia per il richiamo alla Croce sia per la lettera “T” che rappresenta l’iniziale di Templare o “Templum”.
Non a caso nei luoghi in cui è stata accertata la presenza Templare, questo simbolo si trova inciso e/o raffigurato su emblemi e stemmi presenti all’ingresso di palazzi e Chiese: come nel caso della Cattedrale di Santa Maria Assunta a Sermoneta (LT), o come nei pressi della Chiesa di S.ta Maria in Carbonara vicino Viterbo, dove si trova scolpito su di uno stemma posto all’esterno di un’antica mansione, oggi trasformata in ristorante.


Stemma di un’antica mansione. S.ta Maria Carbonara (VT)

Le simbologie apotropaiche all'ingresso all’Abbazia
Superato il primo ingresso dell’abbazia, prima di addentrarci all’interno del Goleto è necessario varcare un’altra porta sulla quale, oltre ad esservi riportati fregi e bassorilievi facenti parte del vecchio mausoleo di epoca romana, nonché l’effige di due leoni rampanti, che come detto facevano parte dello stemma gentilizio della famiglia Caracciolo, è possibile ammirare due figure dalle fattezze animali o per meglio dire zoomorfe, una delle quali parzialmente cancellata.

Si tratta di due manufatti apotropaici, ossia aventi l’intento di allontanare gli influssi negativi.

Sono sculture tipiche del medioevo e coeve con il periodo di costruzione del monastero.

Figure zoomorfe simili a queste è possibile vederle anche in altri luoghi molto interessanti e di notevole interesse storico, come nella Cattedrale di Anagni (Fr), la città dei Papi, nota per il famoso schiaffo al Papa Bonifacio VIII.

Una Cattedrale sorta nel XII secolo (come l’abbazia del Goleto) e che per la sua storia documentata è da considerarsi a forte presenza Templare.

Non a caso, figure animali come queste insieme a quelle dalle sembianze umane, note con il nome di “baffometto”, sono tra le cause di dichiarazione di eresia con la quale furono condannati i Cavalieri Templari.


Figure zoomorfe sulla facciata Cattedrale di Anagni (Fr). Foto M. Di Donato

Questa tipologia di scultura è tipica dell’epoca medievale e non di epoca romana, in quanto quest’ultimi avevano una tecnica scultorea diversa rispetto a quella in questione: più elaborata, raffinata e sicuramente più vicina alla realtà.

La Triplice Cinta
Dopo aver varcato la seconda porta d’accesso, mi dirigo al noto chiostro del Goleto: di forma rettangolare, pieno di fascino ed incanto al cui interno, come tradizione vuole, ci sono giardini curati con piante e fiori colorati.
Recandomi verso l’ultima arcata del chiostro, quella che mi porta all’ingresso dell’ex convento delle monache di clausura è possibile ammirare, inciso in verticale, un bellissimo esemplare di “Triplice Cinta”.


Triplice Cinta rinvenuta al Chiostro del Goleto. Foto M. Di Donato

Anche l’origine di questo simbolo è molto antica e si perde nella notte dei tempi.
Secondo la letteratura antica due sono le tipologie e gli usi che se ne possono fare di una Triplice Cinta:
- per fini ludici;
- come simbolo sacro.
Generalmente, la prima impressione che può avere una persona che non conosce il significato della Triplice Cinta, è quello di ricollegare questo simbolo al famoso gioco del “filetto” o “tris”, così come lo si vede sul retro di molte scacchiere moderne.
In effetti ciò potrebbe anche essere tenuto in considerazione qualora venisse trovato inciso in orizzontale sulle soglie di gradini di case o su muretti, ma quando lo si trova inciso in verticale all’interno di un luogo mistico, il tutto assume un carattere decisamente diverso, quindi non più ludico, ma simbolico, il cui significato non è esauribile in poche spiegazioni.
La Triplice Cinta rinvenuta all’interno dell’Abbazia del Goleto non è orizzontale ma incisa in verticale.
Sicuramente, la presenza di una Triplice Cinta, indica che ci troviamo in un luogo di particolare sacralità, che rappresenta il punto centrale di un territorio, nel quale vi sono tutte le premesse affinché si possano moltiplicare le forze interiori positive: proprio come avviene nel caso di un gruppo di uomini in preghiera.
La sapienza primordiale nascosta in questo antico simbolo attraversa il druidismo, l'esperienza mistica della scuola pitagorica, la cultura delle popolazioni italiche e la civiltà romana.
Anche Platone parlava della Triplice Cinta, allorquando narrava della mitica Atlantide e della sua capitale, descrivendone la pianta come a forma di triplice cinta circolare.
Ed a forma di Triplice Cinta era anche la pianta del Tempio di Salomone a Gerusalemme.
Il medioevo, raccoglie a piene mani l’eredità di queste antiche popolazioni ed anche grazie all’ausilio dei “Pauperes commilitones Christi templique Salomonis” ossia “Poveri Compagni d’armi di Cristo e del Tempio di Salomone”, più noti come Cavalieri Templari, il simbolo della Triplice Cinta viene diffuso in tutta Europa.
Esemplari di Triplici Cinte sono infatti stati rinvenuti presso Chiese e luoghi in cui la presenza Templare è stata ampiamente documentata, come tra i famosi graffiti della Torre di Chinon, il Castello di Campolattaro a Benevento, laddove oltre ad alcune croci patenti incise è stato anche rinvenuto il simbolo della Triplice Cinta, ma anche in alcune Chiese di Roma e del Basso Lazio dove la presenza Templare è stata ampiamente documentata ed accertata, così come in Umbria ed in Toscana.


Triplice Cinta rinvenuta presso il Castello di Campolattaro

Nel Lazio, ad esempio, sul sagrato della Chiesa di Santa Maria della Libera ad Aquino in provincia di Frosinone, sono stati rinvenuti alcuni esempi di Triplici Cinte incise sia in orizzontale che in verticale.


Triplice Cinta in verticale presenta nella Chiesa di Santa Maria della Libera ad Aquino (Fr)

In questo caso, già la denominazione della Chiesa ci conduce ai Cavalieri Templari in quanto il titolo che questi monaci attribuivano più di frequente a Chiese da loro erette era quello di “Santa Maria” accompagnato da altri aggettivi quali: … dei Franconi, … del Tempio, … della Libera.
Individuare una Triplice Cinta, osservarla e capirne il significato lascia sempre quell’alone di magnetismo, dal quale il ricercatore e/o il semplice appassionato non riesce a tirarsi indietro.

Una simbologia unica ed un crittogramma
Superato il chiostro, dove abbiamo ammirato l’esemplare di Triplice Cinta, mi incammino verso la cappella ove un tempo erano custodite le spoglie di San Guglielmo da Vercelli, fondatore del Goleto e Santo Patrono dell’Irpinia.
Qui, alla base sinistra della Torre Febronia è possibile scorgere una delle simbologie più intriganti di questo mio viaggio… una simbologia molto rara, forse unica od anche un crittogramma.
Infatti, sulla base sinistra di questa Torre ad altezza uomo, è possibile scorgere alcuni simboli di particolare interesse quali una lettera “U” con una virgola sul lato sinistro, una lettera “T” o “Croce del Tau” ed una lettera “P” con il verso tondo rivolto a sinistra con una croce sottostante.


Simboli rinvenuti presso l’Abbazia del Goleto. Foto M. Di Donato

Secondo il ricercatore triestino Giancarlo Pavat, questo simbolo potrebbe essere ricondotto al “quatre de chiffre” un simbolo molto raro che rappresenta l’ultima manifestazione geometrizzata dei saperi segreti di alcune corporazioni.
In Italia è presente presso luoghi di particolare interesse mistico ed esoterico come nel caso della Basilica di Collemaggio a L’Aquila.


