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TORA E PICCILLI (CE) FR. FORESTA -
PARCO REGIONALE DI ROCCAMONFINA
LE "CIAMPATE DEL DIAVOLO"


articolo e fotografie di Irma Marano - info@associazioneorme.it
www.associazioneorme.it

A Foresta, frazione di Tora e Piccilli, piccolo comune dell’Alto Casertano - che conta poca più di 1.000 abitanti - la storia dell’umanità è iniziata presto.
350.000 anni fa un gruppo di ominidi bipedi lasciarono qui delle impronte umane fossili tra le più antiche del mondo, le prime riferibili ad esemplari del genere Homo in Europa, seconde al mondo dopo quelle rinvenute recentemente nella località di Ileret in Kenya e risalenti a 1,5 milioni di anni fa).

La leggenda delle orme del Diavolo
Secondo un’antica leggenda - cercando di abbeverarsi alla vicina fonte - il Diavolo lasciò le sue orme sulla lava. Ecco come – nei secoli addietro - gli abitati del luogo spiegavano queste antiche orme emerse dal terreno a causa delle abbondanti piogge.
Ricerche d’archivio avvalorano la tesi secondo la quale le orme - presenti nel borgo Foresta - erano conosciute almeno a partire dagli anni venti dell’Ottocento, quando piogge torrenziali e azione umana hanno determinato l’alterazione del terreno.

Poste nel mezzo di un’antica strada mulattiera che conduceva al mulino del paese le orme suscitavano l’attenzione degli abitanti, in particolar modo dei ragazzi, che le ritenevano opera del demonio; da qui il nome Ciampate del diavolo (“impronte del demonio”, nel dialetto locale). D’altronde chi altri avrebbe potuto lasciare delle orme tanto immense e soprattutto camminare sulla lava? Fin da subito, infatti, emerse l’ipotesi che quella roccia scura -  Tufo Leucitico Bruno – fosse magma cristallizzato, d'altronde Tora si estende sul versante nord del Roccamonfina, un vulcano inattivo ormai da 50.000 anni.

La spiegazione scientifica
Il mistero comincia ad essere svelato solo nel 2003 quando due giovani studiosi locali, Adolfo Panarello e Marco De Angelis, inviano del materiale fotografico al prof Paolo Mietti, docente di stratigrafia dell’università di Padova, il primo ad individuare impronte di dinosauri in Italia (un centinaio sulle Dolomiti).
Ed ecco la conferma della tesi supposta: nessun demone, nulla di sovrannaturale ma orme umane o meglio di quasi-uomini, ominidi. Si tratta di una pista di impronte umane tra le più antiche mai ritrovate in Europa, appartenenti alla specie Homo heidelbergensis.
Inizialmente sono state portate alla luce 56 orme organizzate in tre Piste: Pista A, lunga 13,40 m, 27 impronte a zig-zag; Pista B, lunga 8,60 m, 19 impronte rettilinee; Pista C, lunga 9,98 m, 10 impronte.
I successivi scavi, o meglio lavori di pulizia - perché è bastato rimuovere pochi strati di terra - hanno portato alla luce altre impronte, non solo umani ma anche animali. In totale oggi se ne contano 100 e 7 piste fossili ancora visibili, ma probabilmente potrebbero emergerne di nuove perché a pochi chilometri dal luogo del ritrovo, a Marzano Appio, nella frazione Caranci - collegata a Foresta da un antico sentiero - sono state rinvenute altre impronte.  Si tratta di antichi percorsi calpestati ripetutamente dagli ominidi.

Le piste più interessanti dal punto di vista scientifico, sono comunque le piste A-B e C, poiché si tratta di orme fuori dai percorsi abituali e quindi non ricalpestate. In esse è visibile la depressione del tallone e dell’arco plantare, nonché il palmo della mano e il solco dell’anca di uno dei tre che nel discendere il pendio ha perso l’equilibrio e ha rischiato di cadere.
I tre ominidi discendevano il pendio - esteso lateralmente per alcune decine di metri, e che copre un dislivello di poco più di 4 metri – non per sfuggire al massa lavica, come inizialmente si pensava; ciò su cui 350.00 anni fa camminavano, non era magma bensì una fanghiglia calda, o meglio del superficie piroclastica in raffreddamento (con una temperatura tra i 60 e i 40°C), abbastanza fredda da poter essere calpestata, ma non così fredda da essere ormai litificata. Ecco perché le impronte appaiono tanto grandi. Il terreno fangoso e la leggera inclinazione hanno originato un calco molto grande ma in realtà di tratta di piedi molto piccoli: lunghi non più di 20 cm e larghi 10, insomma un piccolo demonietto che oggi indosserebbe scarpe da ginnastica numero 35!
Ma in realtà l’Homo Heidelbergensis, progenitore dell’Homo di Neanderthal, era una specie fatta da individui molto alti, quasi giganti di un metro e ottanta, due metri e dieci, con ossa grandi due volte le nostre; si è avanzata dunque l’ipotesi che si trattasse di tre ragazzini, forse adolescente, che scelsero di non seguire il sentiero principale tracciato dagli adulti. Spetterà ai paleontologi verificare quest’ipotesi, per ora la scienza ha già dato un corpo a un demone che per secoli ha infestato i boschi.

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cell 331 3020113
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(c) articolo e fotografie di Irma Marano - info@associazioneorme.it
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