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Luogo: Grotta del Cavallone nel territorio di Taranta Peligna in Abruzzo

Questo luogo appartiene al gruppo:
fate

Regione:
Abruzzo

LE FATE DELLA MONTAGNA


Da alcuni anni a questa parte, dopo l’uscita del mio ultimo libro “Dee, fate, streghe dall'Abruzzo intorno al mondo”, mi è stato chiesto in più occasioni di tenere una serie di conferenze sulla condizione delle donne nella storia; purtroppo a causa di una serie di sfortunati eventi, per citare un famoso film, non mi è stato possibile farlo, perciò ne ho approfittato sia per riflettere e sia per raccogliere ulteriori contributi ed idee su questo tema. Scrivo nell’introduzione del mio libro Dee, fate, streghe dall'Abruzzo intorno al mondo:
“Fin dagli albori della storia l’uomo ha sentito il bisogno di attribuire i fenomeni naturali al potere di entità sovrannaturali. Il lasso di tempo che va dal 6500 al 4300 a.C., conosciuto anche come “rivoluzione neolitica”, fu caratterizzato dalla coltivazione regolare dei campi e dall’allevamento degli animali. Questa società, probabilmente matriarcale, nel culto, nelle arti e nella tecnica aveva come divinità di riferimento la Grande Madre Terra. Nelle religioni naturalistiche e arcaiche infatti, al pari della luce e dell’acqua, elemento imprescindibile è la terra poiché dal suo fecondo grembo nasce ogni essere vivente. D’altro lato essa rappresenta anche il sepolcro dei suoi “prodotti”, in quanto ricopre, con il suo manto tutto ciò che ha creato: si nasce da essa per tornare ad essa. Sempre, nel suo grembo, vanno, in inverno a ritemprarsi le energie, che poi in primavera tornano a riaffiorare. È ovvio, quindi, che lo scorrere del tempo e il volgere delle stagioni sembrassero agli antichi opere divine, compiute da una o più divinità legate alla terra. Così come la nascita e la morte, eventi celebrati in maniera tanto appassionata da degenerare spesso in riti orgiastici o sacrifici anche umani. Nelle società matriarcali la Madre Terra era considerata l’unica e sola divinità, ma con il passare del tempo e con l’avvento del patriarcato le fu equiparata una divinità maschile che crebbe a tal punto d’importanza da mettere in ombra la sua egemonia, fino a sostituirla del tutto: si pensi ad esempio, a Zeus, Giove o al Dio cristiano, che potrebbero essere il suo correlativo maschile. La Terra era ritenuta una benigna dispensatrice di messi presso le genti stanziate lungo i corsi d’acqua, rappresentazione di entità divine maschili che rendevano fertili il suolo; al contrario, essa diveniva una madre cattiva, sterile e avida quando gli uomini erano costretti con il duro lavoro a strappare dalle sue viscere i suoi frutti, e in questi casi era chiamata “Mater Dolorosa”.
Le donne da divinità creatrici di vita diventano prima comprimarie e nel corso della storia sempre più comparse fino a diventare trasparenti e alla fine a scomparire dalla storia. Alcune fonti imputano questo passaggio culturale da una società matriarcale ad una patriarcale al sincretismo cristiano e in particolar modo a Lilith che rappresenta il definitivo passaggio da divinità benefiche a quelle maligne e malefiche come le streghe e tutte le divinità demoniache diffuse durante il medioevo.