“Quatre de chiffre” rinvenuto presso la Basilica di Collemaggio a L’Aquila.
Foto estrapolata da articolo di Marisa Uberti
nel sito www.duepassinelmistero.it

L’Aquila è la città dei segreti.
Costruita per ricreare in Occidente la città di Gerusalemme ha nella Basilica di Collemaggio una fucina di simbologie ricche di ogni interesse.
La basilica venne voluta da Pietro del Morrone, il frate eremita diventato poi Papa Celestino V, e che il Sommo Poeta Dante Alighieri descrisse come il “Papa del gran rifiuto”.
Il “quatre de chiffre” è un misterioso segno attribuito ai costruttori di numerose cattedrali medievali.
Questo termine, in italiano, è indecifrabile e potrebbe essere tradotto con “quattro di cifra”, o un quattro cifrato.
Il numero 4, di fatto, ha un significato legato alla concezione del “Quaternario” che con la Croce sottostante rappresenta proprio il simbolo del “Quaternario”.
Secondo il noto esoterista francese René Guénon il simbolo del “quatre de chiffre” o come lui stesso lo definisce, il ”marchio” del quatre de chiffre, rappresenterebbe un segno distintivo del grado di “maestro” appartenente ad una qualche organizzazione: trovarlo inciso potrebbe quindi rappresentare il passaggio, in quel luogo, di un “maestro” appartenente ad una importante organizzazione e/o ordine.
Ad onor del vero c’è da dire che così come lo si vede inciso presso l’Abbazia del Goleto, potrebbe non sembrare un vero e proprio numero, ma questo potrebbe essere anche dovuto al fatto che in precedenza il 4 non aveva la medesima somiglianza con il numero che noi oggi comunemente usiamo.
Le interpretazioni su questo monogramma sono comunque diverse e tutte particolarmente affascinanti e la sua presenza presso l’Abbazia del Goleto rende questo luogo ancor più unico e mistico.
Durante alcune ricerche effettuate in Lucania dal grande esperto degli Ordini Cavallereschi Nicola Barbatelli, venne fatta un’eccezionale scoperta: una statua di San Bernardo con ai suoi piedi una testa mozza barbuta con su inciso un “quatre de chiffre”.


Statua di San Bernardo con ai suoi piedi una testa mozza barbuta
con su inciso un “quatre de chiffre”

Bernardo da Chiaravalle fu co-fondatore insieme ad Hugues de Payen dell’ordine monastico-cavalleresco più famoso della storia: ossia i Cavalieri Templari.
A tal riguardo appare doveroso evidenziare che secondo alcuni storici, Hugues de Payen altri non sarebbe che il nome francesizzato di Ugo de Pagani, lucano di Forenza in provincia di Potenza, figlio di signori della città di Pagano, nobili salernitani trasferiti in Lucania; e, a tal riguardo, sono numerosi gli indizi che fanno convergere a questa ipotesi: come nel caso di una lettera che lo stesso Hugues de Payen scrisse nel 1103 da Gerusalemme allo zio Leonardo Amarelli di Rossano per comunicargli la morte del figlio Alessandro e nella quale di legge: “ho scritto a mio padre in Nocera che mi faccia gratia venire a Rossano per consolare V.S. et a Madama Zia Hippolita.”
Certo, alcuni potrebbero affermare che l’ordine dei Templari venne fondato nel 1118, ma in ogni caso stiamo parlando della medesima persona (Hugues de Payen).
L’unica certezza è che un altro importante ordine monastico-cavalleresco ossia quello degli Ospitalieri, oggi noti come Cavalieri di Malta, furono fondati da un gruppo di amalfitani e quindi mi domando se anche l’Ordine dei Cavalieri Templari non possa essere stato fondato da persone provenienti dalla medesima area geografica.
Ad ogni buon conto non è mia intenzione soffermarmi su questioni che per quanto interessanti potrebbero allontanarci dall’argomento principale della presente scrittura.
Ritornando quindi a questo particolare simbolo, c’è da dire che il 4 sovrapposto alla croce potrebbe essere ricondotto anche al “crismon”, ossia a quel monogramma che l’Imperatore romano Costantino vide in cielo prima della battaglia di Ponte Milvio del 337 a.c. e che lui stesso fece poi apporre sugli scudi dei suoi legionari.


Foto Crismon

Il crismon, infatti, è composto dalla sovrapposizione di due lettere la 'X' e la 'P' che corrispondono alla lettera greca 'χ' e 'ρ, ossia le iniziali della parola 'Χριστός' (Khristòs), il nome di Gesù, che in greco significa "unto" e che tradotto in ebraico significa "messia".
Un monogramma che tuttora vediamo sugli abiti talari degli alti prelati ed in ogni Chiesa e che rappresenta l’Inizio e la Fine: l’alfa e l’omega.
Ma oltre a quanto sopra detto, questo particolare simbolo potrebbe anche essere ricondotto ad uno “staurogramma” ossia al monogramma ottenuto sovrapponendo le due lettere greche tau (T) e rho (P) che rappresenterebbero la croce dove venne appeso Gesù.


Staurogramma

Nella lingua greca, infatti, manca la parola croce e nei Vangeli, per indicarla, veniva usata la parola stauros, che propriamente indica un palo infisso nel terreno, da qui la nota controversia sulla modalità di crocefissione di Gesù Cristo.

Il simbolo che ne fuoriesce è quello di una croce latina con una sorta di occhiello sul lato destro ed infatti accettando l’interpretazione tradizionale della crocefissione, lo staurogramma altro non sarebbe che un pittogramma della croce, nel quale l’occhiello posto alla destra rappresenta il capo reclinato di Nostro Signore.
Ma finora abbiamo sempre parlato della “rho” od “occhiello” posto sul lato destro del simbolo, ma quello presente presso l’Abbazia del Goleto è diverso: la “rho” è rivolta sul lato sinistro!
Per quale motivo questo simbolo riporta la rho sul lato sinistro, perché è così diverso dagli altri?
Potrebbe trattarsi di una simbologia unica nel suo genere sulla quale è opportuno effettuare, qualora già non eseguite, interessanti ricerche sia da parte di storici ma anche di semplici appassionati.
Lungi da me l’ipotesi secondo la quale questo simbolo potrebbe rappresentare l’allusione ad una verità rovesciata.
Credo infatti che sia opportuno effettuare delle indagini storiche volte a comprendere, senza effettuare voli pindarici, il significato di questo particolare e finora unico simbolo rinvenuto, sempre qualora dovesse essere scartata l’ipotesi di un “quatre de chiffre”.
Da un’attenta visione del blocco di pietra dove ho trovato inciso i simboli sopradescritti, ho scorto anche alcune lettere, parzialmente cancellate dal tempo ma che potrebbero essere ricondotte ad un crittogramma.

Il crittogramma, per definizione, è un messaggio cifrato o in codice, scritto per essere letto da una persona o da alcune specifiche persone.

Scoprire un crittogramma, ti conduce inevitabilmente ad una sfida con colui il quale lo ha creato al fine di carpirne il significato ed a cosa essa ti porta.

Tra i più noti crittogrammi nel panorama mondiale vi è senza dubbio quello dello Sheperd’s Monument in Inghilterra formato da 10 lettere dell’alfabeto latino e che nonostante il tempo passato ancora nessuno è riuscito a decifrare.


Crittogramma dello “Sheperd’s Monument”.
Foto estrapolata dal sito www.ilpuntosulmistero.it

Se quello presente alla base della Torre Febronia dovesse rivelarsi un crittogramma, sarebbe senza dubbio tra i più antichi rinvenuti.

Con l’aiuto di un programma grafico a me in uso sono riuscito, anche se parzialmente, ad individuare alcune lettere, ma potrebbe anche trattarsi di una mia illusione.


T E T R A T A T

Le lettere individuate sono: T E T R A T A T, dove quella che sembra essere una lettera T, potrebbe essere una Tau.

Sicuramente un dettagliato esame potrebbe porre alla luce queste misteriose incisioni che solo il tempo ha parzialmente cancellato.

Per chi fosse interessato sono disponibili gli scatti fotografici da me eseguiti, con macchina fotografica professionale, e con autorizzazione dei monaci del Goleto: atteso il fatto che all’interno dell’Abbazia vi è il divieto di fare foto e riprese video.

La “Croce del Verbo”
Superata la Torre Febronia dell’Abbazia del Goleto, dopo aver incontrato un’altra “Croce del Tau” incisa all’interno della diruta Chiesa del Salvatore, entriamo nella Chiesa Inferiore o “cappella funeraria”, dove, fino al 02 settembre 1807, vennero custodite, all’interno di un sarcofago in pietra, le spoglie di San Guglielmo da Vercelli, spirato il 24 giugno 1142 proprio presso l’Abbazia santangiolese.
Attualmente le spoglie del Santo Patrono dell’Irpinia sono custodite presso l’altro grande monastero da lui fondato: l’abbazia di Montevergine. Celebre, tra l’altro, per aver, durante l’ultimo conflitto mondiale, custodito in gran segreto (sembra per sottrarla alle attenzioni dei nazisti), la Sacra Sindone. Tornando al Goleto, vi è da dire che quella che oggi viene chiamata “Chiesa Inferiore”, potrebbe, per una serie di motivazioni, non essere una vera e propria Chiesa.
La stessa, infatti, risulta essere comunicante con l’ex Chiesa del Salvatore, presente si dai primi anni di costruzione del Goleto, ed inoltre risulta avere diverse porte e/o archi di accesso.
Pertanto, appare improbabile il fatto che siano state costruite due Chiese comunicanti, ma piuttosto sembrerebbe che questa sia stata una sorta di atrio coperto, il cui scopo poteva essere quello di passare, al coperto, da una parte all’altra del monastero.
Ad ogni modo, quella che noi oggi chiamiamo “Chiesa inferiore” presenta una pianta a due navate, separate da due colonne monolitiche che terminano con capitelli bassi dai quali partono gli archi che sorreggono la crociera e raggiungono le semicolonne emergenti dalle pareti laterali.


Interno della Chiesa “Inferiore”. Foto M. Di Donato

Netto il richiamo al gusto romanico - pugliese, che doveva essere accentuato dalle absidi oggi scomparse.

Entrando in questo luogo abbiamo modo di vedere, inciso su di un angolo alla destra dell’ingresso, un bellissimo e raro esemplare di “Croce del Verbo”.


Croce del Verbo presente nella Chiesa inferiore. Foto M. Di Donato

Anche questo simbolo è di difficile rinvenimento: sembra proprio che quest’Abbazia, rimasta per secoli abbandonata, sia un luogo ricco di simboli di particolare rarità!

L’esoterista René Guénon, di cui in precedenza si è accennato al riguardo del “quatre de chiffre”, descrive la “Croce del Verbo”, araldicamente definita anche “Croce Piana”, come un simbolo formato da quattro squadre, i cui vertici sono rivolti verso il centro

Una celebre “croce piana”, quella presente nello stemma della città di Milano.

Un altra “Croce piana”, quella presente sulle cosiddette “Piccole armi” di Tallinn, capitale della repubblica baltica dell’Estonia.

Ciò a significare che la croce è formata dalle squadre stesse che rappresentano le quattro vie partenti dal centro o in esso terminanti.

Il significato generale di questo simbolo va considerato attraverso la raffigurazione del Verbo, quale espressione dei quattro Vangeli atto a simboleggiare la riunione necessaria per l’espressione integrale del Verbo.

Inoltre, come sopra detto, questo simbolo è formato da quattro squadre ed il suo significato va ricercato attraverso l’etimologia della parola stessa derivante dal latino “norma” ossia regola, poi divenuto “exquadra” nel tardo latino, inteso come “rendere quadrato”.

La forma della “Croce del Verbo” ricorda la lettera Γ (gamma) ovvero la G, lettera sacra per eccellenza ed infatti, sempre secondo René Guénon, la corrispondenza con questa lettera viene confermata proprio dalla figura della “Croce del Verbo” intesa come il Verbo che si esprime attraverso i quattro Vangeli.

La Squadra infine simboleggia rettitudine e rigore nonché il lavoro compiuto dal Creatore.

Inoltre, la Squadra insieme con il Compasso e la lettera “G” venne utilizzato come simbolo della Massoneria.

La Massoneria era un ordine iniziatico sorto nel XVIII sec., avente come scopo la perfezione dell’Umanità.

Le radici della Massoneria vengono fatte risalire tradizionalmente alla costruzione del Tempio di Salomone ed è anche per questo motivo che la figura dei Massoni viene spesso accostata a quella dei Cavalieri Templari.

Non a caso, molte simbologie utilizzate dai Cavalieri Templari tra il XII e gli inizi dei XIV sec vennero poi utilizzate nel XVIII sec. anche dai Massoni.

Cappella di San Luca: maestranze federiciane di Castel del Monte...
Tripudio di simbologie e caratteristiche architettoniche di grande pregio e particolarità è la Cappella di San Luca o “Chiesa Superiore” la quale, uscendo dalla “Chiesa Inferiore” la si raggiunge per il tramite di una scala esterna il cui parapetto termina con un corrimano a forma di serpente con un pomo in bocca.


Corrimano con serpente. Foto M. Di Donato

Questo piccolo edificio venne fatto erigere dalla Badessa Marina II nel 1255 per ospitare una reliquia del Santo Evangelico.

Al centro del portale d’accesso, eseguito a sesto acuto, vi è un meraviglioso esempio di croce ancorata o ancora crociata, e sopra di esso un piccolo rosone a sei petali.


Croce ancorata o ancora crociata. Foto M. Di Donato


Rosone a 6 petali. Foto M. Di Donato

Il rosone è una finestra circolare che si trova al centro della facciata di una Chiesa.

Vari sono i tipi di rosoni ed ognuno ha il suo significato: a dodici petali viene associato agli apostoli, ai mesi dell’Anno solare, ai Segni dello Zodiaco; ad otto petali alla rigenerazione (come tutte le figure riconducibili all’Ordine Ottonario”, basti pensare che i Battisteri veniva costruiti a forma ottagonale, proprio perché con il Battesimo si rinasce a nuova vita mondati dal Peccato Originale); a sette petali all’ordine settenario del mondo (i sei giorni della Creazione più il settimo in cui Dio si riposò) ed a sei petali al Sigillo di Salomone, noto anche come “Esagramma” o “Stella di David”.

I più diffusi di tutti sono certamente i rosoni a “a otto petali” ed “a sei petali”.

Un “Rosone a otto petali” o “rosa octolobata” decora, ad esempio, il “Portale della Vergine (XIII secolo) sulla facciata occidentale della cattedrale di Reims in Francia.