casa delle fate

Lilith era:
“Tra le tante divinità che possono essere considerate l’anello di congiunzione tra le dee, le fate e le streghe, Lilith sembra essere quella più appropriata. Lilith è la dea della tempesta ed è un demone femminile. Fu la prima moglie di Adamo ma, disobbedendo ai voleri di suo marito, fu allontanata; nella mitologia islamica è la moglie di Iblis, il diavolo, e la madre di tutti gli spiriti maligni. Secondo quanto afferma Fabio Truppi, Lilith non fu la sola divinità oscura dell’antica civiltà del Vicino Oriente antico. Altra terribile dea-demone mesopotamica denominata, tra l’altro, “sorella delle divinità delle Strade”, era Lamashtu. Da entrambe deriverebbe proprio la famosa dea greca Ecate, figlia di Zeus e Latona, o di Perseo e Asteria, oppure di Ade e Demetra. Ecate era anzitutto la personificazione della Luna, non priva di aspetti sinistri, la quale presiedeva durante la notte alle strade; la sua statua veniva posta in ogni incrocio, e incuteva paura persino agli spiriti, essendo essa la guida notturna dei morti. Fu ideata con tre teste, le tre fasi lunari, con chioma di serpi, reggente fiaccole e pugnali; siamo in presenza di una delle prime forme di Trinità divina (come per la teologia cristiana nei confronti del proprio Dio) largamente diffusa e conosciuta e di cui si hanno raffigurazioni già nel VI secolo. a.C. (una divinità analoga altrettanto importante nella cultura minoica del II millennio a.C. era stata la cosiddetta Dea dei Serpenti.) Gli antichi Greci credevano che avesse influenza sul bestiame, rendendolo fecondo o sterile a seconda del suo imperscrutabile volere; per far propendere verso la prima di tali evenienze, essi non mancavano di offrirle focacce con impressa la figura di un bue o di un ariete. La civetta era la sua messaggera sebbene nelle raffigurazioni essa poteva apparire più spesso con cani ululanti e simboli lunari; le fiaccole soprattutto significavano la sua funzione di accompagnatrice e protettrice degli uomini nella loro vita e nella strada dal mondo dei vivi a quello dei defunti. La denominazione Hekate Kleídoukoz, vale a dire “Colei che tiene la chiave”, si riferisce all’attributo divino che chiarisce come ella fosse predisposta a sorvegliare il “passaggio” dal mondo superiore al mondo infero, ctonio. Il serpente era collegato al mito del labirinto e di tale “passaggio”, ma anche al mondo degli inferi, dal momento che striscia sulla terra, divenendo poi secoli dopo, nella cristianità, il simbolo stesso del male. Presso le popolazioni di cultura celtica, tale importante divinità corrispondeva a Morrigan, la triplice dea lunare moglie del grande dio della luce Lug, di sicura derivazione dalla primigenia Dea Madre della fertilità e della vita. L’aspetto della Trinità (la vergine, la madre e la vecchia), come risulta anche dalla statuaria celtica, è accompagnato dal simbolo della Luna giacché quest’ultima in cielo percorre il triplice ciclo di nascita, crescita e morte. (Figura letterariamente vicinissima alla Morgana arturiana, alter ego dello stesso druido Merlino). Altre figure molto simili e vicine nella loro significativa simbologia divina sono le Moire della mitologia greca, le tre divinità vestite di bianco, chiamate Cloto, Lachesi e Atropo, rappresentate nell’atto di filare i giorni della vita di ogni uomo, dalla giovinezza alla vecchiaia. In particolare Atropo, la più piccola di statura delle tre, era considerata anche la più terribile, anche e soprattutto perché apportatrice della morte. Tutte e tre, altamente venerate, erano la personificazione stessa del Fato ineluttabile. Nell’antica Roma, la divinità che più di ogni altra si può accostare a Lilith è senz’altro Diana (l’Artemide dei Greci), considerata dea dei boschi e anch’essa personificazione della Luna. Un barlume di tendenza al “rispetto” è d’altronde riscontrabile proprio nella festa a lei dedicata e celebrata dai Romani il 13 agosto, la cosiddetta “festa degli schiavi”.