Oppure circonda la “Croce Patente” rossa individuata dallo scrivente, da Giancarlo Pavat e dagli altri membri della spedizione italiana di ricerche storiche nel Dalsland (giugno 2011), accanto al labirinto di Grinstad (1200) nella chiesa di Sant’Erik nella Svezia sudoccidentale.
Un “rosone a sei petali”, o “rosa esalobata”, lo troviamo, solo per ciatre qualche celebre esempio, sulla facciata dell’Abbazia Cistercense di Casamari (XIII secolo) in Ciociaria (a dire il vero si tratta di un “oculus” cieco esalobato); sul ciborio di Santa Cecilia (XIII secolo) in Santa Maria di Trastevere a Roma, nella Cattedrale di Notre Dame (XII secolo) a Parigi, e sulle vetrate del coro dell’abbazia di Saint Denis (XII-XIII sec.), sempre nella capitale francese. E, facendo un salto temporale, visto che risale al XIX secolo, diversi rosoni esalobati sono presenti sulla neogotica Oskar Friederik kyrka a Goteborg in Svezia.
Una “rosa esalobata” si trova pure nel “Sigillo degli Stati Uniti d’America, voluto dai “Padri Fondatori della Repubblica”, gran parte di loro erano Massoni.
Per completezza d’informazione, ricordiamo che una “rosa esalobata” decora pure il centro del grande labirinto unicursale (simile a quello alatrense, come scoperto da Giancarlo Pavat nel 2009) della navata della cattedrale di Chartres

Prima di accedere all’interno della Cappella di San Luca, ai lati del portale d’ingresso, vi sono i resti di due grifoni, animale mitologico metà uomo e metà aquila che nel Medio Evo veniva usato come simbolo di Gesù Cristo, inteso quale essere umano e divino.

Spesso il Grifone viene ritratto impegnato in una lotta contro un altro animale o mostro mitologico. Raffigurazione allegorica della battaglia tra il Bene (Gesù Cristo) ed il Male, (il Demonio).

Come sul celeberrimo ambone della basilica di San Giulio sull’omonima isoletta al centro del subalpino lago d’Orta in Piemonte.

Inoltre il Grifone, in diverse tradizioni e mitologie, veniva ritenuto custode di incommensurabili tesori, di frequente non accessibili all’Uomo.

Non per nulla, oggi il simbolo della Guardia di Finanza, che ha il compito di vigilare sull’economia e sulle finanze della Repubblica Italiana è appunto un “Grifone alato”.

La Cappella di San Luca (o Chiesa Superiore) è costituita da una sala a due navate coperte da crociere ogivali, che poggiano su due colonne centrali e su dieci mezze colonne immerse nei muri perimetrali per un totale di dodici colonne: dodici come il numero degli apostoli.

Questo in considerazione del fatto che la Cappella venne eretta in onore di San Luca evangelista.

All’interno della Chiesa vi sono due altari originali dell’epoca di costruzione: sotto quello di sinistra vi è una teca nella quale era custodita la Reliquia di San Luca ed in particolare il braccio sinistro.


Altare di sinistra. Foto M. Di Donato

L’altare di destra invece è costituito da una lastra di marmo sostenuta da quattro colonnine munite di eleganti capitelli e di basamenti diversi tra loro.


Altare di destra. Foto M. Di Donato

Le colonne che adornano la Chiesa Superiore, sono a base “ottagonale” con capitelli decorati con foglie di “albero della vita”.


Capitelli con foglie di “albero della vita” e colonna a base ottagonale presenti al Goleto. Foto M. Di Donato

Sono questi, gli elementi che, insieme alla sua architettura, rendono la Cappella di San Luca uno dei monumenti più preziosi del Sud Italia, nonché richiamano alla mente il misterioso Castel del Monte di Bari, probabilmente roccaforte templare e residenza esoterica di Federico II Hohenstaufen di Svevia.
Infatti, sono numerosi gli indizi che richiamano alla mente la costruzione di questa Cappella con le maestranze federiciane.
Storicamente certa è la conoscenza che aveva l’abbadessa Marina II con l’Imperatore Federico II.
A tal riguardo appare doveroso sottolineare che in quell’epoca, le Abbadesse o Badesse provenivano da nobili famiglie e non certo dal popolo, e che la loro appartenenza al clero rappresentava un punto di orgoglio e di forza per la famiglia stessa.


Capitelli con foglie di “albero della vita” presenti a Castel del Monte.

La storia di Federico II di Svevia è lunga ed appassionante.
Dotato di grande personalità e cultura, al suo nome è sempre stata affiancata una serie di miti e leggende.
Castel del Monte è tuttora un luogo misterioso del quale ancora non se ne comprende la funzione.
Privo di scuderie, cucine, camere da letto, fossato di difesa, cunicoli per la fuga, trono e quanto altro potesse servire per un normale vivere, questo che noi oggi definiamo castello venne comunque abitato per brevi periodi, ma come molti storici suppongono, lo scopo di questa dimora poteva più essere quello di un luogo astronomico ed esoterico anziché di un vero e proprio castello abitativo.
Forte è la presenza Templare anche in questo caso e ciò è dovuto principalmente ai rapporti (storicamente mai chiariti) che vi furonoo tra i cavalieri dai bianchi mantelli (i Templari) e Federico II di Svevia.
La Puglia, inoltre, in quel periodo rappresentava la principale via di avvicinamento all’Oriente, luogo dove venivano combattute le storiche Crociate.
Non a caso, i principali indiziati alla costruzione di Castel del Monte sembrano essere proprio i Cavalieri Templari. O almeno la componente sapienziale dell’Ordine.
La base ottagonale e con essa per l’appunto il numero “8” richiama alla mente la forma di molte Chiese e castelli costruiti dai Templari, nonché il più volte citato “Tempio di Salomone”.

Infatti, sono molte le somiglianze tra Castel del Monte ed il Tempio di Salomone; ed in particolare le misure con il costante riferimento al numero “40”: numero questo presente in numerosi passi della Bibbia, allorquando si parla dei giorni del Diluvio Universale, degli anni trascorsi dagli ebrei nel deserto o dei giorni della Quaresima.
Lo stesso ottagono è una figura intermedia tra il quadrato ed il cerchio che richiamano rispettivamente la Terra ed il Cielo, segnando quindi il passaggio dall’uno all’altro.
Elemento di grande rilevanza è quello che ci è stato fornito da Don Tarcisio Gambalonga, direttore del Museo Diocesano Arte Sacra di Nusco (AV), il quale, al riguardo della Cappella di San Luca, ha riferito che secondo lo storico francese Emile Bertaux lo stile e la tipologia di questa Chiesa richiama alla mente la sala capitolare della Cattedrale di Chartres in Francia.
Quella di Chartres è la Cattedrale del mistero per antonomasia, che venne costruita nel medesimo periodo di quella di San Luca.
Eretta probabilmente (anche se mai storicamente provato) anche con il sussidio economico del Cavalieri Templari, la Cattedrale di Chartres custodisce al suo interno il celebre labirinto pavimentale, il cui percorso, unicursale, è uguale (come abbiamo già detto) a quello dell’altrettanto famoso “Cristo nel labirinto” del Chiostro di San Francesco ad Alatri (FR), altro luogo a forte presenza templare.

Cappella di San Luca: pavimento a scacchi...
Ritornando alla Cappella di San Luca dell’Abbazia del Goleto, al suo interno possiamo ammirare un meraviglioso “pavimento a scacchi”.
Ristrutturato nel 1700, probabilmente in concomitanza con la costruzione della Chiesa Nuova o del Vaccaro sempre presente all’interno dell’Abbazia del Goleto, di questo pavimento non ci è dato sapere se la ristrutturazione sia stata eseguita sul modello del pavimento preesistente o ex-novo.

Quel che è certo è che questa tipologia di pavimento, a scacchi bianchi e neri, era tipica dell’epoca medievale e nel periodo compreso tra il XII e XIV secolo era ampiamente utilizzata.

Ma quel che noi oggi vediamo come un pavimento a scacchi bianco e rosso in precedenza era bianco e nero: infatti, su alcune mattonelle, è ancora possibile vedere tracce della precedente colorazione nera.


Pavimento a scacchi presente nella Cappella di San Luca. Foto M. Di Donato

Per quanto concerne la simbologia dei pavimenti a scacchi, prendendo a spunto gli studi del ricercatore Giancarlo Pavat, e contenuti nel libro “Nel segno di Valcento”, vi è da dire che la rappresentazione di questi colori raffigura la pura metafora dell’eterna lotta tra il Bene ed il Male, dell’allegorica contrapposizione della Luce alle Tenebre, del Giorno alla Notte.
Questi colori, inoltre, rimandano ai pavimenti dei Templi massonici, che a loro volta si rifanno a quello del biblico Tempio di Salomone, le cui rovine, assieme alla “Spianata delle Moschee”, furono il Quartier Generale Templare a Gerusalemme sino al 1187 ed alle tante scacchiere che ancora oggi decorano Chiese, Abbazie e Monasteri di mezza Europa.
Inoltre, il Bianco e Nero è anche il vessillo dei Cavalieri Templari: il bicolore “Baussant” o “Valcento”.
Una rara raffigurazione dello scudo con i colori Templari è stata rinvenuta durante i lavori di restauro effettuati nell’Eremo della Chiesa di Sant’Antonio Abate a Colle del Fico a Ferentino in provincia di Frosinone.


Valcento affrescato Chiesa S. Antonio a Colle del Fico
– Ferentino (FR). Foto G.Pavat

Sul simbolismo della scacchiera il discorso sarebbe molto lungo, ma è comunque doveroso farne un breve cenno.
E’ noto che gli Scacchi provengono dall’India e sono giunti in Europa nel Medio Evo tramite i Persiani e gli Arabi e, forse dagli Ordini monastico-cavallereschi presenti in “Outremer”.
Le caselle che formano la scacchiera canonica sono otto per otto, (ed ecco che ritorna il numero 8) alternativamente di colore bianco e nero. Il Sessantaquattro, numero complessivo delle caselle è per gli Indù un numero sacro in quanto legato ai cicli cosmici.
I due colori, o non colori, della scacchiera rimandano all’eterna lotta tra le Forze del Bene e quelle del Male, dopotutto una partita a scacchi è la rappresentazione allegorica proprio di un battaglia, ma è anche il gioco in cui si sublima la conoscenza e l’intelligenza: non è certamente un caso che quello degli Scacchi fosse l’unico gioco permesso ai Cavalieri Templari ed ai Cavalieri Teutonici.


Templari che giocano a scacchi

Nella Biblioteca dell’Escorial a Madrid, è conservato un prezioso codice con una miniatura raffigurante un cavaliere “crociato” intento a giocare una partita a scacchi con un guerriero musulmano. Sempre meglio che battagliare.
Scacchiere bianche e rosse sono presenti anche all’interno della storica “Sala dello schiaffo” del Palazzo di Papa Bonifacio VIII ad Anagni in provincia di Frosinone: palazzo che come si ricorderà fu sede del leggendario schiaffo ad opera di Sciarra Colonna.
A tal riguardo c’è da dire che durante questo episodio erano presenti un Cavaliere Giovannita ed un Cavaliere Templare.


Sala degli Scacchi – Palazzo di Bonifacio VIII – Anagni (FR).
Foto M. Di Donato

Anche nell’arte figurativa, vi sono rappresentazioni di pavimenti a scacchi, come nel caso di un dipinto degli inizi del XVI secolo conservato nella Chiesa di San Benedetto a Celarda, vicino a Feltre nel bellunese.
Dipinto questo che, durante il periodo di fama del libro di Dan Brown, fu notato da qualcuno e portato agli onori della cronaca per il fatto che San Giovanni avesse sembianze femminili.


Ultima Cena della chiesa di S. Benedetto a Celarda – Feltre (BL)

Ma come in tutte le opere d’arte di quel periodo, San Giovanni veniva sempre dipinto con le fattezze femminili ed infatti, oltre che nel famoso Cenacolo di Leonardo da Vinci, anche a San Giuliano, vicino Piacenza, nonché a Bobbio, vi sono affreschi di “Ultime Cene” con San Giovanni dalle fattezze femminili.
Anche in questo caso, parlarne oltre ci porterebbe fuori da questo argomento.
Tra i luoghi di maggiore misticismo presenti in Italia, un pavimento a scacchi di tale fattura è possibile ammirarlo nella Basilica di Collemaggio a L’Aquila, laddove presso la navata centrale vi è un pavimento formato da mattonelle bianche e rosse che richiama il motivo già presente sulla facciata principale della Basilica nonché nella Cappella di San Luca al Goleto.


Pavimento Basilica Collemaggio Basilica Collemaggio a L’Aquila. (Foto G. Pavat)

E sulla Basilica di Collemaggio con i suoi misteri ci sarebbero da consumare fiumi di inchiostro.

Infine, elemento di particolare interessante sotto il profilo simbolico è dato da alcuni animali in pietra presenti alla base di una colonna sita nei pressi dell’altare di destra.
La particolarità sta nel fatto che due di questi animali si trovano nell’intento di mordere la colonna a differenza degli altri due che si trovano con faccia in avanti.


Animale che morde la colonna. Foto M. Di Donato

Rara o forse unica è questo tipo di simbologia per la quale molte potrebbero essere le spiegazioni.
La colonna, nell’architettura classica, simboleggiava l’uomo, ma anche l’albero della vita la cui forma del tronco venne presa a base per la creazione delle colonne: non a caso i primi templi erano sorretti con tronchi di albero.
Non è ben chiaro a quale animale si faccia riferimento e di fatto una simbologia del genere è davvero di difficile individuazione.
Secondo la religione cristiana, Santa Gertrude era considerata la protettrice dalle invasioni dei topi e nella simbologia cristiana, il topo rappresenta il diavolo divoratore di provviste.
In una rappresentazione classica, si vede Santa Gertrude nell’intento di allontanare un topo mentre morde radici dell’albero della vita.
Ma la simbologia rinvenuta al Goleto potrebbe anche semplicemente raffigurare un animale che, mostra i denti, e morde la colonna simbolo dell’uomo a protezione del luogo in cui ci troviamo.
Ad ogni modo, anche questa simbologia meriterebbe un approfondito studio atto a comprendere il reale significato dello stesso.

Simbologie medievali all’esterno della Cappella di San Luca
Nel Medio Evo, i simboli rappresentavano una sorta di carta d’identità e veniva utilizzata come segno di riconoscimento.

Ma che cos'è esattamente un "simbolo". Il termine che deriva dalla parola latina "symbolum". A sua volta derivata dal termine greco "Symbolom"; con cui anticamente si indicava una tavoletta di terracotta.
Quando amici personali, soci d’affari, creditori o debitori, pellegrini o persone reciprocamente legate fra loro dovevano partire, se necessario, spezzavano in due parti un oggetto di legno o di argilla o di metallo: un’immagine, un anello, un dado, l’impronta di un sigillo… ed ognuno ne prendeva una.

In qualsiasi momento poi, per riconoscersi univano l’oggetto spezzato per fargli riprendere la sua forma originaria ed il suo significato.

Quindi, da sempre, il simbolo ha sempre rappresentato qualcosa che veniva eseguito non per mero gusto di chi lo realizzava, ma per uno specifico motivo: in pratica ogni simbolo ha un suo reale significato spesso legato anche ad una data appartenenza.
Inoltre, i simboli sono pure un sistema di comunicazione. Ovviamente decifrabile ed intellegibile soltanto a coloro sono in possesso delle “chiavi” per la comprensione. Quindi è un sistema di comunicazione iniziatico.

Tornando all’abbazia del Goleto, la Cappella di San Luca è una vera e propria fucina di simbologie, davvero molto rare e particolari.