casa delle fate

Con il crollo dell’Impero Romano e la definitiva cristianizzazione dell’Occidente, tutte le divinità pagane vengono eclissate, seppure mai del tutto, mentre si assiste a un crescente e implacabile dominio dell’importanza del ruolo maschile rispetto a quello femminile. A ciò va aggiunta quella profonda crisi economica e sociale che investì il Basso Medioevo, scatenata dall’arrivo e dalla diffusione epidemica della peste in Europa, causa di uno spaventoso tracollo demografico, anzitutto, e di una esasperata paura della morte e del giudizio divino cui neppure la fede e il fervore sembravano porre rimedio. Conseguenza dalle complesse sfaccettature di questa situazione sarà il fenomeno della caccia alle streghe, laddove la vittima sacrificale, che solo il fuoco poteva realmente purificare dal male, diveniva il bersaglio designato di un malessere ormai sfociato nel delirio più atroce e nel più buio oscurantismo (le streghe erano persino accusate di trasmettere malattie). Eppure il fenomeno della cosiddetta “stregoneria” oggi sappiamo essere molto più razionale e stratificato, nella sua manifestazione, di quanto si è pensato per secoli, fino a tempi recenti. Nell’Europa medievale ci sono donne che, in mancanza di poteri istituzionali, tentano di far sopravvivere il proprio gruppo sociale mediante nozioni che sono state loro tramandate da tempi ancestrali, e quindi utilizzano il buon senso e la saggezza per risolvere liti, usano erbe e decotti per curare, invero, le malattie, il tutto alimentato e tenuto vivo dalla fede nei vecchi dei, molto spesso identificabili con la Natura stessa, con il mondo delle piante e degli animali. Un concetto sempre più mal tollerato dalla Chiesa con il passare degli anni, tant’è che fu solo in un secondo tempo, quando il fenomeno divenne troppo rilevante per essere accantonato, che si ritenne necessario combatterlo, da principio classificando la stregoneria come una delle tante sette eretiche e successivamente come una categoria a parte. Irrimediabilmente segnata appare la sorte della civetta, del gufo e del barbagianni, tutti e tre uccelli notturni, ritenuti indistintamente e simbolicamente malefici e “ctonici”, i quali divengono vittime di un ulteriore equivoco che lega la civetta alla parola “strega”; in realtà, una certa differenza tra i vari animali era comunque presente soprattutto nell’antica Grecia dove il gufo era rispettato e ritenuto una sorta di animale sacro, nonché simbolo della dea Atena, a differenza della civetta che poteva invece far parte della selvaggina con cui eventualmente cibarsi. La strix di cui ci parlano Plauto, Properzio, Ovidio e Plinio, quell’uccello notturno che succhia il sangue soprattutto dei bambini e che sovente si presenta come la metamorfosi di una donna malvagia o di una larva, è però identificabile specificamente con il barbagianni; eppure in parecchi dialetti italiani la civetta (che in latino in verità è noctua) verrà chiamata in un modo che dipende proprio dalla parola strix, la cui assonanza con il termine sarà fin troppo scontata. Nella traduzione rabbinica medievale, Lilith è la sposa infedele di Adamo, la preferita delle quattro mogli del Diavolo e persecutrice dei neonati; il suo odio per Eva scaturiva dal fatto che lei le aveva preso il posto nel cuore di Adamo. Lilith era talmente temuta e la convinzione del suo potere nefasto fu talmente forte nel popolo ebraico che il capofamiglia, o una persona nota per la sua pietà, attaccava alla porta, sui muri, sul letto delle scritte che dicevano “Adamo, Eva, fuori Lilith”. Qualche volta venivano aggiunti pure i nomi dei tre angeli (Sanvi, Sansanvi e Semangelof) che, incaricati di annegare Lilith nel Mar Rosso, ne ebbero pietà e la risparmiarono facendosi promettete che non avrebbe fatto del male ai bambini là dove vedeva i loro tre nomi. Mentre la notte della circoncisione, in una ricorrenza così importante per gli Ebrei, Lilith veniva allontanata con la recitazione di letture pie. Per tutto il Medioevo la civetta Lilith è unanimemente considerata come l’aspetto femminile ancestrale della sessualità oscura, nonché essere funereo e notturno, così come descritto nei bestiari medievali, e fin troppo facilmente entrerà a far parte della tradizione esoterica e alchimistica. Per centinaia d’anni dunque la fama e l’influenza avute dal mito di Lilith si sono tramandate e preservate con una diffusione tale da ritrovare nella tradizione celtica chiari riferimenti a esso, successivamente all’importante divinità lunare di Morrigan. In particolare, è nella mitica figura irlandese della Banshee che persistono tratti evidenti celtizzati della dea Lilith e del legame con il mondo dell’oltretomba. La Banshee, così come leggiamo nel classico Dizionario irlandese, non sarebbe altro che uno spirito femminile, o fata-donna, che di notte era solita cantare lamentazioni funebri presso quella casa in cui qualcuno giaceva malato ed era vicino alla morte. Una tradizione [...] simile a quella italiana dell’Uccello della Morte [...]. Lilith, secondo la tradizione albigese, è una delle regine del Graal e, poiché gli albigesi sarebbero di razza elfica, il toponimo della loro città più importante, cioè Albi, in provenzale antico starebbe ad indicare un elfo femmina o, per estensione del significato, una fata. Gli Elfi femmine e le Fate erano guardiani della luce, della terra, della foresta e Spiriti Elementali. Sembra che gli albigesi, cioè Albi-Gens, fossero una stirpe delle potenti divinità sumeriche chiamate Anun-na-ki, cioè “il cielo che giunge in terra” oppure “coloro che vennero dal cielo”, come alcune fonti lasciano intendere, aprendo così alla possibilità che gli Anunnaki fossero una razza aliena.”