All'esterno della Cappella, sotto il tetto e tutto intorno alla struttura, è possibile ammirare, anche se da lontano, alcuni motivi ornamentali di grande interesse e simbologia.

Simboli coevi con la costruzione dell’edificio e quindi risalenti alla metà del XIII secolo.

Di quel che resta ancora visibile è possibile osservare tre figure antropomorfe, una figura zoomorfa, alcune foglie di “Albero della Vita”, un “Fiore dell’Apocalisse”, decorazioni floreali, una “Rosa mistica”, una “Conchiglia di San Giacomo”, una “Mano di Dio”, ed una “Croce Patente”.

Altri pezzi sono andati cancellati e/o comunque non ben visibili.

Parlare nel dettaglio di tutte queste simbologie equivarrebbe a scrivere un intero libro e per tale motivo ci limiteremo solo ad una breve descrizione delle stesse, fermo restando che quanto esposto è frutto di ricerche e di pregressi lavori svolti da storici ed appassionati di questa tematica.

Figure zoomorfe ed antropomorfe

Già in un precedente paragrafo ho avuto modo di parlare delle figure zoomorfe e del loro significato apotropaico ossia atto ad allontanare gli influssi negativi.

Queste figure tipiche dell’età medievale è possibile vederle anche in altri luoghi di particolare interesse mistico e storico come, per l’appunto, la già citata Cattedrale di Anagni (FR) luogo a forte presenza Templare, la Chiesa Templare di San Bevignate (PG) o la Chiesa Ognissanti di Trani (BA) che, come reca un cartello nei pressi dell’ingresso, è indicata come “già dei Templari”, ed in effetti è certa la proprietà dei Templari fino all’anno 1312.

Ma oltre alle figure zoomorfe, quindi derivanti da immagini animali, sono state rinvenute lungo la facciata esterna della Cappella di San Luca, anche delle figure antropomorfe ossia riportanti un volto dalle fattezze umane.

Anche questa simbologia aveva la medesima funzione apotropaica di quella zoomorfa e gli artefici di queste simbologie le avevano realizzate sempre e solo con l’intento di allontanare gli influssi negativi.

Nel Medio Evo ogni simbologia aveva una sua precisa funzione, nulla veniva fatto al caso o per mero piacere dello scultore.

Vi erano poi gruppi di persone, magari appartenenti a determinati ordini, che utilizzarono queste simbologie per lasciare una vera e propria traccia della loro presenza in un determinato luogo. Traccia rimasta incisa sulla pietra e che, attesa l’assoluta carenza di documenti dell’epoca, risulta essere l’unico indizio di questa presenza.


Figura antropomorfa e zoomorfa rinvenuta al Goleto. Foto M. Di Donato

Infine, appare doveroso sottolineare che tali simbologie sia zoomorfe che antropomorfe sono presenti anche sulla facciata della Cattedrale di Chartres in Francia. La “Cattedrale del Mistero” per antonomasia.

Abbiamo voluto citare di proposito questo meraviglioso “Luogo dello Spirito e del mistero” perché esistono una serie di incredibili coincidenze tra Chartres e la Chiesa di San Luca dell’Abbazia del Goleto, che rendono il sito campano ancora sempre più misterioso ed affascinante.

La Mano di Dio

La “Mano di Dio”, nella simbologia medievale, rappresenta la percezione degli elementi atti ad un ricongiungimento con Dio.

È un simbolo apotropaico e, in base alla sua apertura, se o destra o sinistra, assume diversi significati.

Nella religione cristiana, la mano destra aperta significa voler donare al mondo ordine e struttura, mentre la sinistra aperta significa Grazia vivificante: in questo caso, la mano aperta è quella di destra.

Quello della “Mano di Dio” è un simbolo di difficile rinvenimento, e tra i luoghi di particolare interesse, è possibile vederla nella famosa Cattedrale di Chartres in Francia, laddove è presente in diversi punti come ad esempio nel portale settentrionale, sopra la figura di Abramo, nell’atto di impedire al profeta biblico di sacrificare il figlio Isacco.

Gli islamici chiamano questo simbolo “Mano di Fatima” dove le cinque dita rappresentano i cinque pilastri dell’Islam, mentre gli ebrei la chiamano “Mano di Miriam” sorella di Mosè, e simboleggia la quinta lettera dell’alfabeto “Heh”: uno dei sacri nomi di Dio.

In ogni caso ed in ogni religione, la Mano rappresenta un modo per allontanare gli influssi negativi.

Ma la “Mano di Dio”, la “Mano destra”, come ha sottolineato il ricercatore del mistero Adriano Forgione, riveste pure un significato di giustizia. E’ la “manod i gisutizia” dei sovrani per Grazia di Dio. Ancora oggi nelle lingue anglosassoni e germaniche, “destra” e “giustizia”, nel senso di “Diritto”, si dicono alla stessa maniera.

ITALIANO INGLESE TEDESCO
DIRITTO RIGHT RECHTS

DESTRA RIGHT RECHTS

Il Fiore dell’Apocalisse

Il “Fiore dell’Apocalisse è un antichissimo simbolo che rappresenta l’Apocalisse quale Rivelazione del Divino nell’Uomo.

Il simbolo rinvenuto presso l’Abbazia del Goleto risulta essere poco visibile, ma sono comunque individuabili i 4 petali che compongono il “Fiore” sebbene non vi sia il cerchio o i due cerchi attorno ai petali.

Il simbolo del “Fiore dell’Apocalisse” scaturisce dalle quattro porzioni di circonferenza, ovvero i “petali” del “fiore”.
Visti come i "Quattro Elementi": Fuoco, Acqua, Terra e Aria, ma anche il “Tetramorfo”, che apparve a San Giovanni e che nell’Antico Testamento, si ritrova nella "Visione di Ezechiele". “Un turbine venne dal Settentrione, una grande nube, e fuoco risplendeva attorno ad essa, e nel mezzo il fuoco brillava come ambra. Al centro trasparivano le immagini di Quattro Creature. E ognuno aveva Quattro Volti”.
Si tratta degli Esseri poi diventati attributi iconografici dei "Quattro Evangelisti". L’Angelo di San Matteo, il Leone di San Marco, il Bue di San Luca e l’Aquila di San Giovanni.

L’unione tra loro è finalizzata a far fiorire l’Armonia.

Il suo significato è riconducibile a quello dei "nodi" in genere. Ma il richiamo all’opera dell’Evangelista Giovanni si deve al fatto che il simbolo del “Fiore dell’Apocalisse” viene inteso come "Rivelazione del Divino".

Quindi quell’armonia di perfezione e di rivelazione finale con la quale Dio ha creato l’Universo intero.


Fiore dell’Apocalisse sulla Cattedrale di Anagni. Foto M. Di Donato.

Di solito, il “Fiore dell’Apocalisse” lo si vede formato da uno o due cerchi interni che si intersecano con i petali, ma in rari casi è possibile anche vederlo inscritto in un quadrato esterno senza cerchi.

Nel caso di quello individuato presso l’Abbazia del Goleto, non vi sono i cerchi e si trova inscritto in una mensola quadrata.

Un simbolo uguale a quello del Goleto, è stato rinvenuto presso la Chiesa di S.Cristoforo di Lammari (LU) laddove il “Fiore dell’Apocalisse” si presenta con un quadrato esterno.


Fiore dell’Apocalisse Chiesa di S.Cristoforo di Lammari. Foto di Piero Tambellini.

La maggior parte delle simbologie medievali fanno riferimento ad immagini utilizzate anche da precedenti popolazioni nei tempi addietro e poi riprese al fine di adornare luoghi di culto aventi particolare interesse mistico.

Infatti non in tutte le chiese edificate in quel periodo è possibile ammirare tali simbologie, ma solo in quelle che hanno visto al lavoro maestranze di rilievo per la cui costruzione è stato necessario anche il contributo economico di ordini monastici come nel caso dei Cavalieri Templari i quali avevano grande potere economico.

La Mezzaluna

La “Mezzaluna” rappresenta la luna crescente che con il suo nascere apporta la luce che copre l’oscurità dell’ignoranza e della miscredenza.

Questo simbolo, di sapore islamico, unito ad alcuni avvenimenti hanno contribuito a far accrescere le voci che tra i Cavalieri Templari ed i Musulmani ci fosse un’intesa e ciò ha creato non poco scompiglio proprio per il fatto che i Templari si recavano in Terra Santa per combattere gli “infedeli” Musulmani.

Ma paragonare il simbolo della Mezzaluna all’Islam sarebbe una inesattezza, in quanto questo simbolo ha un’origine molto antica ed antecedente all’Islam.

La Mezzaluna venne utilizzata, come simbolo dell’Islam, solo a partire dall’anno 1453 anno durante il quale i Turchi conquistarono Costantinopoli mantenendone la bandiera tradizionale.

Dell’utilizzo della mezzaluna già da parte di alcuni Cavalieri “crociati” ve n’è traccia su alcune miniature duecentesche: come quella di Cantigas de Santa Maria di Alfonso X il Savio, che rappresenta un Cavaliere con il simbolo della “mezzaluna” sullo scudo, ben riconoscibile dagli arabi che di fatto indossano i turbanti in testa.

A Rodengo, in provincia di Brescia, presso l’Abbazia Olivetana di San Nicola, sorta sui resti di una certosa fondata nell’anno 1050, durante alcuni lavori di restauro sono venuti alla luce alcuni simboli che gli studiosi definiscono “templari” come una “Croce patente” (da i più nota come “Croce Templare”) una Croce del “Tau” ed una “Mezzaluna”.

Ma questo enigmatico simbolo, è possibile vederlo anche in un altro luogo di particolare interesse mistico, ossia la già citata Basilica di Collemaggio a L’Aquila, laddove lo si trova inciso su di una mattonella insieme ad una torre che alcuni disfattisti rimandano ad un minareto islamico.

Ad ogni modo nulla esclude il fatto che il simbolo della mezzaluna “crescente” possa essere stato visto in Oriente, magari durante le Crociate, proprio da chi in quei luoghi ci è stato ed han combattuto, e portato in Europa dandogli il significato religioso evidenziato all’inizio, ossia di quella luce che nascendo copre l’oscurità dell’ignoranza e della miscredenza.

La conchiglia di San Giacomo

In epoca medievale, il cammino del pellegrino veniva svolto principalmente nelle città di Roma, Santiago de Compostela e Gerusalemme.

Una volta giunto all’agognata meta, il pellegrino, a testimonianza del viaggio compiuto, soleva adornare il proprio mantello con alcuni segni distintivi della sua presenza in quel luogo ed in particolare:

• una “conchiglia” per Santiago de Compostela;
• una “palma di Gerico” per Gerusalemme
• una “quadrangula” piccola immagine in piombo con i volti di San Pietro e Paolo o le “chiavi incrociate” per Roma.

Le vie del pellegrinaggio erano tutte affidate alla sicura custodia di ordini monastico ospitalieri, tra cui i celebri Cavalieri Templari.


Conchiglia di San Giacomo sulla Cappella di San Luca. Foto M. Di Donato.

La “conchiglia”, anche simbolo dell’ordine di “San Giacomo della Spada”, rappresentava il cammino del pellegrino nella città di Santiago de Compostela.

Il pellegrinaggio in questo luogo nacque a seguito della scoperta, “inventio” in latino, del sepolcro dove era stato deposto il corpo dell’apostolo Giacomo.

Subito dopo tale scoperta, i fedeli di tutta Europa iniziarono a recarsi in Spagna per raggiungere il Sepolcro.

Di li a poco, Santiago de Compostela divenne meta del pellegrinaggio per antonomasia oltre che Santo nazionale iberico.

Durante tutto il Medio Evo, San Giacomo, o Santiago, venne visto diverse volte, a cominciare dalla battaglia di Clavijo del 23 maggio del 844 d.C., cavalcare armato di tutto appunto al fianco delle armate iberiche cristiane impegnate contro gli Islamici. Tanto che sarà per questo chiamato anche “Santiago Matamoros”, appunto “Uccisore di Mori”.

Varie sono le motivazioni secondo le quali fu usato questo simbolo, e vanno dalla mera presenza di questo tipo di conchiglia “pecten” (o “cappasanta”) sulle spiagge galiziane, a quella più mistica che collega questo simbolo ad i raggi del sole, donando quindi a questo simbolo il significato di “sole interiore”: quello stesso sole al quale tendevano i pellegrini recandosi in questi luoghi.

Ma il “pecten”, detta pure “conchiglia di venere” è uno dei simboli del “precursore “di Cristo, ovvero San Giovanni Battista. Il quale secondo la tradizione, avrebbe battezzato Gesù nelle acque del fiume Giordano proprio con un conchiglia simile. Non per nulla, in moltissime chiese di tutto il Mondo le acquasantiere hanno sovente la forma del “pecten”.

La Palma di Gerico o Fiore di Loto

Al riguardo di questo simbolo vi è da dire che, almeno per quanto di mia conoscenza, non vi è certezza circa la tipologia di fiore/pianta alla quale possa far riferimento.

A nostro parere potrebbe trattarsi di una “palma di Gerico” che come detto raffigura il simbolo del pellegrinaggio a Gerusalemme.


Palma di Gerico. Foto estrapolata da internet.

Questa ipotesi potrebbe essere avvalorata dalla rilevata presenza della “Conchiglia di San Giacomo”.

Certo, potrebbe esser detto che manca il terzo elemento, ossia la “quadrangula” (o le “chiavi di San Pietro”) ma questa potrebbe anche essere andata distrutta nel tempo e difatti sono molti i simboli cancellati dal tempo.

Personalmente riteniamo che questo simbolo possa anche essere accostato a quello del “fiore di loto”, che rappresenta la bellezza, la purezza, la perfezione, nonché simbolo del sole del cielo e della terra, della creazione, del passato, del presente e del futuro e dunque della vita stessa.


Fiore di loto

Utilizzato in oriente ed in particolare nei templi buddisti, il fiore di loto con forma allargata viene raffigurato come seggio di Budda.

Ma il “Fiore di Loto” venne utilizzato principalmente in Egitto laddove rappresentava simbolo di rigenerazione e creazione e veniva usato sia in ambito divino come ad esempio nella raffigurazione del dio Sole fanciullo che in ambito funerario.

Questo simbolo, a detta del dottor Andrea Bignasco nel libro “I Kernoi Circolari in Oriente e in Occidente”, venne usato anche fuori dall’Egitto e precisamente in Fenicia e Palestina laddove ci sono testimonianze dell’utilizzo di questo simbolo su sigilli e raffigurazioni di epoche antecedenti a quella medievale.

In questi luoghi la valenza simbolica e rigenerativa del “fiore di loto” doveva esser nota già nell’VIII e IX secolo, con la raffigurazione di divinità femminili nude ed associate ad animali che portano in mano un fiore di loto, o con la raffigurazione, su di un sigillo israelita dell’VIII sec, di un dio rappresentato su di un fiore di loto aperto e fiancheggiato da due boccioli.

Il valore rigenerativo di questo simbolo è stato anche oggetto dell’architettura templare e, secondo un passo della Bibbia, il grande bacino culturale bronzeo nel Tempio di Salomone aveva la forma del calice di un fiore di loto.