Come abbiamo visto le donne da divinità apportatrici di vita sono state, poi demonizzate fino al punto da essere perseguitate come entità demoniache. Infatti da dee sono diventate, maghe dee come Morrigan, Ecate etc, ad esempio che si sono trasformate, nel tempo, in streghe come Lilith. Accanto ad esse, però, come una sorta di altr’ego, vi sono le fate che utilizzano la magia bianca e usano questo loro potere per dispensare doni agli esseri umani; doni che, a volte, non sono poi veramente tali perché celano sempre qualche sorpresa non positiva come il caso delle fate della montagna:
“La tradizione vuole che alcune fate abruzzesi abitassero all’interno della Grotta del Cavallone nel territorio di Taranta Peligna e da lì ogni giorno volassero su tutti i paesi abbarbicati alle falde della Majella. Esse dispensavano doni e a volte, com’è nella loro natura, anche dispetti. Guardavano con occhi amorevoli le vite degli esseri umani, guidando molto spesso le loro azioni attraverso sogni premonitori o fortunose scoperte di preziosi. Un giorno, però, le divinità che regolavano il destino degli uomini, si irritarono per le continue ingerenze da parte delle fate e malvagiamente decisero di chiudere, con una frana, l’ingresso della grotta dove esse dimoravano. La leggenda dice che solo poche sopravvissute rimasero liberi di volare nel cielo abruzzese. Ancora oggi chi entra nella Grotta del Cavallone (o della Figlia di Iorio, come venne chiamata successivamente in onore di Gabriele D’Annunzio), può udire il lamento delle fate rinchiuse nell’antro, che diventa un melodioso e struggente canto all’udito del visitatore più attento. In una variante di tale leggenda si narra che le fate che abitavano in una fenditura della Grande Madre Majella avevano fatto irritare con i continui dispetti san Martino (patrono di Fara San Martino), il quale, per far cessare le loro continue scorribande, chiuse l’ingresso della grotta con dei massi che si staccarono improvvisamente dalla montagna. In una narrazione orale abruzzese tramandata per generazioni e generazioni all’interno di una cerchia familiare, non tutte le fate rimasero intrappolate all’interno della grotta del Cavallone; alcune di esse fuggirono e si rifugiarono all’ombra di un grande albero che si trovava in linea d’aria proprio di fronte all’ingresso murato dell’antro. Un giorno d’estate una donna di nome Anna Vittoria andò a lavorare la terra vicino a questo albero magico. Alzò un momento il capo dalla fatica e vide delle eteree fanciulle vestite di veli danzare intorno alla pianta. La contadina si avvicinò. Queste la invitarono a seguirla ma, al suo netto rifiuto, offese la schiaffeggiarono. Subito dopo, però, le domandarono se avesse un desiderio da realizzare. La donna, pronta, chiese di poter fare tutto ciò che la aggradava e così da quel giorno ebbe in dono una forza spropositata. Anna Vittoria, infatti, con la sola forza del pensiero trasportò una macina di pietra per le olive dal castello di Roccascalegna fino al luogo dove funzionò per molti anni e dove ancora oggi rimane. La donna sottoposta al sortilegio, di notte, munita di un fucile e con l’aiuto di uno sparuto gruppo di uomini, girava per le stradine del paese e dei boschi limitrofi per cercare malefiche creature: forse le streghe, nemiche giurate delle fate? Il racconto, non ce lo dice. Era un Venerdì Santo quando la donna, intenta a zappare in compagnia del padre, iniziò a schernirlo per la sua lentezza. Questi, in preda all’ira, le tirò in testa il manico della zappa. Anna Vittoria cadde a terra tramortita, mentre il padre continuò a lavorare nei campi senza preoccuparsi della sorte della sventurata. Di lì a poco arrivò la madre che, alla vista della figlia accasciata presso il pozzo, pensandola morta si mise a urlare con quanto fiato aveva in gola. Le grida richiamarono un gruppo di fedeli e il parroco, immersi in una funzione religiosa. Il prete iniziò il rito dell’estrema unzione. Ma Anna Vittoria, raggiunta da una goccia di acqua santa, si risveglio improvvisamente e prese a vomitare delle ciocche di capelli biondi, e da quel momento tornò ad avere un comportamento normale per i canoni dell’epoca. Molte persone che hanno conosciuto questa donna, realmente vissuta a cavallo tra Otto e Novecento, parlano di lei come di una virago altruista che in diverse occasioni ha salvato la vita ai suoi cari.”