Infine è bene evidenziare che il tipo di fiore/pianta indicata nel simbolo rinvenuto (“palma di Gerico” o “fiore di loto”) rappresenta una nostra mera ipotesi. Per quanto di mia conoscenza, questo simbolo non risulta essere stato rinvenuto in altri luoghi.

La Croce a fiore

Quello della “Croce a fiore” è un simbolo di particolare interesse mistico.


Croce fiore presente al Goleto. Foto M. Di Donato

Anche in questo caso ci troviamo davanti ad un simbolo di difficile rinvenimento.

Tra i luoghi di particolare interesse mistico, il simbolo della croce-fiore è possibile vederlo nella Basilica di Collemaggio a L’Aquila, laddove su di un pavimento a scacchi bianco e rosso (in precedenza nero) uguale a quello che adorna la Cappella di San Luca al Goleto, vi sono questi simboli disegnati sul pavimento.

Secondo quanto ci riferisce la dottoressa Maria Grazia Lopardi attraverso i suoi studi sulla Basilica di Collemaggio, ""nella quinta fase del disegno del pavimento le losanghe lasciano il posto a delle croci rosse… … … ciò è reso possibile dalla presenza di una pietra diversa, posta al centro del tratto con le croci, in cui appare una croce-fiore, dato che invece di presentare spigoli, ha un andamento circolare, proprio come un fiore a quattro petali: è la pietra filosofale degli alchimisti che consente alla materia di trasformarsi da piombo in oro, da impura a pura incorruttibile….””


Foto M.G.Lopardi estrapolata dal sito internet www.laquilax.com

Inoltre, secondo il ricercatore triestino Giancarlo Pavat, la croce presente al Goleto potrebbe essere riconducibile a quella che i francesi chiamano “croix alabardàta” anche se non assomiglia minimamente al simbolo araldico dell’Alabarda.

Certo è che ci troviamo davanti a simbologie molto particolari e di rara realizzazione e sembra proprio che la Cappella di San Luca al Goleto, così come la Basilica di Collemaggio sia ricca di simbologie misteriose e di particolare fascino.

La Rosa


Rosa mystica alla Cappella di San Luca al Goleto. Foto M. Di Donato.

Quello della “rosa” rappresenta uno dei simboli iniziatici più remoti ed universali.

Da sempre abbinato all’amore, secondo la tradizione arabo-orientale indica il percorso metafisico che mira alla trasformazione profonda della coscienza.
Nella religione Cristiana, oltre a simboleggiare la “Devozione Mistica” ed essere associato alla carità di Maria madre di Gesù, la rosa era il fiore che veniva scambiato durante il periodo della Pentecoste, in precedenza chiamata anche “Pasqua delle Rose”, quale simbolo della discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli.

Per gli antichi egizi, la Rosa era il simbolo della “Conoscenza Segreta” e veniva consacrata ad Iside, antica divinità femminile che rappresentava il Cielo.

Durante il periodo delle Crociate, questo simbolo venne diffuso in Europa dai Cavalieri Templari che lo videro e lo esportarono proprio dopo essere entrati in contatto con l’esoterismo arabo.


Al simbolo delle “rosa” i Templari vi hanno sempre affiancato la figura della Madonna ma anche de la Maddalena, e del sangue di Cristo.

Questo in considerazione del fatto che i Templari nutrivano una particolare devozione sia al Maria madre di Gesù che per la Maddalena, ma anche perché collegato al colore rosso e quindi al sangue di Cristo: quello stesso sangue raccolto nel Sacro Graal.

La Rosa inoltre trova un suo corrispettivo nell’orientale “Fiore di Loto dai mille petali”.

Sulla simbologia del “Fiore di Loto” e del suo significato abbiamo già avuto modo di parlarne in precedenza, quel che è certo è che la “Rosa” divenne per i Cavalieri Templari uno dei simboli a loro più sacri il cui uso portò a farla divenire una sorta di segno di riconoscimento unitamente a quello della “Croce Patente”.

La “Croce Patente”


Quello della “Croce Patente” è il simbolo Templare per eccellenza

A tal riguardo, come sottolineato di frequente dal ricercatore Giancarlo Pavat, c’è da dire che in araldica la “Croce Templare” non esiste, ed infatti quando normalmente viene utilizzato questo termine, in realtà si fa sempre riferimento alla “Croce Patente”.

Pavat nel suo libro “Nel segno di Valcento”, Edizioni Belvedere 2010, la Croce sull’abito dei Cavalieri Templari non viene menzionata nella Regola dell’Ordine, né nella versione in latino, né in quella in volgare d’Oil.

Fu Papa Eugenio III, il 24 aprile 1147, in occasione della partenza della cosiddetta "Seconda Crociata" (1147-1149), a concedere ai Cavalieri Templari di portare in perpetuo la croce sulle vesti.


Cavalieri Templari di San Paterniano Ceprano. Foto M. Di Donato

La prima croce ad essere utilizzata dai Cavalieri Templari fu la “Croce Patriarcale”, chiamata anche “di Lorena” o "Croce traversa", formata da due bracci orizzontali su uno verticale.

Successivamente venne adottata, anche in forma stilizzata, la “Croce Potenziata”, chiamata anche “Ramponata”; ovvero quella alle cui estremità era presente un segmento perpendicolare che la trasformava in una croce a otto punte.

Tutti gli Ordini Monastico-militari adoperavano, come elementi caratteristici e distintivi, non solo mantelli ma anche croci di diverso colore.

Croce nera su mantello e veste bianca per i Cavalieri Teutonici, croce bianca su mantello nero per i Cavalieri di San Giovanni (o Ospitalieri) di Gerusalemme, ed altri ancora.

La Croce Patente così come rinvenuta sulla Cappella di San Luca al Goleto, fu adottata dai Cavalieri dai Bianchi mantelli (Templari) insieme con il colore rosso scarlatto.

Nessuna regola ha mai stabilito che una specifica croce potesse essere utilizzata solo da un determinato Ordine: fu solo la consuetudine a far si che ciascun Ordine ne adoperasse un tipo che potesse essere il proprio segno di riconoscimento.

L’unica eccezione è per la “Croce Patente” utilizzata dai Templari che venne concessa, da Papa Onorio III, quale simbolo di autorità spirituale ad uso esclusivo del più famoso ordine monastico-cavalleresco che la storia ricordi.

Ma come detto, parlare dei Cavalieri Templari non deve essere inteso come parlare di un qualcosa che oggi è di “moda”: in quanto i Templari, così come i Teutonici e gli Ospitalieri, ma anche i Giovanniti rappresentavano il “braccio armato della Chiesa”.

Erano certamente degli Ordini che avevano particolari peculiarità e nei luoghi nei quali la loro presenza è stata ampiamente accertata e documentata hanno lasciato tracce incise sulla roccia.

In conclusione di questo viaggio c’è da dire che presso l’Abbazia del Goleto vi sono una serie di simbologie davvero rare ed affascinanti: collegamenti con Chartres, Castel del Monte e Collemaggio, luoghi misteriosi per antonomasia.

Tracce di un passato che continua ad affascinare ed a suscitare profondo interesse tra gli studiosi e/o semplici appassionati di storia.
Ma le bellezze del Goleto potevano anche rimanere ancora celate se non fosse stato per il grande impegno di Padre Lucio M. De Marino, il quale con caparbietà ha saputo portare avanti una lunga battaglia per far ritornare all’antico splendore questo meraviglioso monastero, sottraendolo alla distruzione del tempo ed ai vandali sacrileghi, ridonando all’Irpinia ed all’Italia intera un monumento di inestimabile valore.

 

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(c) articolo e fotografie di Marco Di Donato - marco-didonato@alice.it


 



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