   “Dee, fate, streghe. Dall'Abruzzo intorno al mondo” di Nicoletta Camilla Travaglini
Editore   Tabula Fati, 2017.  Pagine 9 e 10

 

“Dee, fate, streghe. Dall'Abruzzo intorno al mondo” di Nicoletta Camilla Travaglini
Editore   Tabula Fati, 2017.  Pagine 51-56-

   “Dee, fate, streghe. Dall'Abruzzo intorno al mondo” di Nicoletta Camilla Travaglini
Editore   Tabula Fati, 2017.  Pagine 110 e seguenti

 

Da sempre gli uomini hanno personificato i fenomeni naturali, considerandoli come prodotto di divinità sovrannaturali a cui tributare doni. Queste divinità, la più importante delle quali sembra essere la Grande Madre, hanno da sempre accompagnano il cammino dell'uomo. La Grande Madre, personificazione della Terra, è stata una presenza costante, ingombrante, comprensiva, amorevole ma, a volte, anche cattiva e ostile, devastando le vite e i destini di popoli. Nicoletta Camilla Travaglini narra di un viaggio sulle tracce delle grandi Dee-Maghe come Angizia, Medea, Morgana ed altre, nonché dei luoghi sacri a loro dedicati, come Cocullo, Roccasale, dove dimorano le fate; Montebello sul Sangro, la città abbandonata; il lago di Bomba con il castello delle fate; Pretoro, Roccascalegna, Pennadomo e tanti altri luoghi, ognuno con una sua storia e un suo misterioso fascino.


 

 



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